venerdì 17 febbraio 2012

A Madrid , la Nico è piena di sangue

A MADRID LA NICO 
E' PIENA DI SANGUE



1.A  Madrid , la Nico /è piena di sangue sui vetri/ "la vita è la vita/
ed è la cosa più grande/E chi la porta via / porta via tutto..."
 2. A  Madrid , la Nico /è in  un giorno grigio d'angoscia /”non la grande casa
 in cima alla montagna/con corone e medaglie//che occupano gli scaffali...
non i lunghi viaggi/ /in terre e città lontane/nè le strane persone /
che vi incontriamo...
nè la pioggia sul tetto /
nè la grandine sulla finestra/  né la neve o la luna / e nemmeno la luce stessa /
Non è solo questo la vita./La vita è la vita, / ed è la cosa più grande ;
chi la porta via / porta via tutto"3. A  Madrid , La Nico è /dentro un sogno caldissimo di Atocha

No, Nico,  - ha ragione Fajardo-  
non bisogna farsi annichilire il pensiero/ridurre a pura emozione/
perchè è proprio quello che vogliono /gli uomini con le bombe in tasca/
che seminano odio e distruzione
4. A Madrid , la Nico è /dentrola serra sterminata/di piante tropicali
senza treni /nè macchine/ Il terrore nasce dalle azioni degli uomini no,
il terrore possiede radici , passato, storia ed è pieno di trappole/
E' asimmetrico ,  è l'incognita dell'equazione/è il tarlo della divina proporzione/
non servono gli eserciti occidentali illuministi razionali geometrici/
il terrorismo è alineare / infido serpe che può scivolare  dentro di te
in qualsiasi momento/ha una diversa concezione della vita e della morte,
dello spazio e del tempo/ ed è fatto di canaglie canaglie –figli della Puttana Guerra - , e sono tanti tanti tanti  che lo fanno crescere in un mondo senza confini /
dentro le mura invisibili dell'odio e del profitto che ciascuno di noi
/si porta in tasca e nel cuore , come radice diabolica che non muore mai /
ma l'odio mio non puo' morir...non potrà mai morir...
5.La Nico di fronte a Guernica la Basca è ghiacciata di terrore
Guernica integralmente distrutta per tecniche aviatorie /
risultato positivo /sperimento riuscito/
la cieca potenza dei tedeschi/ continuerà  per sempre
ad abradere la città colle rasoiate aeree/ L'homme est perdu quoi qu'il fasse/.
E' troppo tardi per tornare indietro/
l'uomo è scaraventato nei grovigli
dell'odio/
l'uomo è senza cielo , senza curve , chiuso in un treno ,come
una scatola ermetica,
specie di vasta bara ...
6. La Nico  vede ora  che l'uomo è perduto qualunque cosa faccia/
l’uomo è perduto , dice La Nico, a Guernica““”Oh, Guernica,
/imponente, atrocemente bella,urlo sommesso di orrore,
qualcosa che sconvolge i sensi,
volti e animali atterriti
che gridano quantoassurdo sia l'odio, sempre,
ma a volte troppo, troppo, troppo”””.
Ditelo, ditelo a
 quel  figlio  di puta guerrafondaio di Bush
 
7. La Nico piange a Madrid
piangi , piangi anche oggi /
e domani , e ancora domani/ piangi più amaramente che puoi/ 
tra le mimose sfiorite e i clown: lasciatemi piangere Madrid
/ dove il divin fanciullo di una stagione all'inferno 
vide  "i vetri infranti /le carni drammatiche del vento /
che  si laceravano /in frontiere delle paludi..."
lasciatemi piangere il mattino/che si spezzò come magma nero e blu
/sotto i boati il fuoco /
Lasciatemi piangere  i morti squassati /scaraventati a pezzi sulle rotaie
/tra pietre aguzze quadrifogli e margherite
/dietro l'amaro volto d'erbe
/nella brezza triste che spira dagli ulivi /
ed entra nei loro occhi /
e si distende in mezzo a loro
/come angelo triste senz'ombra
 in silenzio
in silenzio
in silenzio
Dice l'Italia , viva l'Italia, e poi la politica il popolo i partiti i giornali 
le mille verità di un popolo senza verità 
 la favola poetica e il ballo in maschera dell'identità
e dei rialzi sotto i tacchi di Berlusconi ,
e il bacio tra il Gobbo e 'U Curtu? ,
e Sofri assassino e poeta 
e la Gioconda di Leonardo ,
e Dell'Utri bibliofolo con lupara, 
e Fra Cristoforo Lucia e l’Innominato , 
il Borgia Valentino del Machiavelli, 
il folle geniaccio di Caravaggio e  Cellini,
e Piero della Francesca e la pala di Brera,
e Petrarca e  la patrie sponde
E Leonardo e Monna Lisa
("Sorrido perchè so di potervi far del male",
dice  la Gioconda)   
e via così…Pari avanti mezza.
Nulla è cambiato sotto il cielo , niente di strano ,
il male è la ragione profonda di molti sorrisi...

ma tu , Nico,  continua a piangere
la luna di sangue
che stanotte non abita nel cielo
e l’albero spoglio /
e la luce e il vento
e i vetri infranti
e le case sconsolate

e la gente che si smarrisce
nello spazio e nell'anima

8.Scusate: (La Nico chiede scusa con Madrid nel cuore)
c’ho un albero nudo
dentro/la gola del pianto e un bambino
che non smette di piangere nel mio ventre squarciato...

Alla fine
anch'io vi chiedo scusa amici sotto l'albero azzurro e i cipressi
tra le tombe bianche rosse e verdi/ripiegate come bandiere spente

e da lungi il mare
il mare
il mare
Appeso all'ultima parete del cuore, vi chiedo ancora scusa.
Scusatemi  questa lacrima grigia
che si fa mare di malinconia.
Scusate.



Marco Pantani, ultimo partigiano delle montagne

ODE A MARCO PANTANI


Addio, Marco Pantani,
ultimo partigiano Johnny delle nostre montagne
ultima  paga del sabato , /ultima primavera di bellezza
ventitreesimo e ultimo giorno d’Alba /con il casco nella selva 
e la gobba d’oro /e il volto da clown triste.
Con te se ne va l’utopia colorata /di rosa o di giallo
la fatica ossessiva e bestiale /che diventa mazzo di rose rosse
volo  fuga infinita verso il cielo,/scala di seta azzurra.
Addio, Marco Pantani,
equilibrista dolcissimo / e crudele /del nostro destino
che chiude un ciclo  /una storia /e un tempo irripetibile.
Era un ragazzo come tanti,/blu jeans/piadina e balera/
con un sogno grosso così dentro.
Prese la bicicletta / e s'inventò le salite dov’era tutta pianura ,
e  poi le curve - non quelle molli e rosacee
delle ragazze di Romagna  / ma secche come una frustata di  squaw ,
o le discese degli  indiani
E le simmetrie degli abeti  e dei mirtilli  /tra la neve.
Ahi, Marco Burdel!/ Sto qui come un orante /che ritaglia la mano dall’aria
per farti tornare a quel tempo / di assalti esaltanti e pericolosi
quando nel luglio infernale /stavamo svegli sul lettone
ad aspettare che tu /con il duro rapporto /e la forbice degli occhi
avresti mozzato le dita / e le ruote /a tutti
sull’ultima divina salita /sull’ultimo grido
lo sbigottimento /e il  bacio feroce /che faceva rollare i pedali
e t’apriva rughe profonde /sulla fronte vittoriosa  
il  ghigno /che ci faceva restare tutti senza fiato /incollati al televisore
ignari e sospesi / tutti a  pregare /anche gli atei convinti –
–con le mani giunte, senza fiato/davanti a quello schermo
pieno d’angeli / a quell’eden e inferno / in cui Adriano Dezan
coll’ape e il trifoglio pieno di lacrime
e il Gianni Mura grasso sudato / con la nera barba fenicia
e il  volto tenero e duro /Ti cercavano
                           Ti pregavano
E dicevano  col groppo in gola:/ Marco oh  Marco Burdel
se non ci fossi tu / che ciclismo sarebbe?
E ora?/ Siamo tutti orfani senza di te.
 Anche le salite hanno nostalgia /della tua bandana rosa
e di quella musica,/di quell’ouverture da mille e una notte ,
terribile e splendente,/ e anche le ultime aquile
e le ginestre di Leopardi che stanno vicino al cielo
sono condannate alla tua assenza.

giovedì 9 febbraio 2012

Le città di Boccioni

                TUTTE LE CITTA'
        DI UMBERTO BOCCIONI



DI AUGUSTO BENEMEGLIO

1.Reggio Calabria.
L’antica Regium del leggendario Caronda, con il castello Aragonese , le mura greche  e le terme romane , dove Umberto Boccioni nasce il 19 ottobre 1882 , alle 17,55, in via Cavour, 41, in una casa che sarà poi devastata dal terremoto. Reggio sarà per lui una città chiaroscuristica , con una larga fasciatura di tono colorato , una città dai contorni grossi che fonde e lega il corpo con l’ambiente , e suddivide le cose in larghi schemi di chiaro e di scuro; Reggio,  una magnifica astrazione plastica , una città che non esiste. E infatti sarà completamente distrutta dal terremoto e , poi,  quasi interamente ricostruita . Umberto nasce in un tramonto di sangue da  genitori  romagnoli , di Cattolica , ( il padre è un  impiegato di Prefettura) , e dopo soli venti giorni , con papà Raffaele, mamma  Cecilia e la sorella maggiore Amelia , va a vivere altrove.
          2. Forlì
Ritorna  il piccolo Umberto nella terra dei suoi avi,  Forlì, la Romagna  - il grano, i covoni, le ciliegie , i maiali e poi la Rocca di Rivaldino , il duomo , la piazza e il campanile lombardo, Cesare Borgia , il regno Pontificio, la decadenza.  Forlì sarà la “Materia”, la madre adorata , le sue mani intrecciate , appoggiate alle ginocchia, quelle mani che sembrano protendersi e voler uscire dal dipinto. Forlì è la madre futurista , figura generatrice che si espande, si avvita, falcia, morde , afferra lo spazio, uno dei motivi più alti dell’opera figurativa di Boccioni e dell’intera  parabola futurista.  


3. Genova.
Dopo tre anni la famiglia Boccioni si trasferisce a Genova , la superba , sul mare di fiamme e l’odore dei limoni, con i palazzi signorili , la loggia dei mercanti e il sepolcro dei barbieri e dei chirurghi , la città  dal colore luminoso e dall’intonazione sentimentale, la città dei legami di empatia , il porto di tutte le vibrazioni differenziate. Ci rimarrà altri tre anni. In Genova , Umberto forse vedrà la città dai “Volumi orizzontali” , coi suoi schemi curvilinei , che hanno allo stesso tempo  un debito spessore plastico ( superano i limiti da lui temuti dell’arabesco), una geometria solida, la geometria del curvo , con effetti concreti; Genova sarà  per lui la pittura dei suoni, dei rumori, degli odori, dove trionferà la sfera, l’ellisse che turbina , il cono rovesciato, la spirale e tutte le forme dinamiche. Non ci sarà più “l’orizzontale pura, la verticale pura e tutte le linee morte, l’angolo retto e  le forme statiche.


4. Padova.
A Padova , Umberto frequenta  le prime scuole , i  primi studi , i primi pensieri affidati ai quaderni, ai diari , che formeranno , poi , “il taccuino di Padova”,
  la città dei Veneti , fedelissima a Roma, con la sua piccola borghesia di provincia, con la le sue piazze dei Signori , delle Erbe e della Frutta , il largo del Duomo e la piazza Cavour, gli affreschi di Giotto nella cappella degli Scrovegni. A Padova  rimarranno a vivere stabilmente la madre Cecilia e la sorella Amelia  , sempre alle prese   con i piccoli grandi problemi della lotta economica quotidiana: “Non voglio restare in mezzo a tutti questi piccoli proprietari che ritengono  l’essere povero un delitto più che altrove “, annoterà sul suo taccuino Umberto. Sono le sue prime frustrazioni , i primi sospiri d’amore per la bellissima Ines, la ragazza di Bassano , la fanciulla del primo bacio, una fanciulla magra, dai colori chiari, dagli occhi azzurri e dal caratteristico profilo della linea del naso,  la donna ritratta numerose volte da Umberto in disegni e dipinti , tra il 1908 e il 1911 ( vds. Romanzo di una Cucitrice , Tre donne, Visioni simultanee). Umberto tornerà spesso a Padova per rivedere sua madre , sua sorella e anche questo suo giovanile “fantasma dell’amore che ci agghiaccia”, che ritroverà poi a Milano. A Padova, Boccioni s’indaga e riscopre la sua vera natura di romantico progressista , come lo definì Calvesi, di uomo moderno pieno di contraddizioni , ancora con uno strascico di ideali romantici , dilacerato,  ribelle alla propria timidezza , insofferente dei propri limiti , orgoglioso e cosciente del proprio valore, del proprio destino, del proprio dramma. Padova per Umberto  sarà una continua ouverture wagneriana,  con il dramma visionario e profetico di un’ umanità  votata all’autodistruzione , un’umanità che comincia i suoi primi crolli, le suje prime liquidazioni ,  che distrugge man mano tutti i valori in cui si credeva a quel tempo ( famiglia, patria, onore) . Umberto  rimane aggrappato , come un naufrago , alla zattera dell’arte, suo unico irrinunciabile destino . “Da questa esistenza io uscirò con disprezzo per tutto ciò che non è arte. Nulla è più terribile dell’arte . Tutto ciò che vedo al presente è un gioco di fronte a una buona pennellata, a un verso armonioso, a un giusto accordo…C’è solo l’arte” .

5. Catania .
Ma tutto questo è ancora lontano , Umberto è solo un ragazzo di quindici anni che lascia la città veneta e va  a vivere  con il padre  impiegato di Prefettura ( che stavolta non ha voluto portare con sé la famiglia) , a Catania la cartaginese città  distrutta dalla lava dell’Etna nel 1700 e quasi completamente ricostruita . Catania la scacchiera barocca con Sant’Agata, San Nicolò e la riviera dei Ciclopi . Umberto ha quindici anni , studia sodo e   si  diploma   brillantemente all’Istituto Tecnico Sammartino ; ha ambizioni di scrittura ,  collabora al giornale “Gazzetta della sera” ,  si inserisce rapidamente nell’ambiente e si forma una larga cerchia di amicizie di giovani intellettuali siciliani  e una coscienza di classe ( e il tempo delle lotte dei contadini) , matura la formazione di un’inclinazione , un versante socialista (legge Marx , Bakunin, Engels, Labriola), e non ha ancora diciotto anni.  A Catania , Umberto non ha la minima idea dell’arte figurativa , ma da queste memorie forse nasceranno Testa + casa + luce , Fusione di testa e finestra, nel ricordo delle ragazze siciliane nascoste dietro le finestre che occhieggiavano i “carusi” come lui , senza arte né parte, in cerca di se stessi e di un lieto avvenire . Forse  lui già sapeva , inconsciamente , che sarebbe venuto il tempo in cui quegli sguardi avrebbero creato nuovi mondi  , nuove visioni , il tempo in cui  “il quadro non basterà più. La sua immobilità, i suoi mezzi infantili saranno un anacronismo…il tempo in cui l’occhio umano percepirà il colore come emozione in  sé”. 



6.Roma.
Tutto ciò , idee confuse, sensazioni, aspirazioni , visioni , unitamente a qualche inevitabile raccomandazione  tutta meridionale , si porterà come bagaglio presso   Roma, la città eterna ,  dove si reca per diventare giornalista e scrittore . Una sera d’estate , al Pincio, col cielo dalla fronte rosa, la banda e la musica di Wagner , incontra Gino Severini, il cortonese , colui che gli avrebbe poi fatto conoscere a Parigi Apollinaire , Picasso, Gris e Braque. “Cosa fa lei domani?” , gli chiede . “Vado a dipingere il ponte Nomentano” , dice Gino. “Ah, bene. Se permette, vengo anch’io” , fa lui che aveva cominciato appena a  disegnare  qualcosa , ma non aveva mai toccato i pennelli e i colori. Poi , insieme a Severini , Sironi , Costantini frequenterà  lo studio di Balla, il suo primo vero maestro; a Roma , dove avrà una sporadica collaborazione  con il periodico umoristico “Fanfulla” , fa una vita da bohémien , artistica vivace e divertente , ma sempre senza “palanche” in tasca , ospite presso la zia Colomba Boccioni Procida . Non diventerà giornalista , ma terrà la sua prima mostra di pittura , la mostra dei “rifiutati”, dove esibisce un repertorio ricco di tessiture luminose , un robusto plasticismo impostato su un libero uso di differenziate campiture divisionistiche , con chiaro riferimento alla pittura del Balla,   uno che “vedeva il soggetto dove altri vedono il nulla... Fu per me una grande fortuna incontrare un tale uomo, la cui direzione decise forse tutta la mia carriera. Fu lui a farci conoscere gli impressionisti francesi, i padri dell’arte moderna , i veri iniziatori del grande distacco dal passato . Con gli impressionisti le pietre, le piante , gli animali cominciano a cambiar forma e soprattutto colore, con loro si perde la profondità, ma si conquista un nuovo corpo, l’atmosfera. E , soprattutto , ci fece conoscere il Pointillisme di Seaurat , Signac , Pisarro, con il quale ultimo Balla aveva qualche analogia. Fu sempre lui a farci conoscere la grandezza di Giovanni Segantini , Pellizza da Volpedo, Gaetano Previati , i pittori  italiani, che elaborarono un’interpretazione originale per poetica e strumentazione espressiva del divisionismo francese.
Intanto a Roma si è trasferito anche il padre, Raffaele, che si innamora della bella e procace servetta della sorella , il che determinerà , di lì a poco, la definitiva rottura e separazione dalla moglie Cecilia. Per Umberto sarà un trauma terribile , ma non interromperà i rapporti con il padre, a differenza della sorella. Anzi, sarà proprio il padre a fargli conoscere Mataloni, noto illustratore e cartellonista, perché lo introduca in tale direzione, una professione molto remunerativa. Ma Boccioni , ormai ventenne, ha deciso che farà il pittore, l’artista, e insieme a Severini e Sironi frequenta tutte le scuole e i corsi possibili, finché si imbatte in Giacomo Balla , da poco tempo tornato da Parigi. , tutto penetrato di quelle atmosfere , di quell’arte innovativa, che trasmette ai suoi allievi. Da quel momento , Boccioni non fa che sognare  Parigi.
 
7 Parigi
E a Parigi  Boccioni  si recherà diverse volte ,  la prima volta nell’aprile 1906 ( in aprile , il mese più crudele, nascono tutti i grandi amori e gli addii ) , va abitare insieme a Sironi sulla riva sinistra della Senna, nel quartiere latino. Di Parigi Boccioni elenca tutti i cabaret , i ritrovi, i bordelli , si reca al Moulin de la Galette , per potervi dipingere un quadro alla Toulose Lautrec , osserva le danze sfrenate e sensuali, il movimento dinamizzato della città , espressione di un nuovo modo di relazionarsi sociale . A Parigi studia dal vero un cavallo da traino in riposo , decine e decine di disegni , forza, esplosione, colore , mistero, intensità, macerie,  musica dissonante, libertà, tormento e incanto . A  Parigi conosce la facoltosa signora Augusta Petrovna Popova, moglie di un funzionario dell’ambasciata russa , Berdinicov ( “La cara signora che mi aiuta a non fare del commercio e a poter studiare”)  con la quale avrà un lungo sodalizio  sentimentale da cui nascerà un figlio , Pietro Berdnicoff , che lui non vedrà mai,  e che alla fine si ritroverà senza il padre naturale (Boccioni morirà  nel 1916) e la madre  ( Augusta  morirà quattro anni dopo) . A Parigi farà le sue prime mostre da futurista e si scontrerà con il surrealista Apollinaire,     che dirà a chiare note essere la sua pittura sotto l’ascendente del “cubista”  Picasso , “l’artista  che oggi domina tutta la nuova pittura,  e non soltanto a Parigi ma nel mondo intero…aggiungendo  con ironia  che l’arte futurista “ fa sorridere un poco , qui a Parigi…”


8.San Pietroburgo .
Con la giovane e bella  aristocratica Augusta Popoff , e il di lei   marito Berdnicov , Umberto si recherà in Russia, “cavalier pittor servente” ,  per eseguire dei ritratti. Cinquemila chilometri attraverso la Francia, il Belgio, la Germania , la Polonia , e finalmente la Russia della prima sanguinosa rivoluzione del 1905 , un viaggio travagliato in cui il pittore rischia la vita prima di arrivare nella steppa, in posa davanti a una capanna di pastori calmucchi . Rimane di quel tempo il ritratto di Sofia Popova, la madre di Augusta , una luminosità accesa .timbrata sui colori complementari , e la stesura divisionista che anima di vibrazioni cromatiche le superfici materiche delle stoffe , delle pareti, degli oggetti , nel controluce che irradia e pone in stretta ed espressiva relazione  figura e ambiente”.E poi l’ultima sosta a San Pietroburgo, la finestra sull’europa , l’Ermitage, le madonne di Leonardo e Raffaello , dove è ospite di un professore universitario parente di Augusta e viene introdotto negli ambienti culturali e artistici della città.  “Qui a ottobre nevica già e i canali si ghiacciano. Il tram elettrico corre sull’acqua ghiacciata della Neva , il fiume grande, immenso, allo sbocco del quale sta Pietroburgo...”



9.Venezia.
Torna a Padova dalle sue amate donne , la madre, la sorella e Ines,le sue muse quotidiane che verranno successivamente ritratte nelle “Tre donne” , immerse in un vibrante pulviscolo atmosferico , una luce che trasfigura la loro corporeità, quasi un processo di smaterializzazione che si compie nel passaggio dalla solidità della madre alla figura fluente di Amelia  alla più eterea e distante di Ines (modella-amante),   ma è insofferente , non riesce a progredire in nulla , la sua arte ne soffre. “Le solite linee mi stancano, mi nauseano, sono stufo di campi e casette, il bosco, i visi rossi e forti , le membra dei lavoratori, i cavalli stanchi, ecc. tutto questo emporio di sentimentalismo moderno mi ha stancato, anzi tutta l’arte moderna mi pare vecchio . Voglio del nuovo espressivo , del formidabile …. Cerco, cerco, cerco e non trovo. Sento che voglio dipingere il nuovo , il frutto del nostro tempo industriale. Sono nauseato di vecchi muri, di vecchi palazzi , di vecchi motivi di reminiscenze : voglio avere sott’occhio la vita d’oggi…Sogno di dare ai miei quadri la forza suscitatrice della musica. Accennare con la forma ai voli dell’anima… 
Nell’aprile del 1907 è a Venezia dove si  iscrive alla Scuola libera del Nudo all’Accademia delle Belle Arti , ed è qui che si concreta il distacco dall’eredità di Balla. E’ qui , nella città dei Dogi , dove i ponti si reggono ad un filo di luce , che Boccioni carica la sua pennellata di  emozionalità , di venature che rivelano una sensibilità espressionista : le reti di luci e di intensità colorate che egli intreccia , conserva traccia dei nostri legami empatici con l’ambiente , si annuncia la pittura degli stati d’animo , il potenziale simbolico  intuito nella vibrazione luminosa del Balla , che troverà nell’esempio della pittura di Gaetano Previati , un termine essenziale di espansione, di cui ammira le opere nella Sala del Sogno alla Biennale di quell’anno , dove il maestro ferrarese esponeva il grandioso trittico “Il giorno” . Aveva già apprezzato le sue opere e quelle di Segantini nel mese scorso, a Parigi , nella Galleria d’Arte di Alberto Grubicy . Era rimasto incantato, affascinato dal risultato qualitativo , quell’uso della spezzatura del colore e della materia filamentosa lo impressionò molto. Desidera incontrarlo, parlarci, confrontarsi, ad ogni costo.  E lo farà di lì a poco, recandosi a Milano, dove vivrà la sua più intensa stagione artistica e umana.


10.Milano.
 Nel 1907,  Boccioni è a Milano, dove nel frattempo si sono trasferite la madre e la sorella, e anche Ines, la sua modella-amante.  Intanto va a Monaco, dove sosta una settimana e visita la mostra dei secessionisti , va a vedere le opere dei maestri nella Alte Pinakotehek (in particolare Durer , Segantini e Blocklin ) e ne rimane intensamente attratto, affascinato.
A Milano ,sotto la nuova torre del Filarete , riflette sulla sua arte, ma anche sul lavoro concreto nel campo dell’illustrazione. Tra il Broletto vecchio e la galleria Vittorio Emanuele II , ritrova Ines , - “Che modella straordinaria – scrive sul suo taccuino - , ogni movimento suscita un quadro . E’ una continua armonia di linee. Sembra una figura le cui linee che la compongono non debbano finire mai”-  e la immortale nel Romanzo di una cucitrice , dove risulta evidente la sua rinnovata tecnica del divisionismo e il tributo a Previati ,un tema che resterà nodale nella propria poetica: il rapporto relazionale tra figura e ambiente , tra interno ed esterno ,  e il gioco della luce che si concentra sul personaggio. A Milano Boccioni completa la sua formazione e  la sua maturazione , a Milano avverrà la sua esplosione artistica che ne farà uno dei padri del futurismo delle arti figurative.  Incontra Gaetano Previati  (“Con lui le forme  cominciano a parlare come  musica, i corpi aspirano a farsi atmosfera , spirito , e il soggetto è già pronto a trasformarsi in ‘stato d’animo’. E con le forme musicali , con i volumi spirituali e con il soggetto , stato d’animo, sono arrivato al nucleo centrale della pittura futurista”).  Carrà, Russolo, e, infine ,  Marinetti. “ Chi avrebbe mai potuto supporre che da quell’incontro sarebbero nate poi tante cose? – annota Carrà. “ Nessuno di noi aveva la più lontana percezione di quello che sarebbe accaduto.” Milano è la scultura, la vera meta del futurismo, ritorna il tema del Cavallo e del Cavaliere , un tema antiquato e retorico che Boccioni fa diventare nuovo, progressista, con superfici rotanti, iperboli, parabole, ellissi, anse gorghi mulinelli che plasmano, che cagliano che solidificano lo spazio delle onde elettromagnetiche o della pulsazioni della vita organica .E’ il  passo decisivo verso la concretezza spaziale .



 11. Verona
Verona, città ortogonale , scacchiera nell’ansa dell’Adige, la città del mito dell’amore eterno, Giulietta e Romeo, delle più belle piazze d’Italia , di San Zeno e Santa Liberata , di Can Grande della Scala e del Veronese , di Adelchi, Alboino e Salgari , che descriverà il 15 aprile 1890 , per il giornale locale ,  il Wild West Show, il circo fantastico di Buffalo Bill , che aveva sposato una’italo americana di origine veronese ,Luisa Federici .
La fatal Verona,  la città in cui morì Umberto Boccioni , per una caduta di cavallo, a 34 anni , venti giorni dopo essere stato  richiamato alle armi  . La mattina del 24 luglio 1916 , a Milano , gli avevano detto, ”Devi raggiungere  il Chievo, che è poco fuori Verona . Là è di stanza il 29° Reggimento d'Artiglieria da Campagna, al quale sei  stato assegnato.  Al  Chievo, una manciata di case in riva all'Adige, un sobborgo ai limiti d'un territorio vasto, in gran parte pianeggiante, prescelto per le manovre del  Reggimento, la sua cavalla Vermiglia , per un incontro fortuito con un autocarro al passaggio a livello, imbizzarrisce, scarta, lo disarciona, lui batte la testa violentemente contro i sassi della strada , sviene e rimane impigliato con un piede nella staffa.
«Perché non andiamo tutti insieme a fare un giro a cavallo?” , lo avevano invitato i signori Ufficiali, sapendo chi era. E lui aveva chiesto il permesso al Sergente Piovarolo, che gliela aveva concesso, ma in disparte aveva detto agli Ufficiali,  l’artigliere  Boccioni monta da poco. Non sa cavalcare. Vi prego di stargli al fianco.” Ma quando Vermiglia lo disarciona non c’è nessuno di loro . Chissà quante ore rimane il povero Boccioni con il piede sinistro imprigionato nella staffa!
Vermiglia ,  la metafora rossa del cavallo gigantesco de  «La città sale», il cavallo simbolo di progresso , di crescita urbana ed economica , vortice di movimento e luce , resa dinamica di un’emozione, sequenza di lampi , uno dei primi quadri-simbolo del futurismo , aveva posto fine , involontariamente, alla sua esistenza ,  ma il fatto è che lui – avrebbe detto Apollinaire con uno  spietato cinismo “'c'est un chevalier novice'.
Lo trova una contadina che lavora in un campo , vede Vermiglia, scorge il corpo in grigioverde, inerte, che la cavalla trascina, accorre e chiama i famigliari. Lo adagiano sul ciglio della strada. Poi, con un'automobile, lo trasportano all'Ospedale Militare di Verona. Ma è troppo tardi. Muore mentre si spande il primo chiarore del giorno nuovo: il 17 agosto 1916.
E pensare che a Verona viveva  Amelia Boccioni , con Guido Callegari , suo marito. “Che fortuna , - aveva detto all’amico Carlo Carrà , con cui si era arruolato insieme ad altri futuristi l’anno prima nel Battaglione dei Volontari Ciclisti, - potrò andare qualche volta a casa di mia sorella, e ne sarà felice nostra madre.
«Lo vedo ancora là sulla strada – dirà Carrà ricordando l’amico- ,  al margine di un isolotto di luce elettrica, fra larghe ombre sdraiate a lui d'intorno, nella immensità della notte. Mi parlava delle ore prime della nostra fraternità, quando la sera, a lavoro finito, ci si rimescolava l'anima nei problemi estetici. Si sentiva entrambi che c'eravamo negli ultimi tempi troppo tormentati; e avremmo voluto scaricare tutto il tenero che ci gonfiava di commozione in quella sua vigilia di partenza...»  C’erano tanti altri amici futuristi sotto le armi a Verona, come Russolo . E poi Erba, e Sant'Elia, decorato da pochi giorni della Medaglia d'Argento. Erano tutti ufficiali. Lui no. E’ semplice artigliere.
Ma lui , che era stato uno dei fondatori del futurismo, uno dei più accaniti sostenitori,  era ancora futurista? ,  le sue ultime opere sembravano una vera e propria abiura al  futurismo, la sua idea sulla guerra era radicalmente mutata.
Palazzeschi , che gli fu amico fino al “prodigio della confidenza” dice  che Boccioni non rinnegò se stesso, né la sua pittura ;  la sua stessa natura gli avrebbe impedito di farlo.  La sua ambizione  era di fare la storia mediante un lavoro prodigioso di scoperta,  e questa scoperta per lui non aveva limiti. Con quelle sue ultime opere , con quella pittura di marca cezanniana non poteva arrivare da nessuna parte , forse voleva tornare alla propria origine impressionista per costruire un trampolino di lancio e attingere nuova lena per una più audace e sicura conquista. Aveva detto in precedenza , “Non si può reagire contro la fugacità dell’impressionismo  se non superandolo. Piuttosto che tornare indietro siamo pronti a distruggere tutto e a rifare agli angoli dei sobborghi le barricate impressioniste”.  L’incontentabilità e l’implacabilità del suo spirito sinceramente rivoluzionario non gli concedevano soste o tregua , detestava l’aurea mediocrità, considerava il mediocre peggio ancora del cattivo, e una comoda posizione da pensionato la riteneva addirittura vergognosa. 
In guerra vuole essere uno dei tanti , un semplice artigliere e non accetta favoritismi. Poco prima di morire aveva scritto  all’amico  Vico Baer, “Mi hanno chiamato al Comando per mettermi "per deferenza" , come mi han detto,  negli uffici. Ho cortesemente rifiutato dichiarando di voler fare il mio dovere in batteria. Anzi ho detto che per il prossimo sorteggio per i bombardieri (qui tutti hanno il terrore di questo sorteggio) tengano nota di me. Mi dissero con gentile premura di... non forzare il mio destino.

E quello stesso giorno, mercoledì 16 agosto , del fatale incidente a cavallo aveva scritto  una cartolina a Margherita Sarfatti, uno dei suoi tempestosi amori che non duravano mai molto (“Sensuale, al suo calore rispondeva facilmente la simpatia delle donne, ma erano quasi tutti amori brevi, la fiamma si spegneva presto e il tepore della cenere calda gli appariva intollerabile”, scrive Palazzaschi) , dicendole che  grazie ai suoi  superiori , che erano di “una estrema cortesia” , lui era “sempre a cavallo”  , e ciò lo rendeva felice. Ed ecco che lo vediamo  in una vecchia foto in groppa al cavallo da tiro sellato , è un sogno che Boccioni aveva accarezzato  lungamente e finora invano nella vita, non soltanto quando andava con Marinetti all'ippodromo milanese a studiarvi il dinamismo dei cavalli in corsa, non soltanto quando, agl'inizi, si esercitava disegnandone l'anatomia, ma da sempre , da quando era bambino e subiva il fascino del cavallo, che era forza, energia, moto, impeto, bellezza, mistero, sogno .” Nessuno lo può fermare”.
Anche Vermiglia  non si era potuta fermare , in quel  punto in cui la strada incrocia la ferrovia, con le sbarre alzate,  il passaggio a livello, la curva , il fracasso , i clacson , i cantieri lontani , i fari di un autocarro , il “progresso” da lui descritto nel suo grande quadro nel Museum of Modern Art Simon Guggenheim Fund  di New York ,  quasi una profezia. La cavalla si spaventa, scarta, si blocca, avanza, scarta ancora. Lui stringe la presa delle sue gambe ,preme con gli speroni contro fianchi della giumenta, ma non c’è niente che possa fermarla ;  Vermiglia  s'impenna e lo disarciona, batte violentemente la testa , ma troveranno altre ferite gravi anche al petto. Ma  prima di morire aveva scritto nel suo taccuino l'arte e la guerra appartengono a differenti sfere del sentire e dell'agire umani , devono rimaner distinte: nel senso che «l'arte è sempre al di sopra , e la guerra non la tocca».

mercoledì 8 febbraio 2012

Camillo Sbarbaro

CAMILLO SBARBARO   POETA DEL DESERTO   
Di Augusto Benemeglio

1.     I  licheni
Ecco  Camillo Sbarbaro, con la sua vita tenacemente appartata, con la sua solitudine da cercatore di licheni , con la sua esistenza immobile , eccolo il cantore di Pianissmo, il cantore di Trucioli , dare senso , dignità  e storia ad una condizione da minimo, da esiliato, da estraneo , da emarginato, da “frammento” ,che è in realtà la sua  grande lezione morale e letteraria di un italiano anomalo che  s’affaccio nel deserto della sua anima :“Nel deserto/io guardo con asciutti occhi me stesso”,  
Ma in realtà  – dice Carlo Bo – Sbarbaro non aveva nè lezioni da prendere , nè da dare, la sua scuola era diversa da tutte le scuole , non aveva pareti, non aveva maestri all'infuori della sua sensibilità, né gli interessavano i viaggi, tant’è che non si allontanò mai dalla sua terra, la Liguria: «Si fanno a un tavolo d'osteria i più meravigliosi viaggi»
La poesia – diceva  Bo - può essere pietra, fiore, arbusto o lichene: il compito è andare a cercarla, a coglierla, a estrarla, a catalogarla in un lento recupero, con un assiduo lavoro, con intensa ricerca e farsi contagiare. E il “marinaio” Sbarbaro,   salvato da un tremendo naufragio, travolto dalle tempeste, sballottato qua e là dalle onde, avvilito per l'umano stato di impotenza davanti alle forze della natura, ormai esausto e quasi annullato,  finì  per sentirsi quasi un privilegiato nel poter ancora avere tra le mani quelle misere rimanenze, quelle poche cose che s'erano salvate e potevano diventare simboli , strumenti  per difendersi dal mondo, per trasformare la diffidenza di un poeta in un ricercatore di licheni di riconosciuta fama internazionale, un poeta in simbiosi con la natura inerte: «Forse mi vado mineralizzando. Già il mio occhio è di vetro, da tanto non piango; e il cuore, un ciottolo pesante»
A chi , come Montale, gli chiedeva  perché i licheni , lui diceva che gli interessavano come forma negletta-povera- di vita, minimizzando la sua competenza specifica: “Sui licheni scrissi fin troppo, sempre cercando una spiegazione a questo hobby; nessuna conoscenza specifica, solo curiosità, piacere visivo, simpatia: la stessa che mi fa avvicinare tutto quello che non è vistoso, per gli altri senza importanza, misero».
 In una fredda giornata di dicembre del 1966,  poco prima di morire ,  Sbarbaro raccolse l'ultimo lichene, il Theolocarpon robustum Eitner, sulle rocce della stradina che da casa sua , a Spotorno , portava in campagna: per staccarlo con il suo scalpellino si arrampicò sulle pietre e scivolò. Era anziano, aveva settantotto anni.
Fu così grande la paura che contrassegnò con una croce il pacchetto contenente quell'ultimo lichene.  «La vita è disperazione perché non si lascia cogliere nel suo senso ultimo... la contemplazione è alla fine il solo modo di possesso che sia concesso alle creature» E poi concluse:  «In due casi il mio amore per i licheni soffre eclissi: quando sono innamorato e quando scrivo. Vide giusto allora chi senza conoscermi lo diagnosticò una forma di disperazione».
Nel suo eremo, il miracolo dei licheni, ("una muffa più un fungo", "due debolezze che fanno una forza") fu ciò che lo tenne radicato alla terra: per non sentirsi solo, per evocare un amore, perché  "in ogni lichene riconosceva una vita fraterna".

2.Il silenzio dell’anima

 Ecco Sbarbaro, uno che visse in discrezione e povertà  (aveva quattro libri, un tavolo, un letto ,  non volle mai nessuna comodità nella sua piccola casa  di Spotorno , in cui visse  ,spartanamente ,con la massima frugalità, insieme alla sorella  Clelia).
Ecco Sbarbaro, uno che  regalava meraviglie  per gli occhi di chi sa vedere , per chi sa sentire le cose col cuore , ma anche per chi cerca la verità nuda , un modo spoglio di esistere , senza illusioni .
Se andate al Museo di Scienze Naturali di Genova , ritroverete  la ricchezza infinita del suo erbario  e il suo ineffabile ritratto  di  uomo , scienziato e poeta  “minimo”, vivo testimone del nostro tempo ,  in costante lotta , tutta interiore , per immunizzarsi dai bla bla , dalle sirene della vita circostante , fino ad arrivare al momento del tacere, al momento del silenzio , da  perfetto eremita ; eccolo  davanti allo spettacolo  “minimale”  delle poche cose  che erano  davanti alla sua  casa, dove ascoltava  il silenzio dell’anima ,  il silenzio del mondo,  l’estraneazione  da  tutto , da sé e dalle cose, dal presente , dal passato e dal futuro , in una  condizione irrevocabile  , senza vie d’uscita. Eccolo , dinanzi al suo grande deserto: “ Taci, anima stanca di godere/ e di soffrire// Nessuna voce tua odo //come il corpo, ammutolita// in          questo grande deserto “


3.Leopardi e Baudelaire

Non vuole fornire analisi o diagnosi eppure inspiegabilmente il suo sgomento del vivere, il suo male di vivere, sarà  fonte di contagio per tanti dopo di lui, a partire da Montale. La linearità della sua poesia esprime una sorta di estraneità radicale alla vita, quasi un enigma minuziosamente ideato e composto, una misteriosa contemplazione senza contrasti e senza giudizi
Pianissimo è la morte dell’anima , è l’impossibilità di stabilire relazioni col mondo assumendo tutto ciò come fatto indiscutibile, con la severità ed assolutezza di una spietata autocoscienza: “ Tutta la mia vita è nei miei occhi / Ogni cosa che passa la commuove/ come debole vento un’acqua morta/. Io sono come uno specchio rassegnato/che riflette ogni cosa per la via./ In me stesso non guardo perché nulla / vi troverei.
Sembra che faccia una lugubre , spoglia , una secca meditazione della poetica di Leopardi con lo stile e la tradizione classica dei decadenti francesi , a partire da  Baudelaire,ma con accenti più rigorosi e disincantati. 
In realtà, qui, il centro dell'ispirazione  è l'amore del "resto", dello "scarto", la poesia degli uomini falliti e delle cose irrimediabilmente oscure e mancate: bolle di sapone, épaves, trascurabili apparenze, arsi paesaggi, strade fuori mano...«Sulla vertebra nuda della strada, sui monti calvi e calcinati l'aridità s'accanisce: e gli spruzzi di schiume amare del mare sono lo specchio di una simbolica vicenda personale».

4.  Restare giovani è scordare

Ecco Sbarbaro  dal discorso fatalmente  interrotto, frantumato , residuale , ecco Sbarbaro che vedeva un  mondo dove gli altri non vedevano nulla , o faticavano a veder qualcosa di interessante e, ecco Sbarbaro che non derogò mai  dalla sua intima connessione, dalla sua linea spezzata , uno  che pose a fondamento della sua poesia l'essenzialità e la purezza, e un suo incanto misterioso, in un mondo senza significato.:  Ognuno resta con la sua sperduta / felicità, un po’ stupito e solo, / pel mondo vuoto di significato».
A chi gli chiedeva  se era contento di sé,  Sbarbaro rispondeva con ironia: «... Io sono, per quel che è dato, un uomo felice perché non ho mai fatto nulla nella mia vita di faticoso , di sofferto , di costretto ;  ho fatto tutto  con mio piacere; e sono un uomo anche ricco, avendo più di quanto mi abbisogna..». In piena epoca di boom economico ( anni ’60) non aveva niente : né  telefono , né televisione , né frigorifero Sbarbaro amava l'isolamento nel quale viveva e non voleva assolutamente venisse turbato. La vita modesta affondava nelle sue radici, aveva tutto ciò che desiderava.  Un buon caffè, una passeggiata per procurarsi le verdure che più gradiva, pesce buono, ogni tanto una colazione a Borgio Verezzi, e voleva pagare tutto, non voleva favori perché – diceva - . solo ciò che non si paga costa . E gli amici? “Amico è con chi puoi stare in silenzio . Raramente lo vedi seduto , aveva sempre qualcosa da fare: nella vita – diceva - come in tram quando ti siedi è il capolinea .
  Ha attraversato la vita senza lasciarsi cambiare: le convinzioni son rimaste le stesse, senza cedimenti, senza rinnegare mai la propria natura, "a lui bastava il vivere com'era, talvolta crudele e spesso amaro"; superò i momenti peggiori, le crisi depressive, con la consapevolezza che «nella vita come in trincea alzi la testa e fischiano le pallottole», con l'amara considerazione che «restare giovani è la memoria che via a via si spoglia da sé dell'ombra, non ritiene che attimi di luce: una fiammata di papaveri, l'assolo di una cicala... restare giovani è scordare».
Ecco   Camillo Sbarbaro ,  voce nuda  e scabra della Liguria, poeta minimo, poeta dimenticato, che cerca di superare il lampo istantaneo, la sospensione, lo stupore , il rinvenire la propria esistenza nell’incontro con la propria terra, il “truciolo”, il sughero che galleggia nell’incerto mare, la scia della nave, lo sforzo d’ali:«Mi tocco per sentir se sono. / E l'essere e il non essere come l'acqua/e il cielo di quel lago si confondono»:
Eccolo, Sbarbaro che si specchia per l’ultima volta nel paesaggio arido della Liguria ( “questa  aridità mi sostenta//ma per dissolvermi”) , eccolo nel suo deserto, filo d’erba, lucertola, sasso, eccolo ad inseguire “la  vita che sfugge incompresa//se la parola che daccapo la vive non l’arresta e non ne esprime un suo volto”
Roma,  8 luglio 2011

Il Museo del giocattolo di Zagarolo

IL GIOCATTOLO  DI ZAGAROLO

 

Nelle sale del prestigioso Palazzo Rospigliosi di Zagarolo , - che  ospita una delle più  importanti mostre permanenti del Giocattolo al  mondo , - si è celebrata  domenica , 10 gennaio u.s., -   la seconda edizione del  Premio Internazionale d'arte a tema  "Il giocattolo". La Giuria  ,  composta  dall’insigne artista  Gino Guida ( presidente) , Marcello Mariani,  Presidente dell’Istituzione Palazzo Rospigliosi , Giovanni Pescatori, direttore del Museo del  Giocattolo, Augusto Benemeglio, scrittore e critico d’arte , e  Francesco Zero , direttore artistico del Concorso, vera anima della manifestazione , che ha coordinato  i lavori con scrupolosa e appassionata , quanto  sensibile , intelligente, abile sagacia professionale ,  ha premiato , all’unanimità, i seguenti artisti, fra i 56 che hanno partecipato al concorso( Le motivazioni critiche sono state redatte da Augusto Benemeglio):

Anna Addamiano, per l’opera “ I funamboli” in cui si ritrova la  freschezza e il palpito della  fiaba , con figure-simboli , fatte di carta colorata , che si muovono nella spazio come sogni colorati, figure che rievocano un poco il lirismo fiabesco di uno Chagall , permeate di sentimento del colore, di senso della libertà , di ingenuità, stupore ed emozione sincera.

Yun  Jung Seo , per l’opera  “ Treno bianco” , scultura in legno  ricca di leggerezza e dinamismo , con “fratture “di luce verticale  che  richiamano alla mente i parallelepipidi  di uno dei padri della minimal art,  Donald Judd con  la sua aura mistica, pur nel linguaggio  concettuale, matematico, impersonale  e conciso tipico del minimalismo.  

Claudio  Spoletini con  “Fabbricato in Italia” , con le sue  architetture   dell’industria da primo novecento quasi monocromi  e la profusione di colori  grigi ,freddi, monotoni e quasi schematici , che improvvisamente s’accendono  in una sorta di geometria dei sogni contrassegnata dal colore   delle botteghe dei giocattoli con la loro squillante cromia, quasi un processo di liberazione.

 Natalia Repina , con “Le bambole della nonna”,  di stampo romance-simbolista, che nella loro raffinata eleganza e delicatezza dei toni cromatici e i valori  poetici   richiamano alla mente un po’ Maria Laurencin ( allieva di Picasso) con le sue  pennellate morbide e soffuse , le sue creature malinconiche  e  dolci,  più vicine al sogno che alla realtà. Ma richiamano anche un po’ , per l’impianto,  le maschere grottesche di Ensor .

 Giovanni Giordano , con  GIOCANDO SOGNANDO realizza una pittura teatrale che ricorda  Gianfilippo Usellini. Anche lui dispone figure e cose nella scatola magica del quadro come se le collocasse su un palcoscenico e poi intesse intorno a loro le fila di un racconto, lasciando intuire un prima e un dopo e, soprattutto, presagire un “oltre”. La pittura, allora, diventa  letteratura , narrazione visiva. teatro di immagini, ma anche fatto morale, metafisica , religiosità.


LORENZ PSENNER  CON  “BARBIE E IL BAMBINO” ,  IN CUI sono compresenti  ELEMENTI FIGURATIVI E ASTRATTI , sempre alla  RICERCA DI UNA SINTESI PERFETTA  TRA LE FORME E I COLORI , TRA LA LUCE E IL DISEGNO ,  UN GIOCO ALLUSIVO TRA PASSATO , PRESENTE  E FUTURO . Un FORTE IMPATTO EMOTIVO CHE  RICORDA ENZO CUCCHI e le opere dei neo-espressionisti , MA CON UNA VISIONE PIU’ LIRICA E MEDITATA SULL’ESISTENZA. OPERE TALORA RICCHE DI SIMBOLI VISIONARI E MISTERIOSI.

FRANCESCO VARESANO CON  "IL SEGRETO E’ RESTARE UN PO’ BAMBINI E CONTINUARE A GIOCARE"
LIGHT BOX IN LEGNO DI RECUPERO ILLUMINATO INTERNAMENTE DA 4 TUBI AL NEON. Opera minimalista che si lascia apprezzare   per l’idea-origine  , la disarmante semplicità,   che è  il cuore del pensiero di una  poetica che assume appunto il nome di concettuale .