lunedì 5 dicembre 2011

RFFAELLO BALDINI IL POETA DEL SILENZIO

RAFFAELLO BALDINI

IL POETA DEL SILENZIO


                                             DI AUGUSTO BENEMEGLIO


Poeta paradossale , Raffaello Baldini, che ci ha lasciato da poco , un poeta che non amava parlare , proprio perché sentiva il peso e la qualità di ogni parola , era un uomo riservato che amava il silenzio. “
Zitti tutti “ s’intitola un sua piece teatrale,
“Zitto” ,   una delle sue prime poesie
 e nella prefazione alla sua piece troviamo scritto:
“Ci accorgiamo che nessuno vuole ascoltare , nessuno”
Ascoltare è difficile ,
ascoltare è sempre un po’ diventare l’altro e uno si difende, così, per istinto
“Non si finisce mai di imparare./
Il cinque di spade non dovevo metterlo su. /
 adesso il tre di bastoni /
non lo tiro fuori più
L’intento del poeta è quello di allegare una serie di documenti attraverso i quali  esemplificare la condizione dell’uomo vinto dalla paura,
umiliato dalla vecchiaia, tormentato dalla nevrosi.

E’ una vera e proprio epica del fallimento,
quella che si compone lungo le pagine delle sue raccolte di poesie.
Il suo parlare era tutto nei suoi libri, dove liberava se stesso e la propria
memoria.
La sua arte è fondata su una successione ritmica affannosa
e su una musicalità pregna di suggestioni,
che aveva il potere di trasformare la chiacchiera, il monologo interiore,
la piccola vicenda del quotidiano, in momenti simbolici affascinanti.

Quando lo ascoltavi recitare una sua poesia - scrive Franco Loi -  avevi sempre
l’impressione di trovarti davanti ad un uomo che interpretava una doppia parte
, di autore e personaggio insieme
e avvertivi che tu stesso eri parte di quella recita,
quella nevrosi che vedevi risuonare nell’aria era anche la tua,
era un’entrare nelle allucinazioni di un mondo e capire che quello
era anche il tuo mondo, anche se la voce era estranea e le vicende sembravano  apparentemente che non ti riguardassero;

era uno scorre di parole che non aveva fine,
come onde che si susseguono e s’accavallano ,
e quando sembrano essere assorbite dalla spiaggia – una qualsiasi  spiaggia – invece ritornano , si rincorrono ancora, riprendono l’inseguimento di qualcosa che è più dentro di loro e non fuori, qualcosa che non dà requie e la cui  parola allude sempre a qualcos’altro.

Quei dubbi e quelle inquietudini che Baldini aveva prima di salire sul palco ,
insieme alla magia della sua lingua  e di quella bella musica, ti incatenavano
alla sedia;  
ascoltavi un uomo che ti diceva la tua vita
e lo faceva con il suo occhio bonario, il suo sorriso disarmato e ironico insieme,
la sua intelligenza che sembrava sempre aspettare una parola dagli altri.
Siamo in attesa che lui
ritorni,
come accade nelle sue poesia, che quando tutto sembra finito, si
ricomincia,
c’è sempre qualcosa da dire.
La poesia di Baldini – scrive Franco Loi –
era un teatro drammatico del nostro tempo e le sue parole parevano uscire a fatica pur essendo copiose.
Il suo primo libro di poesie , è "soliteri " , il solitario
Ti travolgeva con il suo dire , con la sua ricchezza della sua sensibilità
allegorica, con quei suoi monologhi che svisceravano ansie, dubbi, contraddizioni della nostra umanità senza speranza.
Era silenzio, l'arte del silenzio.  
È stato uno dei maestri del Silenzio ,
uno dei maggiori poeti contemporanei
ma pochissimo letto e per nulla ascoltato.

                     Roma, 6.12.2011

K e le donne

Kafka e le donne

di Augusto Benemeglio


1. K. e Julia
Inizio d'estate 1919, a Praga, in un salone di modista.
K rivede la giovane e attraente Julie Wohryzek, che aveva conosciuto a Schelsen  (vicino a Liboch ) , in febbraio, presso la pensione Studl , dove soggiornavano, entrambi affetti da tbc ( “E’ una bella ragazza che spero sia soltanto un poco malata”) . In fotografia , Julie sembra seria e compita , ma in realtà doveva essere un peperino. K. la descrive così: "Innamorata del cinema, delle operette e commedie , della cipria e dei veli, padrona di una quantità inesauribile e irrefrenabile delle più sfacciate espressioni di gergo, in complesso molto ignorante, più allegra che triste, insignificante come, poniamo, il moscerino che vola contro la mia lampada"
In realtà , K. è affascinato dalla vitalità e spensieratezza di Julie , con lei si diverte molto (non ha mai riso così tanto) e le chiede di sposarlo  Lei è piuttosto restìa , ma K insiste e la convince .Fissano la cerimonia per novembre
Appena ne viene a conoscenza Hermann Kafka , il padre di K, gli dice: "Sei proprio un imbecille!, quella ha indossato una camicetta che la faceva carina , le ebree di Praga se ne intendono , ha rialzato un poco le gonne , quell'oca nauseabonda , e tu hai perso la testa , hai deciso naturalmente di sposarla. E il più in fretta possibile, vero? Fra una settimana, domani, oggi!...non sai far di meglio che sposare una prima venuta?...Non ci sono altre combinazioni?..."
K. è come tramortito, fulminato dalla sua spaventosa preveggenza… Sette anni prima, nella "Condanna", aveva messo in bocca al vecchio Bendemann esattamente le stesse parole a proposito della fidanzata del figlio George!!!


 2.K. e Milena
A Praga corrono voci infamanti sulla giovanissima Milena Jesenskà, figlia di un docente universitario. Si dice che sia una drogata e una lesbica. Il padre la fa rinchiudere in in Istituto religioso, ma lei scappa e va a vivere con un certo Ernst Pollack, impiegato di banca un po' scapestrato, che frequenta ambienti pseudo letterari. Il prof. Jesensky rintraccia la figlia e la fa rinchiudere in una clinica psichiatrica, dichiarandola pazza. Milena ne esce nove mesi dopo e , ormai maggiorenne , sposa Pollack, vanno a vivere a Vienna , arrabbattandosi
alla meno peggio. Scrive articoli di cronaca su alcune riviste , dà lezioni di ceco e si lancia nelle traduzioni. Vorrebbe tradurre in ceco "Il fuochista" , che è il pretesto delle prime lettere tra K e Milena, allora ventitreenne , mentre K ne ha trentasette e le scriverà moltissime lettere d'amore:
" Amore è per me il fatto che tu sei...che tu esisti... ...In te sento la vita che mi tende la mano...tu sei per me un principio, una luce nella tenebra...”
Si scrivono a lungo senza vedersi, anzi K esita a lungo prima di conoscerla di persona..teme che la realtà distrugga l'immagine ideale che si è forgiato di Milena…Ma l'incontro ci sarà , a Vienna, il 30 giugno 1921. Si vedranno qualche altra volta... Ma le lettere subito dopo si diradano;  per K , che è gravemente malato, l'amore diventa motivo di ulteriore sofferenza...Non osa più aprire le lettere di lei ,infine la supplica di non scriverle più...Sarà la sua Frieda ne “ Il Castello”, una sorta di Beatrice...(kafkiana , naturalmente ).

3. K e Felice Bauer
K aveva conosciuto Felice Bauer il 13 agosto 1912, il giorno in cui si era recato a casa di Brod , il suo amico-editore , per un’ultima supervisione al manoscritto del suo primo libro , “Meditazione” . Probabilmente era stato  lo stesso amico Max che l’aveva  fatta venire , da Berlino , affinchè conoscesse Franz che gli
aveva confidato le sue riflessioni sul matrimonio. “Lo dice anche il Talmud : Un uomo senza donna non è una creatura umana” . Un mese dopo ha già deciso di sposarla, e le propone di andare in vacanza con lui, in Palestina,   nonostante una prima impressione del tutto negativa  ( “Viso ossuto e vuoto, portamento da domestica, vestita alla casalinga, naso quasi rotto , capelli biondi e lisci, senza attrattiva , mento robusto, denti orribili.”) che non trova giustificazioni nelle immagini fotografiche della ragazza.  Si fidanzano, si scrivono tante lettere , ma il rapporto rimane sterile , totalmente sterile dal punto di vista della
creazione. “Come potresti amarmi, io che sono l’essere più inetto, più disperso, più incerto”. Sei mesi intensi di corrispondenza  in cui K confessa che la sua salute è appena sufficiente per se stesso, ma non lo è per sposarsi e men che meno per avere dei figli . Cerca di preparare Felice a sentire cose ancora più gravi e in marzo del 1913 si reca più volte a Berlino con l’intenzione di dirle tutto. Dopo aver incontrato , per la prima volta, i genitori della sua fidanzata, -che mostra "una languida indifferenza" , - K capisce che il loro rapporto è agli sgoccioli. Le lettere si diradano, i sentimenti si intiepidiscono, tutto sembra esaurirsi. Ma K. , quasi a voler forzare il destino , propone a Felice il matrimonio , quale " ampliamento ed elevazione delle loro esistenze". E' la fine di maggio del 1913, ma a Luglio ci ha già ripensato e chiede alla fidanzata di dimenticarlo , di " guarire da lui" . E si stupisce quando lei risponde che vuole tentare "l'impossibile" , che vuole "farsi carico di questa croce" . Le dice: " Ma non capisci che se vivessimo insieme diventerei un pazzo pericoloso che bisognerebbe bruciare?... Il suo problema non sta nell'impossibilità di essere marito e padre , ma nel conciliare matrimonio e sessualità, quella "scoppiata sessualità delle donne, che è la loro impurità naturale".. e " il coito quale punizione della felicità di stare insieme .
Vivere possibilmente da asceta , più asceta di uno scapolo, questa per me è l'unica possibilità di sopportare il matrimonio". A Felice aveva già confessato che "il vero oggetto della mia paura - non si potrebbe dire o sentire una cosa peggiore – “è che non potrò mai possederti, Felice. Mi limiterò a baciare , come un cane forsennatamente fedele, la tua mano distrattamente abbandonata"... Eppure c'è chi , come Elias Canetti, ipotizza  che K. abbia avuto un figlio segreto da Greta Bloch, amica intima di Felice , che si era prestata come intermediaria per salvare il loro rapporto in crisi.
4. K e Gerti Wasner
Nel giugno 1913, K parte per l’Italia: Trieste, Venezia, Verona, e infine Riva del Garda, al sanatorio del dottor von Hartungen. Da sempre, anche prima di ammalarsi seriamente, K ama soggiornare  in questo genere di stabilimenti, solitamente situati in mezzo al verde, luoghi di riposo più che di cura con clientela piuttosto agiata , vita mondana che lui osserva con occhio ironico, dame molto belle, sole , annoiate, amori effimeri. A Riva, K si infatua  di una giovanissima fanciulla svizzera , Gerti Wasner, che vive a Genova.  E lo scrive a Felice: “Al sanatorio mi sono innamorato di una fanciulla, una bambina  più o meno di diciotto anni , non è particolarmente matura eppure è piena di valore nonostante un carattere morboso , è veramente profonda. Ma forse per destare la mia attenzione nello stato di vuoto e desolazione nel quale mi trovavo sarebbe bastata una fanciulla molto più insignificante “.
K non menzionerà mai il nome della ragazza, ma fornisce dati che fanno risalire facilmente a lei. Del resto tutto il loro rapporto amoroso consisteva  in una discussione a colpi convenzionale , tra una camera e l’altra, qualche saluto dalla finestra, ascoltare qualche colpo di tosse o qualche lieve canto prima del sonno.

(continua)

Umberto Saba e l'ammiraglio Borbonico


L'ammiraglio borbonico e il poeta Saba


di Augusto Benemeglio


1.Vedi,  caro figliolo , il  vecchio Saba  non credeva nel futuro , era un solitario e un pessimista  incallito  come lo erano   tutti  i vecchi del villaggio triestino che  “ hanno  il tabacco./Hanno il vino rosso ./ A pochi passi il temuto cimitero. Ed io /  (non quello temo, ai vinti unico pio) /avrei dovuto guarire /, sottrarmi un farmaco letale ; /caricarmi di pesi sempre più gravi /- ed è questa - lo so, la legge della vita; /darmi , promettevano, in cambio , essi, una festa /, essi, i miei buoni amici.  Perché/  tutto ti concendono i buoni ,  e non la morte”.

2.Ma il vecchio Saba  era  anche  una miscela di vibrazioni contrastanti , dicotomiche ,  in lui c’era bontà e sdegno , infinita capacità di comprensione  e 
un alto tasso di permalosità   e rancore ,  assoluta incapacità  nell’ accettare critiche , ingenuità  e ironia ,  furia e dolcezza .  Era vulnerabile , predisposto alla malinconia  e  alla sofferenza ,  ma aveva una forte coscienza morale , orgoglio, fierezza ,  amor proprio,  molta  considerazione di sé stesso, oggi si direbbe   grande  autostima e forse ce ne voleva  assai  in un tempo  in cui la sua poesia rimaneva ai margini  e doveva dibattersi tra i vari miti dell’epoca  ,  dannunzianesimo , futurismo ,  ermetismo  e poi ancora i vociani , con Papini  e Prezzolini  ai quali “ io appena o mai piacqui . Ero fra lor di un’altra specie ”. Anche dopo la seconda guerra mondiale dovette confrontarsi con i movimenti  della “ Ronda” , del novecentismo e dello stesso ermetismo , ai quali  rimase estraneo ( “E’ tardi. Affronto lieto il gelo/ di fuori. Ho in cuore di una vita il canto/ dove il sangue  fu sangue, il pianto pianto.”)
Lui era  per la linea  semplice e diretta , la linea del cuore ,   per una  lirica forte come una quercia e pura   come acqua di fonte  , che s’accostava a Leopardi   e 
e  non solo per il pessimismo ,    “o     per lo  stile   e     la  ‘capa’”,  le    due linee a cui arrivano molti poeti ,  -  amava dire Salvatore Di Giacomo- ,  ma   perché la sua poesia  è soprattutto  cuore. ..

3.Per “Bertin” , come lo chiamava la santa madre ,   le ragioni del cuore non dovevano mai venir meno , e ad esse   egli   non ha mai sacrificato la tecnica e la ricerca formale…Ma tu vuoi sapere della sua vita, vero? 
Certo non fu facile, anzi....Fin dal concepimento incappò in un padre , che di  cognome faceva Poli  e di nome faceva  , - come scrisse  il mio Trilussa, -    " fijo de na mignotta",    un padre che non esitò  ad abbandonare  la  moglie,    -  una  ragazza ebrea  minuta ,  graziosa , carina  ,ricciuta e con un’infinita capacità di sacrificio e sopportazione ( come tutti gli ebrei) ,  proprio  nel momento più difficile  e delicato,   quando stava per dargli un figlio , che fu battezzato  Umberto Poli  , all'anagrafe,  ma appena crebbe  (male)  ed ebbe coscienza di essere figlio di tale padre la prima cosa che fece  Bertin  fu quella
di cambiare il cognome ,  adottandone uno simbolico , (Saba, in ebraico vale per “ pane” ) ,  in omaggio all'eroica piccola madre ebrea. Il piccolo Bertin fece vita inquieta agitata sofferta e assai grama, del resto non poteva essere altrimenti,  cresciuto nel ghetto , senza padre, sotto lo sguardo apprensivo e geloso della madre che per mantenerlo fece tutti i mestieri più umili , dalla  sguattera alla lavandaia a ore. E tutto  ciò  si rifletterà inevitabilmente sulla sua poesia    ( che cos'è la poesia se non il deposito, la stratificazione di materiale  il più vario e disparato , idee religiose , sociali, politiche che si va ad adagiare dentro di te chissà dove come in una cisterna ,  una sentina e poi  , attraverso le forme , subiscono una decantazione;  alla fine  quando vai a pescare , tiri su  il tutto filtrato e mica lo sai bene quel che viene fuori…boh!) .Quelle miserie,  quel freddo,  quell'angoscia, quelle  privazioni, quelle umiliazioni , quella ghettizazzione, insieme ad altre cose  sociali politiche culturali   hanno costituito il materiale della poesia di Saba ,  che  intanto  dovette  subito cominciar a guadagnare  per aiutare la baracca  e dato che viveva in un grande porto franco, appena potè s'imbarco su un cargo  come mozzo;   più tardi   (siamo nel 1907  e Trieste non è ancora italiana)  gli venne l'idea balzana di arruolarsi nell'esercito italiano (  dieci anni più tardi , durante la prima guerra mondiale , si rifiuterà  di imbracciare il moschetto e rischierà di brutto d’essere fucilato ) e cominciò a leggere  disordinatamente libri su libri , tutto quel che gli capitava sotto gli occhi, e poi cominciò a studiare letteratura italiana , francese e tedesca ,  sempre da autodidatta  (  Saba aveva fatto studi irregolari , frequentando solo per poco tempo il ginnasio e l’accademia di commercio e nautica ; ufficialmente conseguirà solo la licenza  elementare) .Dopo la guerra mise su quella che diventerà la  famosa libreria da antiquario  “Saba” , con gabbiette di canarini  , vaschette  e  fiori di lillà,  e con quel mestiere visse per tutta la vita sua tribolata , sempre discretamente angosciato -  per sua natura -  “discemm inscì” -  ma l'ansia si fece disperata e l' angoscia insostenibile quando furono emanate  le leggi razziali contro gli ebrei. 

4.Allora dovette scapparsene a Parigi   ( Paris è sempre  Paris,   anche nell'aiutare i perseguitati) e pianse e meditò a lungo sulla riva destra  della Senna sul tedesco lurco che tutto gli aveva strappato;   fece per un periodo anche vita da clochard,   preso da una  disperata malinconia di tipo astenico, ma poi si scosse e si disse ma tu guarda  che mona sei, Bertin!   Star  qui sotto i ponti di  Parigi a fare  il barbone , mentre la Linuccia  mia e  tutta la famiglia se ne sta in Italia con  rischi e pericoli  terribili  ( la moglie Linuccia non era ebrea,  ma insomma ,  era sempre moglie di un ebreo e  non si sape mai come va a finire con   “fasisti e  todesch!”) e così tornò in Italia e andò sul  lungoarno, a Firenze , dov'era Eusebio  Montale,  a poetare e cantare e se lo portò a casa , si travestì  da Scarpia , come aveva sempre desiderato ,  e gli  cantò un’aria della Tosca con la sua bella voce da baritono mancato.   Montale aveva un talento tutto speciale nello scovare i letterati triestini  ( dopo Svevo,  anche Saba  l'aveva scoperto lui,  diceva lui ,  ma  gli interessati negarono , dissero che non era vero, nell’un come nell’altro caso,  tant’è che  Saba  prese sempre le distanze dal poeta ligure e anche dagli  altri “ ermetici” , che si incontravano nei caffè alla moda per rifare il verso ai vari “maudit franciosi” ) .

5.Dopo la cantata  della “Tosca” ,   Montale era al settimo cielo, ma  Bertin  cominciò a bestemmiare piano piano e fitto fitto ,  in triestino  purissimo ,  e non la finiva mai.  Ce l'aveva  giustamente contro il lurco tedesco e il fascista abietto che tutto gli avevano  tolto,  alla fine  pianse  come un bambino, povero Saba!.   Allora quel mona di  Eusebio  per consolarlo gli disse :   Bertin ,  tu sei un grande poeta,  devi saper reagire,  l’Italia ha bisogno di te , belin d’un belin! Ma più che il discorso patriottico  poterono gli americani   e  di lì a poco , con   la fine  della  seconda guerra mondiale ,  Umberto potè tornare a Trieste... nella sua amatissima libreria,  che era il suo mondo e fortunatamente era rimasta in piedi.  Seguirono anni sereni.  Fumava la  pipa, riceveva gli amici  ( pochi) e  gli allievi (molti)  con i quali faceva  un po’ il Socrate , anche per quanto riguarda certe usanze tipicamente greche   nel rapporto con i fanciulli ,  ma capitava che venissero a trovarlo da ogni parte d'Italia e del mondo. Un  giorno venne un  vecchissimo gentiluomo  di stampo borbonico,   l’ammiraglio napoletano  Salvatore Ruggero   De Michelis ,  e gli disse caro   Saba ,  voi siete un gran poeta   e mi piacete assai   perchè siete così  quieto sereno dimesso umile;  sì, è vero ,  ogni tanto siete  ‘nu poco malinconico  , ma la vostra malinconia è cordiale , aggraziata ; forse avete pure ‘nu  poco di travaglio , è vero? - vedo che dite di sì  con la  capa, caro Saba –  ma  il vostro  è un  travaglio cordiale  e  anche la vostra sofferenza  è  accussì cordiale… E poi , vivaddio!,   parlate di cose che riguardano tutti noi, del senso della giovinezza che si brucia in un volo, dell'aria,  della luce che ci sta intorno e del movimento , e del sole  e del vento  di Trieste e una donna ; e  fate tutto con semplicità, senza  quella presunzione  che mostrano  tanti colleghi vostri che si credono più intelligenti di voi perché nun se capisce quel che dicono    e dicono  sotto sotto   - scusate, neh! -  che il Saba è  ‘nu coglione ,  ‘nu mona, come dite voi, a Trieste...e dicono che siete anche ‘nu poco pedofilo , ‘nzomma che  vi piacciono i mamminielli …Ppe  mmeve  i gusti so’ gusti e vanno rispettati,  e poi o’ffacevano i greci e i romani…’Nzomma, don Umbè , ‘na cosa è certa .    Su di voi si sbagliano , que’ criticoni , e di grosso ,  ve lo dice uno che di uomini s'intende ,  i coglioni sono loro , voi  siete un vero poeta perché  esprimete una vera emozione umana...che è anche un’idea di pace , di  liberazione  dai bisogni, di progresso.  Mi compiaccio con voi! Lasciate che vi stringa la mano.

6. Voi siete  il vero  poeta italiano, perché come ha detto un critico che ne sape assai assai più di me , voi siete un ritorno dello spirito, o meglio dell’anima, alla sua sacra semplicità “.     
Saba diventò rosso come un peperone e dalla sua tristezza muta e insuperabile solitudine non seppe  dire altro che grazie.  Avrebbe voluto dirgli tante cose, che la vera eguaglianza e giustizia umana non è data dal benessere , né dal progresso, ma dalla coscienza di tutto il dolore “necessario”, avrebbe voluto dirgli che lui stava sempre in crisi,  era sempre  travagliato ,  sull'orlo di una crisi di nervi perenne , era sempre sul filo del rasoio, aveva mille mali dentro e 
fuori,  spesso era preda di una vera e propria disperazione...Ma poi pensò all'onore che gli faceva l'ammiraglio  borbonico, pensò che era stato generoso, e gli fece un bel sorriso buono. Posso offrirle una birra, ammiraglio? disse. Il borbonico disse no,  grazie , caro Saba, devo andare a trovare un mio collega austriaco , ma voglio dirvi  ancora una volta che amo la vostra poesia proprio perchè è buona e generosa come la nostra terra del Sud , sapete io sono di origine  pugliese  e il canto pugliese  è un canto semplice, nudo,  sobrio ,  dedicato alle cose vere, alle cose che contano nella vita, agli affetti familiari, agli amici, al cielo, al mare, alla luna, agli uccelli dell'aria...Vi saluto , caro Saba e  vi prego di ossequiarmi  la  vostra cara Linuccia e  “li cardilli”.

Roma, 5.12.2011

"Oltreverso" di Doris Emilia Bragagnini

OLTREVERSO
il latte sulla porta
di DORIS EMILIA BRAGAGNINI



di Augusto Benemeglio


1. La Pantera

Non leggete Oltreverso (il latte sulla porta) di Doris Emilia Bragagnini se non amate l’enigma, il rischio, il labirinto, i voli alla Icaro e le cadute, terribili, dello spirito, la vibrazione dei cieli più bassi; non lo leggete se non amate i viaggi, gli smarrimenti dell’io (“attraverso i versi mi cerco, cerco di trovare tracce di me”) e il mare, che è innanzitutto uno stato d’animo, un’inclinazione emotiva, una vocazione congenita alla propria natura. Non lo leggete se non amate i giochi di memoria e le sue vertigini, il latte, i gatti e i felini nobili, soprattutto la “Pantera” di Rilke, che è, secondo l’autrice, la chiave di volta delle liriche, dove più si riconosce (…”quel lampo – dice Doris – che solo per un attimo squarcia il velo sulla pupilla e poi si smorza nel cuore, io lo avverto quando scrivo, solo allora comprendo che “forse” per un attimo esisto”).
Se si va nei seminterrati della sua anima (Chiamo docili le ore/ lumi di lusinghe instabili/ corde rotte di violino /- gatti da tacere – / a mani sulla bocca- vds.pag.27), o nelle sue oscillazioni e “inclinazioni di luce” (Potesse uscire/questo squarcio eterno/ arrotolarsi su se stesso e scorrere / come varco tra le nuvole/ inclinazione di luce in bilico – vds.pag.39), è facile trovarsi davanti alla Sfinge di Edipo perché la sua poesia è fatta di oggetti linguistici-emotivi (“Quando uso una parola, essa simbolicamente assume la forma dell’immagine che vorrei rendere, cerco di fletterne il senso alla mia decisione”), è un rischiare tutto a una sorta di roulette russa della propria ricerca esistenziale, è un arrampicarsi sugli alberi per vedere l’effetto che fa (veder meglio l’orizzonte, o avvicinarsi di più al cielo?); è farsi oracoli involontari, o fare gli indovini di se stessi, e leggere nelle pieghe delle tue mani-versi i profili oscillanti del tuo futuro, che è poi il futuro dell’Umanità.

2. La Parola




“Contro il silenzio e il rumore invento la Parola, libertà che si inventa e mi inventa ogni giorno”, scrive Octavio Paz, e la Bragagnini lo segue come una fedele allieva. La sua è una poesia solitaria, per solitari, spiriti aristocratici, che non cercano la complicità delle passioni, ma la lampada che ti guida all’ingresso del sogno, la bilancia che pesa la verità e il desiderio, l’osso fiorito per attraversare “un labirinto da tradurre/ quella morsa attorno al collo/ come ciondolo di morte” (vds.pag.73).
E’ la poesia della solitudine, dell’insonnia, della sterilità, della frammentazione, della disgregazione, della morte. Che non ha paura delle trappole, delle insidie, delle mani vuote, dei movimenti delle nubi, del tremore degli alberi, dello stupore dello spazio, degli assoluti, dell’eternità con i suoi angeli e demoni. L’inferno e il paradiso stanno già su questa terra. Nessuna chiesa, nessun partito, nessuna ideologia, e persino l’erotismo, il grande feticcio del nostro secolo freddo e crudele, salva dalla distanza, dalla dissolvenza, dall’autodistruzione: “… e se spingo sull’orecchio, dove si annida il fiato/ una colata a bassa distorsione non risparmia – accordi osceni -/ corde d’ultimo piacere i nostri vincoli, il mio succhiare spago/ che sfilaccia di sapore lungo l’argine che ci siamo dati” (vds.pag.88) // tu vieni e sverni, dentro le fessure della mia levigata inapparenza / un lampo d’improvviso, fame, a incupirti gli occhi/ diagonali di controllo in briglie un po’ allentate, scioglimenti al ruolo/ sotto ciglia di ragazzo, pronto a mietere respiri (vds.pag.88).
Eppure questa poesia “oltre verso” che va oltre tutte le lacerazioni, gli incroci sui binari, i salti nel buio e i fiumi rossi, questa poesia fatta di parole “contro”, che è senza frastuoni e priva d’ogni retorica, sempre sul filo del rasoio tantrico-poetico-funzionale, questa poesia fedele ai passi cronologici e ai singoli livelli di crescita, non è mai fine a se stessa; si fa ponte fragile di parole, mediazione, diventa voce del linguaggio, particella di realtà e verità osservabile, che è di tutti e di nessuno, dimensione metafisica tra qui e un “altrove” misterioso. E per un attimo, chissà, forse ti svela quale sia il sentiero da percorrere, la porta o il pertugio, la via di fuga da attraversare, il punto meno buio, il fosfeno che si accende nella tenebra e ti conduce là dov’è – forse – la vita vera.

3. La Voce
In “Oltreverso” tutto, in realtà, si riduce a voce, voce appena percettibile, di un destino che è misterioso, come il mare, lo sguardo di un bambino, la mano esitante di un vecchio che vorrebbe carezzare o artigliare l’ultimo istante (Credo sia questo essere poeti, – dice l’autrice – aver ricevuto con il dna il dono o la dannazione di un modo di sentire le cose che, per quanto mi riguarda, ho sempre inteso scorticante, l’inflazionato “senza pelle”).
Ma qualsivoglia nome vogliamo dare a questa voce – ispirazione, inconscio, azzardo, accidente, rivelazione – essa rimane la voce di ciò che è altro. E così la sua diventa una vera e propria voce nuova, originale, inaspettata, inattesa, quasi non voluta ma necessaria, ed ecco il suo “Verso oltre verso”, che nessuna chiesa, nessun partito, nessun sindacato, nessuno Stato può aver interesse a diffondere (ogni Governo ammazza almeno un poeta al giorno, diceva, più o meno, Apollinaire), trova la sua via, il suo spazio, il suo centro e la sua vitale esistenza nel mondo spazzatura – ma con qualche oasi – di Internet, con i suoi blog, i suoi link, i suoi url, i suoi account, etc. Questo mondo virtuale, di cui nessuno può fare a meno nella nostra civiltà, accoglie questa voce dispersa che si fa vaso libro letto disco lampada lapis ritratto musica chiodo tempio vivo, immagine nuda con tutte le sue ferite, le cicatrici, le deturpazioni, i lampi di violenza, le stelle e la polvere, con tutta la sua feroce implacabilità. “ Fu necessario che il guardare artistico – scrive Rilke alla moglie Clara, scultrice – trovasse prima l’animo di scorgere l’esistente anche in ciò che orribile e in apparenza solo ripugnante; quell’esistente che ha gli stessi diritti di ogni altro esistente”. All’artista non è dato di scegliere, ed ecco allora apparire una sorta di cadavere profanato, senza gioielli, privo di ornamenti, coperto solo di poesie (… come una marea/ che – liscia e liscia -/ passi questa tomba scabra/ come bocca disseccata e / a nulla vale il latte sulla porta -vds.pag.82). Tutto il suo corpo ormai è solo scrittura, e va “verso” qualcosa, in una direzione che può essere liquidazione e distruzione, o barlume di speranza, non lo sappiamo ma tutto ciò è bello da vedere e da seguire come un sentiero di canti lungo il fortino rosso, come un albero-dio con un nome immortale, e una corona di spine nel punto più alto: “Nel nido più alto/ lo squarcio nel cielo/ induce al raggiro/ che io torni e traduca / il verso oltre verso”- (vds.pag23).

4. Il mare
Quello di Doris è un viaggio di ritorno dalla Lontananza-Dimenticanza, dall’Oblio, dalla Memoria della propria Itaca, luogo nel quale non si è mai realmente stati, né mai partiti; è andar per mare senza saper navigare, né nuotare, è prendere il timone con gli occhi bendati e attraversare uno stretto senza carte né fari, entrare “nell’onda bugiarda/ di velieri agitati/ Che torna e ti prende/ mi trattiene e mi squassa/ il mio cuore è una pista in un mare di ghiaccio/ dove in pattini d’oro / tu mi solchi e io vivo (vds.pag.23).
E’ arrivata in un punto imprecisato dell’immenso mare dell’esistenza, in quel giro di boa, dove un cambio di rotta ti vira la vita, dove un segno anelato nel buio della notte le appare. Ed è lì che l’aspetta qualcuno o qualcosa di fatale e irrevocabile, che unisce e divide, che divora e respinge, che fa veleggiare illusioni e sprofondare emozioni, che imbarca passeggeri di amori clandestini e getta a riva sogni d’impossibili passioni. Succede sempre così quando il cuore raggiunge il livello del mare. Ti trovi tra l’abisso e la luce, tra la fuga e lo stallo, dove spesso l’amore diventa dolore (e io bevevo palpiti/ stagioni di germogli/ lampare modulanti e fiotti di veleno/ per riprodurti immenso/ maestrale del mio volo/ sussurro da ingoiare / un divenire muto – vds.pag.24).

5. La complice
Ho conosciuto Doris frequentando quell’immenso scenario-palcoscenico globale, quella planetaria mensa mediatica che è face book, diventato ormai luogo di tutti i destini incrociati. E’ una donna intensamente bella e fragile, sensibile e spietata, fatta di comunione amorosa e bisturi, di rêverie dell’insonnia leggera, di quella materia ardente e impalpabile di cui son fatti i sogni, una donna elegante, di arpeggi leggeri e bassi arrotondati, stile profondo rosso, ritratto e volo, ciclo notturno, crisi finale, congedo dal suo fantasma notturno, incubo di fiati e cadute nell’inferno, perseguitata, dilaniata, straziata ogni notte dall’angelo terribile, tremendo di Rilke (…”E così mi trattengo e serro in gola il richiamo / dell’oscuro singulto”), una donna che ha le stimmate impresse della poesia, che è conoscenza dell’altrove, ma anche bisogno del divenire. Poesia è “lo slacciare dei non voglio… tremula certezza/ che d’amore brucia/ Tormento dell’ardire/… rosa acuminata/ rossore che divora/ tramonto che non cola” – (vds.pag.26). Ma poesia è anche facoltà di essere nelle cose che riesci a percepire nella loro pienezza, essere tu stessa una cosa sola, formare un tutt’uno con lo spazio, un’unione conoscitiva in una nuova forma verticale, essere continuamente sballottata nelle ascese e nelle cadute dell’anima. La poesia non è scrivania – diceva Carrieri – e tanto meno carta… “/ produce gelo fuoco/ e un certo vuoto…/ La poesia è in alto/ e anche in basso/ dove crescono semi/ fiumi e vermi”. Doris lancia sassi da tutte le parti, “le sue poesie, i suoi corsivi graffiano i vetri e la superficie delle cose e lasciano segni forti, incisivi, è implacabile e spietata, ma soprattutto con se stessa”. E’ come il poeta di Borges. Deve essere la Complice di se stessa, la croce e i chiodi mentre viene crocifissa, il calice e la cicuta mentre beve il veleno, il fuoco e l’inferno mentre brucia, deve giustificare tutto ciò che la ferisce, bere il fiele e dire: “Com’è dolce questo fiele/ gronda sensi e mani strette/ segni ai palmi di un resistere/ che assale, stringe il petto/ Un sorso solo, non un lamento/ bocca offerta con sorriso di ciliegie / ultimo bacio freddo al cielo / di tormento già concluso (vds. pag.28)”.

6. Il latte sulla porta
“Quando scrivo – dice Doris – “è come cercare di lasciarmi sovrapporre/abbracciare dalla mia immagine nuda in uno specchio”, e ciò mi rimanda con la memoria a Rilke, a Parigi, stupito, scosso dinanzi all’autoritratto di Cezanne, in cui il grande pittore francese si era guardato allo specchio senza interpretare la sua espressione, o guardarla con superiorità, ma aveva ripetuto se stesso con la più umile fedele partecipe oggettività che può avere un cane che si vede nello specchio e pensa: là c’è un altro cane. Doris non cerca di abbellire se stessa, né adornare la propria spiritualità, si descrive com’è, come farebbe una Emily Dickinson dei nostri tempi (“sono piccola come lo scricciolo, con i capelli di un castano intenso, color della lappa, mentre gli occhi hanno la sfumatura dello sherry rimasto sul fondo del bicchiere degli ospiti”), e che tuttavia, pur rimanendo tappata nella sua stanza, senza voler incontrare nessuno, farebbe uso anche lei del computer, e magari si farebbe un blog tutto suo, come Doris, e cercherebbe dei contatti con altre persone sensibili, con i frequentatori di quel nulla infinito e misterioso che è la poesia (“Se leggo un libro e mi sento gelare in tutto il corpo così che nessun fuoco mi può scaldare, allora so che quella è poesia. Se provo la sensazione che mi scoperchino la testa, allora so che quella è poesia”), anche lei, come la Bragagnini, lascerebbe il latte sulla porta dell’”Oltreverso”, un invito ad entrare, o a far uscire chi è già dentro (Emily, chiusa nella sua stanza, aveva un topo che le rodeva il fegato, Doris tanti spettri ibseniani). Il latte sulla porta forse come esca, come gioco doloroso, sottile inganno, ma anche come simbolo perenne di maternità, di nutrimento, di creatività femminile.

7. I critici di oggi
Anche Emily avrebbe tutta una serie di “amici”, sensibili come lei, poeti, musicisti, artisti, funamboli dello spirito, che però non avrebbe mai voluto incontrare “fisicamente”, e non per timidezza, ma per pudore di se stessa, per non dover deludere le loro aspettative. E tuttavia avrebbe dato loro costante testimonianza d’affetto e di estrema delicatezza inviando loro dei doni dello spirito, poesie e i fiori del suo giardino. Così fa Doris, che ama molto questi amici del web e non potrebbe fare a meno di loro. Ama i loro ciao sorridenti, le loro impressioni, i loro consigli, le loro critiche: “Doris è nuda e pura: c’è tanta pulizia nelle sue cose”; “E’senza falsi pudori o ipocrisie”; “Sente forte l’anelito della libertà, risale una china sempre difficile e impervia, va all’osso dell’osso delle cose, le scarnifica, vuole la verità”; “La sua poesia è armonia, è musica, la scelta raffinata che fa dei vocaboli, rappresenta un vero e proprio elogio della parola, la sua è una ricerca continua, incessante, un carillon di parole, in cerca della Verità”. Oggi questa è la critica moderna, non quella paludata dei convegni e dei simposi letterari. Viene fatta al volo salendo sulla giostra del web dagli stessi poeti, scrittori, artisti navigatori, esploratori di Poesia e Bellezza. Questo tipo di critica può diventare (in alcuni casi già lo è) un vero e proprio atto creativo, stimolante e illuminante. Leggiamo, ad esempio, quel che scrive Paola Puzzo Sagrado: “La sua è Poesia d’istinto che, a un certo punto, accade! Vera, inesorabile e senza sconti. Per leggerla bisogna essere disposti a lasciarsi travolgere in un vortice, a esplorare tutti i toni del rosso, a bruciarsi e, non di rado, a tagliarsi. Doris è anche maestra del tocco. Capace di rallentare il tempo, di indirizzare la mente sul gesto, di affilare al massimo il verso nella sensualissima e femminile, perenne e strenua lotta tra passione e gelo”.
E Abele Longo: “ Il corpo, mappa e universo, è sfiorato da una panoramica di dettagli e primissimi piani. Centro che si stacca dalla sua gravità. Più che il vagheggiamento di una fuga, un contrappunto che si libera nell’anima. La “pelle” da schermo che protegge si fa organo a se stante. Portata alle sue conseguenze più estreme, la lacerazione/squarcio da cui prendere il volo. Una sfida sempre aperta, il coraggio di essere sempre altro, come consiglia lei stessa. L’abbandonarsi alla vertigine della curva, alle “pieghe infinite” (Deleuze): “piega su piega, piega secondo piega”. La poesia che si manifesta nella bellezza di un frutto – senza scorza – “.

8. Da London a Weil
Spesso i nostri giorni sono una rete di comuni miserie ma Doris li sa tramutare, trasfigurare nell’oro della sua ombra, nel fiore silenzioso di un giardino spento, in una pausa della luce, nel palpito di vocali, nella trasparenza di uno sguardo (“Me ne andrò… (ma sì)/ dietro un velo d’organza/ con lo sguardo redento/ estromessa dal gioco – vds.pag.76). Certe volte essere tempo e memoria è una condanna, la storia diventa punizione, c’è l’ingiustizia di “ essere”, di vedere intorno a se le cose che soffrono nella loro solitudine e nel loro abbandono. E anche lei soffre con le cose la privazione di sé (… potrei morirmi tra le braccia – ora -/ tanto stringo quanto manca/ soffocando di parole inerti/ restituendo al mondo quanto non ho tolto – vds. pag.90). Certe notti diventano sangue, oro avorio, notti da lupi nelle sue mani (… l’andirivieni della notte con i suoi alterni opali/ pasti indotti, di una giovane falena// tendimi la pelle/ fanne un tamburo per giorni muti – vds.pag.82). Nella sua poesia che attinge alla sentina della sua coscienza-memoria-anima e del suo patrimonio culturale c’è un po’ di tutto, da London e il ritorno all’istinto, la lotta dell’individuo contro le leggi giuste e violente della natura e della società (Erano i giorni delle unghie scheggiate / tra gli spazi tanto freddo e / il ruvidore precipitava l’ululo… vds.pag.83), a certi incipit che ricordano il Pavese di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi “, (“ Sarà come lavarmi il viso/ sorprendere di fresco gli occhi chiusi/ e sbatterli di nuovo (e ancora) menta fino al verde – vds.pag.91). In alcuni versi c’è addirittura un ché della musicalità pascoliana, con tutto il suo male cosmico che illumina le cose, e in altri ancora ritrovi quegli splendenti inferni joyciani, nei suoni che catturano la sera, nel destino d’inventare incubi alla Poe, che temeva l’ombra amorosa in cui i suoni catturano la sera, o il richiamo alla “Talpa” di Kafka, e quello delle grandi anoressiche d’ogni tempo, a partire da Antigone, “ragazzina che emette acuti lamenti, come un uccello impazzito”, la “murata viva”, la guardiana dei valori, che sfida le leggi promulgate dal potere politico in nome di un’altra legge, quella naturale, non scritta, ereditata dagli antenati o Elisabetta d’Austria, la famosa “Sissi” (…”Avreste forse l’audacia/ di credere di potermi avere?/ Mortale è il mio freddo ardore/ e io danzo sui cadaveri”), Silvya Platt (“Morire /è – come ogni cosa – un’arte/ ed io la pratico mirabilmente) e, infine, Simon Weil, col suo ostinato rigore mistico e rivoluzionario che riscatta la dignità e il valore degli ultimi, i derelitti, gli operai delle fabbriche, così come lei, Doris, conferisce dignità alla Poesia usando gli strumenti dell’autenticità, intensità, coraggio, ma anche estrema umiltà (non lo sapevo allora/ lo credevo malattia, vincolo segreto/ da scontare in mimetica d’assalto:/ il grembiule d’ordinanza – vds.pag.94).

9. Conclusione
In poesia, – scrive Paz -, la tecnica si chiama morale, non manipolazione, ma passione e ascetismo. E il vero poeta parla con gli altri quando parla con se stesso, ed è tutto ciò che fa Doris. La sua poesia è difficile? I suoi testi sono talora ermetici? E’ vero. Per compiersi, hanno bisogno dell’intervento di un lettore atto a decifrarli, ma ciò vale anche per i testi “aperti”, c’è sempre bisogno di un “appoggio di meditazione”. Chiunque “apra” una poesia in cerca di “questo” o “quello” trova sempre un’altra cosa. Capiterà anche a coloro che leggeranno questa silloge. Perché il testo, qualunque sia, esige l’abolizione del poeta che lo scrive e la nascita del nuovo poeta che lo legge, il lettore.
Mesi fa avevo scritto a Doris che le due citazioni in epigrafe di Tina Modotti e, soprattutto quella di Rilke, mi sembravano una sorta di dichiarazione d’intenti, una delle possibili chiavi di lettura. Due personalità appartate, introverse, d’animo nobile, con gravi scompensi d’ordine esistenziale. Avevo poi soggiunto che avrei parlato volentieri dei suoi versi, non da critico (“niente di peggio che la critica per un poeta!), ma da fraterno lettore che, però, non fa sconti. In fondo ogni lettore è un altro poeta; e ogni testo poetico un altro testo. E la poesia non è di chi la scrive, come aveva detto Massimo Troisi nel “Postino”, ma di chi gli “serve”. Forse nei suoi versi si troverà la drammatica urgenza di Rilke nel cercare di salvare l’uomo dalle sue cose immonde, per scoprire, alla fine, che l’unico modo per salvarlo è quello di trasferirlo in un invisibile “spazio interiore ” identificato e difeso dal verso poetico. Insomma, una spirale, cara Doris. La tua poesia arde senza bruciarsi, è coraggiosa, talora spietata, fino all’autodistruzione, una lotta continua con te stessa e l’altra te stessa, ma è una poesia vera, umana, nobile, pura, fraterna, di una suprema grazia ed eleganza, un abito in trasparenza, pur nel dolore. Dell’esito dell’”Oltreverso” nessuno può dire, né del latte sulla porta. “Verso dove,/ verso quali regni,/ verso quale libertà andate e ci portate?”. Ma una cosa può e deve consolarti, come dice Pessoa: “ Tutto vale la pena, se l’anima non è angusta// E tutto se ne va in autunno, nella tenerezza indifferente dell’autunno”…


       Roma, 5. 12 dicembre 2011 Augusto Benemeglio