lunedì 25 giugno 2012

COME LE MOSCHE di Flavio Carnevale




                                                                      COME LE MOSCHE

                                                                     DI FLAVIO CARNEVALE

 
Zona di confine tra Zambia e Malawi

C’e’ qualcosa di familiare qui, questo è certo.
Ricordi lontani che sanno di polvere e spezie, scritti in qualche angolo delle mie eliche accanto al sapore di sambussa, al ritmo dei tamburi, alla paura del fuoco e del leone.

Fiero di questa mia diversità dal maschio medio europeo mi ero anche abituato ai pullman africani a lunga percorrenza, siluri strapieni che sfrecciano a 160 chilometri orari lungo strade senza protezioni. Ero abituato alla scomodità, agli stop sotto il sole, ai venditori nelle soste, ai predicatori urlanti, ai mendicanti, al pianto ininterrotto dei bambini, alla puzza di pulcini caricati dai passeggeri mista a sudore, mais, cipolla, alici, carne cruda frollata al sole, uova sode, merda e banane.

Non ero pronto però ad un taxi abusivo di frontiera, che porta da Chipata in Zambia al confine col Malawi.

Salgo e a fatica trattengo la borsa dicendogli che contiene un oggetto fragile e la terrò sulle gambe. 20 mila kwacha a testa, contrattati partendo da 80. Sale il secondo, poi una signora enorme e la sua amica. Tutti e quattro dietro, schiacciati

come sardine nella loro bara di latta.

Accanto al guidatore un uomo sulla cinquantina, di ritorno in Malawi. Il driver accende il motore e grida qualcosa ad un omone con la maglia del south africa football, che prende ed entra davanti con i due.

Sette, con borse e valigie. Viaggiamo sul semiasse, ad ogni buca salgono fitte alla schiena già provata da migliaia di chilometri percorsi in jeep e bus.

Attraversa la strada e si ferma, scende, prende una manciata di soldi da un tizio che si mette alla guida al posto suo.

Un sasso che rimbalza su un torrente di asfalto: è iniziata la folle corsa.

Gli altri 6 sconosciuti non sono preoccupati della velocità, dello slittamento in curva, dei freni che non reggono. Discutono vivacemente delle prossime elezioni, dei partiti di opposizione, di soprusi, brogli, corruzione, malgoverno.

In un’altra situazione sorriderei a queste dichiarazioni di uguaglianza sentendomi amaramente più vicino a casa, ma devo preparare il respiro alla prossima curva ed al prossimo sorpasso.

Nel mezzo di un rettilineo il driver tira con forza i freni ed il suono ruvido del ferro sui dischi mi fa distogliere lo sguardo dal parabrezza. C’è una buca enorme che dobbiamo aggirare, attraverso l’adesivo nero lacero del mio finestrino che malamente mi nasconde dai controlli della polizia osservo due telai di automobili,
perfettamente ripuliti come ossa al passaggio di sciacalli con le chiavi inglesi.

Mi chiedo quale sia stato il destino dei passeggeri, senza ospedali, antibiotici o antidolorifici.

Oltre il confine la popolazione locale li avrebbe spogliati e derubati mentre supplicavano aiuto.

Una decina di minuti ancora ed inizio a vedere la colonna dei tir fermi in attesa del visto in uscita.

Provengono dalle miniere, con il rame caricato in piastre quadre e sorvegliato con le armi o quello estratto in pesanti blocchi e lasciato scoperto ed incustodito perché difficile da rubare.

Ci sono poi carichi con rame in blocchi misteriosamente coperto da teli, che affrontano la frontiera con un’autorizzazione in busta chiusa passata sotto i normali documenti di trasporto, una manciata di dollari per strappare via da questa terra metalli ancora più preziosi.

Superiamo la colonna e ci fermiamo davanti alla frontiera, apro lo sportello e quattro braccia mi bloccano sul sedile agitandomi in faccia mazzi di kwacha malawiani.

Change! Change!

Non devo cambiare, mi verranno a prendere oltre il confine. Non devo cambiare.

Non mi danno ascolto.

Apro a fatica lo sportello contro quattro uomini: occhi rossi, pupille lucide, basterebbe la loro puzza di birra qui per ubriacarsi, digiuni e sotto il sole. Continuano a starmi addosso, mi frenano, ad ogni passo li stacco di qualche centimetro ma ritornano,

come le mosche sugli occhi dei neonati.

Mi fermo, allargo le braccia e li spingo via. Sono offesi ora, agitano le mani, mi gridano contro nel loro inglese impastato. Arriva un quinto uomo e veste i panni del mio salvatore, mi affianca, mi cinge il collo con un braccio e grida loro di lasciarmi stare, guidandomi verso l’ingresso degli uffici di frontiera.

Ora è lui a controllare il mio passo, mi frena, mi chiede.

Dall’Europa? Io voglio venire con te, amico, tu mi devi aiutare. Io ho aiutato te, ora mi devi dire: cosa fai tu per me? Come devo fare per venire in Italia?

La stretta al collo è forte, sono stanco del viaggio e di queste violazioni, stanco di stare attento a tutto.

Prendi un aereo.

Allenta la presa un attimo e mi libero allungando i passi verso gli uffici. Varco il suo limite d’azione perché smette di seguirmi per non oltrepassare una linea invisibile, urlando una lunga serie di imprecazioni in Bemba intercalate dalla parola musungu, uomo pallido.

Passaporto, libretto vaccinazioni. Modulo d’uscita, modulo d’ingresso. Il bagno è fuori, devi farla in un solco nel cemento che termina in una buca maleodorante.

Quattro uomini seduti all’ombra di un telo arrostiscono carne. Il braciere è un fusto di metallo tagliato a metà e la griglia è il radiatore preso da un vecchio frigorifero. Il profumo di barbecue mi toglie la nausea e mi chiedo se i ratti arrostiti sono così invitanti. Il vento mi sputa una manciata di terra rossa negli occhi. Un sacchetto di plastica sfondato vola come una manica a vento impazzita.

Non c’è nessuno ad aspettarmi. Traffico e disordini nella capitale, dovrò raggiungerla coi mezzi locali.

Dovevo cambiare i soldi.

Speriamo di trovare un taxi che mi porti alla fermata del pullman…



IL CIMITERO DELLE TERMITI.

Ci vogliono 20 ore per raggiungere Lufubu a bordo di un tir, partendo da Lusaka e percorrendo un migliaio di chilometri verso nord-est, fino a trovarsi separati dal Congo solamente dall’omonimo fiume.
Ancora mi stupisco di quanto sia buia l’intera nazione, alle 5 del mattino le uniche luci nella capitale restano quelle dei veicoli che soffiano avanti le tenebre illuminando una popolazione notturna che si muove agilmente nell’oscurità.

I bambini ancora dormono con le loro madri ma tra due ore, come cacciatori di tesori, rovisteranno alla ricerca di buste, bottiglie di plastica, borchie di auto e tutto quello che potrà essere riciclato.

Il ragazzo e l’uomo cieco torneranno a mendicare al semaforo vicino Barclays e i venditori si prepareranno all’arrivo del traffico rifornendo i loro espositori con ricariche telefoniche, lettori mp3 da auto, soft drink ghiacciati, stura lavandini, accendini, cibo, profumi per abitacolo.

L’odore della notte è soffocato da quello acre dei cumuli di rifiuti appena bruciati e dai bus locali che vomitano fumi densi e neri.

Il cimitero di Lusaka, privo di cinte murarie, giace impotente nella città esposto ai furti di cadaveri operati dai fanatici della magia nera ed al saccheggio dei ladri di bare e di vestiti.

Duecento chilometri più a Nord, nel compound di Kabwe, Patrick accende una candela e controlla la sorella. La febbre sta scendendo, anche questa volta la malaria se ne andrà. Esce dall’angusta stanza e attraversa quella dove dorme la sorella maggiore col marito ed il figlio nato otto mesi fa, protetto da un vestitino logoro ma pulito.

Rosa.

In un passo raggiunge la stanza adibita a pollaio e controlla il proprio operato: i 200 pulcini crescono sani, dovrebbe andare tutto bene. Sembrano lontani i momenti in cui, alla morte del padre, gli zii erano arrivati ad esercitare i diritti della tradizione locale portando via tutto e lasciando solo quattro mura spoglie: si è dato da fare ed oggi possiede due divani, un tappeto ed un televisore. Andrà tutto bene, si ripete e con una brocca prende acqua torbida dal secchio, ne beve un po’ e poi la dà ai pulcini.

Nella savana i contadini si incamminano verso i piccoli campi liberati e nutriti dal fuoco, mentre i cacciatori escono a controllare le trappole per topi. Qui si mangia tutto quello che cammina, nuota o vola. I grandi animali africani sono ormai un ricordo, mentre i gatti vengono cacciati in quanto antagonisti nel mangiare topi e cavallette.

A Nord, lungo il fiume Luapula e le sue paludi si va a pesca con le piccole imbarcazioni di legno per poi vendere in strada pesce fresco o essiccato al sole. I metodi tradizionali di pesca in alcuni casi sono stati sostituiti da tecniche più redditizie come la pesca con la dinamite rubata in miniera, la pesca con avvelenamento delle pozze d’acqua o quella con le zanzariere per la malaria regalate dall”ONU ed usate come reti.

L’alba assume un fascino unico soprattutto perché gli occhi durante la notte diventano assetati di luce. Osservo la savana riprendersi i colori e mi chiedo se stanotte i predoni hanno mietuto vittime. Ti rubano il veicolo e se sei fortunato ti legano nudo ad un albero, altrimenti ti sparano ad un ginocchio o ti fanno fuori direttamente così non chiami la polizia. Ma ormai è giorno…

Lungo queste strade nel nulla bambini di 5 anni vengono lasciati soli a vendere sacchi di carbone. Le donne espongono frutta, miele ed olio di palma chiusi in bottiglie di Pepsi e Fanta riciclate.

Bevo una coca, butto dal finestrino la bottiglia e attraverso lo specchio vedo bambini lottare per accaparrarsela.

Le frittelle fatte in casa sono chiuse in scatole trasparenti poggiate in terra e per un paio di euro ne puoi avere cinque, da portare via in un sacchetto di plastica preso chissà dove.

I muratori controllano la cottura dei mattoni stampati il giorno prima e lasciati sul fuoco in cumuli simili a piramidi atzeche cave.

Passano le ore ed il paesaggio resta invariato, foreste secche con case di mattoni sparse, persone a piedi o su biciclette sovraccariche che ne percorrono il ciglio e si spostano al suono dei clacson, autostoppisti e venditori di gasolio comprato ai camionisti compiacenti che ne rubano qualche litro dai mezzi a loro affidati.

All’incrocio di queste poche e lunghe strade di collegamento si trovano locande e mercatini adagiati nella polvere, carpentieri, fabbri e meccanici. Poi di nuovo paesaggi di terra rossa e piante fino al pomeriggio, dove tutto inizia a cambiare.
Raggiungiamo una zona piatta e vastissima, regno indisturbato delle termiti. L’ammirazione per un essere in grado di costruire case più alte di quelle degli uomini diventa ora un religioso rispetto. Piccole lapidi di terra ricoprono un’area circondata dall’orizzonte e l’occhio si perde in questa miriade di stalagmiti a cielo aperto che resistono al vento ed al totale allagamento del periodo delle pioggie.
Superiamo questo paesaggio lunare attraversando una palude folta di vegetazione su di un ponte lungo 3 chilometri costruito dai cinesi più di venti anni fa. Poi di nuovo alberi, pian piano inghiottiti dalla notte. Raggiungiamo Mansa e attraversiamo una strada sterrata per fermarci a riposare un po’. Un anno fa, proprio in questo punto, due uomini che correvano sono stati scambiati per quei cultori della magia nera che rapiscono i bambini. Queste stesse persone che ora compaiono davanti ai nostri fari chiedendoci col sorriso di comprare qualcosa li hanno fermati, picchiati e bruciati vivi. Mi chiudo dentro e inizio a contare i minuti all’arrivo: 300.
Usciamo finalmente da Mansa verso Lufubu, lungo una strada asfaltata ma piena di buche, mentre un’auto accosta, ci fa sorpassare ed inizia a seguirci nel buio.

Saranno loro? Mi legheranno? Quanto farà male un proiettile nel ginocchio?

Le quattro ore più lunghe della mia vita, fortunatamente senza problemi.
Lufubu. Siamo arrivati.





LA VALLE DEI CIECHI
Ci sono dei momenti in cui, lontano dai sentieri battuti nella savana, l’unico suono che riesci a sentire è il tuo respiro e lo scricchiolio della terra sotto ai piedi.
Il sollievo per aver allontanato i tafani lascia il posto alla paurosa consapevolezza delle distanze e della solitudine. Dieci minuti dallo sciame di insetti, un’ ora dal villaggio, ventiquattro da un ospedale e molti ormai dal mondo come l’ho sempre conosciuto.
Alla ricerca di un suono familiare ripeto a mente qualche canzone ma scopro ogni volta di non ricordare le parole. E allora scatto fotografie, meccanicamente, confuso ed assetato nella terra rossa del mamba nero, della malaria cerebrale, della fame che uccide o rende ciechi, dove si beve il fango e le vedove per poter mangiare sposano un nuovo padrone e abbandonano i figli per strada rendendoli orfani per la seconda volta.
Dove le distese in fiamme nel buio si vestono di magia quando superstizione, stregoneria ed omicidi rituali non sono solo fantasie da racconti notturni. E gli spari nella notte non significano che è capodanno, la vita vale una manciata di dollari e se un'auto ti insegue metti la sim nel telefono piccolo pensando di nascondertelo dentro per poter chiamare aiuto quando ti avranno massacrato.
 Ma al contempo un luogo che come un innesto ti infila le radici, cresce, ti trasforma. E diventa te. Dove puoi incontrare persone amichevoli che ti accompagnano per strada e poi ti salutano come vecchi amici a cui stai dicendo addio. E poi bambini, che si bloccano a guardarti e poi corrono a chiamare gli altri, fissi ad osservare intimoriti l'alieno finché uno non si fa avanti e ti sorride e parla. Ed allora tutti seguono l'esempio e ti sono addosso, ti tirano, giocano, posano per le foto, sorridono e non ti chiedono altro se non di restare.
E non te ne andresti mai.
Un sottile strato di nubi inizia a filtrare il sole attenuando un pò la sete ed i colori di questo mondo. Fa meno caldo ora e il cobra sputatore uscirà per cacciare. Recupero punti di riferimento qua e là, un albero caduto, un termitaio, un cespuglio e mi incammino verso il villaggio.

E se mi perdessi ancora, come la scorsa notte quando ho sbagliato direzione?

venerdì 1 giugno 2012

La fontana di Gaudì ...a Gallipoli

LA FONTANA DI GAUDI’




                                                DI AUGUSTO BENEMEGLIO

Siamo al  “Vesuvio” , con la bella  Fausta ,  sorridente, gentilissima, impeccabile , una Venere di giorgionesca memoria con un che di fiammingo ( tra Bronzino e Rubens, mi dice il maestro Anteri, ricordandomi la toilette di Venere, ma io dico no,  mi ricorda la Rebecca al pozzo di Piazzetta con quelle efelidi, la carnagione dorata , le braccia tornite);  ecco la bella Fausta dalle chiome rosse lucenti coi tramonti  di ottobre sulle ginocchia , che  ci accoglie , dolce e lieta ,  facendo   musica nel caos di sensazioni che vibrano  in noi , nella nostra sterile disarmonia tutta maschile ( l’essere creativo è sempre aperto e femminile). 
 Ma stavolta  bisogna dire che  il nostro primo incontro  ( siamo i tre di Santa Maria al Bagno, il mio amato direttore, l’artista Anteri e il sottoscritto scriba)  non  è con lei , ma con   un artista assolutamente nuovo , che non conoscevo .  No, non  è un intellettuale , non pubblica articoli , manifesti teorici o dichiarazioni d’intenti , non tiene pubbliche conferenze, preferisce parlare in partenopeo , o in inglese ( la sua seconda lingua) . L’italiano –dice lui - non lo conosce ancora bene .  Parlo di   Franco Serra, il padre di Fausta ,  un saturnino  napoletano di Pomigliano d’Arco  con sessantre anni  vissuti a pieno  regime ,  con studi  , paesaggi e spaccati  di vita  canadese, a nord di nord, cogli Huroni, i Terranova , le Giubbe Rosse e gli eredi degli infidi franciosi di Luigi XVI,   le cascate e forse anche i boschi innevati di Pan e le Naiadi  del 50° parallelo , latitudine da 42° a 78° gradi.  Insomma   una specie di  bohemien  dell’esistenza che dopo aver fatto l’insegnante di materie artistiche  si fa imprenditore e  costruttore di castelli in aria, così  per istinto  e per strane combinazione alchemiche , che ogni tanto capitano nella vita ,  con una singolare capacità creativa e trasformatrice , a metà tra geometria e natura, tra figura e struttura , con un suo modo di essere e fare  parabolico e iperbolico , per ricreare la natura intorno a sé, per rifarne – come si dice – il cammino . Franco  Serra ci appare  con  la sua faccia tonda e la calce sul maglione blu della Marina , e il sorriso  pacificato  dell’uomo senza maschera . Poeta del fango e della mazurka, muratore di conci di tufo, falegname dai  ritmi asimettrici e dello spianamento delle forme , dinamico facitore degli  abbozzi teorici  e delle scansioni non risolte , sembra uno di quegli esseri rari  in grado di possedere lo spirito del passato , ed è come se la storia gli appartenesse , una storia che riesce a trasformare , a farla nuova, pur conservando le tracce di arcaico che rimangono impresse nella pietra leccese , nel tufo, nel carparo . Ed ecco allora che una masseria abbandonata alle porte di Gallipoli  diventa  un ristorante a la page , caldo, fatto di luci e di miele, immaginoso e barocco; ed ecco  come  questo  innamorato della luce e dei colori vivi , delle forme plastiche e della tradizione Mediterranea , nonostante , come accennato, si sia formato in Canada, dove ha studiato all’Accademia delle Belle Arti), sia riuscito a realizzare qualcosa che richiama alla mente il grande Gaudì , una fontana in forte movimento ascensionale fatta di materiali vari e decorazioni 
Chi è Gaudì?
Un catalano, un uomo dalla vita semplice e dalla immaginazione barocca , che non portava orologio né occhiali , come te, pur essendo miope da un occhio e presbite dall’altro, perché la sua genialità si sottraeva al tempo e perché le sue visioni provenivano dalla sua fervente interiorità. Era un costante equilibrio tra logica e sentimento, tra algebra e fuoco. Il  poeta del parabolide iperbolico, del gotico mediterraneo, come questa fontana che tu hai realizzato con le tue mani. Anche qui c’è l’intuizione dell’ignoto , il  potere del basso , l’io  empirico , l’io che si offre al caos dell’inconscio ,quell’ammasso di cocci e anfore e  giare e vetri , collage di pietre informi e materiali di scarto, che si muovono insieme come una sinfonia del profondo , un colpo d’archetto e via!
Ma tu che dici, guagliò? Questo è solo puro divertimento, nient’altro che evasione dello spirito, da buon mediterraneo che insegue la fantasia e i sogni.
Mediterraneo vuol dire in mezzo alla terra , con la luce che ti colpisce in piena fronte a mezzogiorno e non ti lascia fino al tramonto. Diceva Gaudì che le razze del nord incupiscono , affogano il sentimento , proprio per mancanza di luce producono solo angoscia  e fantasmi ; mentre quelli del Sud per eccesso di luce dimenticano la razionalità e producono i mostri della ragione.E infatti la sua – disse una volta Unamuno - , è arte ubriaca , un ebbro sogno febbricitante.
E la tua, Franco, che arte è?
E ridanghete!  La mia non è arte, è artigianato , utilizzo i mattoni di scarto, quelli bruciati, vetri, pietre slabbrate, è una sorta di…gioco infantile
Già. Arabesco spaziale , immagine e sculture aeree  , il risultato di un equilibrio statico. C’erano in Gaudì vibrazioni crepuscolari cangianti e visione cosmica , dal vecchio  sclerotico Monet delle ninfee ,  all’infoiato   Klimt  degli arazzi ,  fino alla più astratta composizione tonale.
 Tu sei venuto qui , in questa Isola della Luce che tutti accoglie ,  con un io disarmato , che è quello dei bambini (io voglio essere poeta e lavoro per divenirlo) , e un ragionato disordine di tutti i sensi . Sei venuto a farti  un’anima nuova , sei venuto a   plasmare le cose , gli oggetti , la casa,   accarezzare  e commuovere la materia come fosse la tua antica madre , la dea Natura , la Sant’Anna di Leonardo , l’eterna femminilità di Goethe la Notte e la Madonna di Novalis , l’amore femmineo di Rilke, sono tutte nuove forme creative di umanità , le più alte e definitive. Ed ecco la musica conoscitiva , l’ode dei castelli , il canto metallico dei  pali,  la sofferenza armoniosa  di un nuovo grido…  Ormai è tardi. S’accendono le  palme e i primi lampioni ,  e il breve lago azzurro con le foglie , e il bianco di calce lontana , il bianco farfalla di  una Fausta Diana cacciatrice , sul petto vasto potente , segretamente bramato – la rivolta implicita  piena di reminiscenza. Si sveglia l’anima ferina  con balzo inaudito . Cose innominabili, amigo. Cose d’altri tempi. Orizzonti crollati. Erosione dello spazio infranto. Mondo  boia lader. Il muro , le ville , la malattia , le viti , le patate , il tabacco , la logica stilistica e il grande amore ladro , l’oscuro implacabile amore ladro  e l’acquavite degli operai , il collo grigio della bottiglia semivuota e la spina dorsale incrinata.
Ecco  le foto di Nicola , belle , complete come un articolo di cronaca nera, da reporter.
La giornata è  finita , amici di Santa Maria ; è stata una di quelle rare  giornate indefinite che cominciano tra il lusco e il brusco, con manciate di ironie e qualche sorriso e poi si trascinano un po' tutto, passato presente avvenire , e domande che non ricevano alcuna risposta ( ad esempio i tagli di Lucio Fontana , le ferite inferte ad una tela arancione che hanno l'intendo di scardinare la nostra idea di dipinto tradizionale  concepito su due dimensioni per cercare forse uno spazio nuovo , che vada più in là della superfice). Spiegatemi questi  tagli, please. Che vordì quella tela tagliata?. L’antico professore di storia dell’arte sale in cattedra  e si concentra assai prima di darsi  risposte. Il taglio  rappresenta un concetto spaziale , e attraverso esso , l'artista pensa infinito, passa all'infinito…
L’infinito di Leopardi , o  il Senza fine di Ornella Vanoni e  Gino Paoli,  a braccetto nei palcoscenici over ’70? dice Franco Serra  e va a prendere un suo quadro-collage-mosaico assolutamente incomprensibile ( una donna , forse?) in cui ci sono elementi di cubismo , arte spaziale e informale . Ma chi lo dice, chi lo dice che quello è l’infinito?
Lo dice lui, cazzo...Prova tu a fare i tagli che fa lui. Io ci ho provato, non ne è venuto neppure uno ..Anche a fare i tagli ci vuole classe, ci vuole arte . E anche se ci riesci lui li ha fatti prima di te.
La verità è che probabilmente nessuno capisce nulla  di  quella luce spaziale, quella luce nera che esce da quei buchi e da quei tagli. Tu compri quella luce e ti senti spaziale, moderno, intelligente, altrove. E basta così… non c’è niente da capire.
Da Fontana si passa alla Gioconda . Chi era Monna Lisa ?  Era un uomo , dice il voluminoso Avventore  che occupa il tavolo alle nostre spalle ,  lo sanno tutti che Leonardo era frocio. E scopre l'acqua caldissima della sua brodaglia mentale ,  mentre Fausta  la Rouge et Noir  porta il pesce per tutti , con grazia e autorità da locandiera goldoniana.  E  poi mi alzo, e vado a vedere il   parapetto barocco in carparo della Fortezza Bastiani , che  s’affaccia sul  “Deserto dei Tartari” , che si stende sul lato sud del Vesuvio , colla città che appare irreale , in lontananza , e le sue fioche luci che  sembrano smorire . E  il  tenente Buzzati  dov’è?  Sfrattato dalla fortezza  , malato e isolato in una camera d’alberghetto di montanga ,   guarda in faccia  la morte che sta arrivando e poco prima del commiato vede una luce accecante .Una luce si è accesa, dice. Qualcuno è apparso, Chi?  Questo non ha potuto , o forse non ha voluto dirlo.
E riecco Franco della casetta in Canada,  con gli aneddoti a meno quaranta  gradi sulle montagne indiane , e le barzellette di Pomigliano d'Arco , coll’Alfa Romeo e la cassa integrazione , sai che risate!  Che fa? Se mette a cantà!  Insieme a lui l’Avventore pirandelliano con la panza che deborda per ogni dove, al piano forte l’immarcescibile Mimmo Anteri  impazza. Torna a  Surriento , Dove sta Zazà,  Spingule Frangese, Scalinatella . Il direttore, impassibile, rimane al suo posto, davanti all’ultima lisca di pesce. Guardo Franco in tralice. E’ lui , Erik il rosso che ha perduto i capelli nel mar del nord , e si porta la panza a spasso nella calcina e nel carparo leccese  alla ricerca di miele e di una casa Batllò di memoria gaudiana ( Gaudì, chi era costui?) 
Insomma  la giornata se ne è ghiuta,  con i sacchi drammatici di Burri  e il Car Crash di Jim Dine ( opera da non sottoporre all’Assicurazione) . E’ finita la nostra bella festa fatta di arte-vita e ironia. Ma non mi rimane granchè  nella “capa” ,  caro il mio director , niente di alato , niente di armonico , niente di pindarico , solo un magma di sensazioni  che danzano nel Nulla , intorno al quale gira tutta la nostra esistenza . Cosa vuoi che scriva?...
-         Scrivi di Frankie .
Franco è la calce sul maglione blu della marina e il sorriso pacificato mezzo napoletano e mezzo canadese al fianco della bellissima figlia Fausta dal volto rinascimentale e dalle forme giunoniche , Fausta la propizia , Fausta dalle chiome rosse come le serate di ottobre , Fausta lieta che frantuma l’ordine delle cose , e la musica , il caos che vibra e pervade le disarmonie
Franco è poeta del fango e della mazurca , falegname dei conci di tufo e dei minareti , coi ritmi asimettrici e lo spianamento delle forme , il dinamismo da medium della libertà, con gli abbozzi teorici , le tensioni non risolte , le dissonanze
Insomma, una quantità infinita di fratture

Venti di grecale

                                               VENTI DI GRECALE DI PAOLO LABOMBARDA

“Venti di grecale- Peschici anni ’40” , edizioni  Il Filo – Albatros , 2009,  di Paolo Labombarda  è  un romanzo scritto con molto sacrificio e sofferenza, come sempre accade quando si va a rovistare nel proprio passato e si vuole raccontare  - senza alcun compiacimento - , con autenticità , con tormento , a volte , la storia di una fede  ai propri valori, la casa, la prima terra , il mistero delle radici, la famiglia, gli affetti, i giochi, i sogni, il sentimento di un arcano e pure preciso linguaggio da recuperare.
E allora capita , non senza stupore, che  il dialogo diventi sempre più stretto , man mano che il tempo passa, tra l’antico bambino che eravamo  ( “se non diventerete bambini non entrerete nel regno dei cieli”)  e i  morti – quei ministri velati, onnipresenti, della memoria – che spesso ci vengono a trovare. Diciamolo pure , oggi come oggi ci vuole  coraggio a parlar di fede , a parlar di sentimenti , e Labombarda  lo ha avuto scrivendo questo libro.  Che è un viaggio nel passato, pieno di incontri, pieno di rischi, pieno di sorprese , trasalimenti, dubbi, incertezze , sgomenti ,  compiuto da un ingegnere elettronico e professore universitario  pugliese   di talento , alla soglia dei settant’anni  . Ed è  grazie a questo viaggio che l’autore   fa rivivere tutto un mondo di paesaggi e personaggi straordinari ormai scomparsi da anni. Si tratta , infatti ,  di un  racconto corale , se vogliamo di un’ epopea tutta pugliese ( garganica)  degli umili che  richiama , inevitabilmente , alla memoria  Verga e i nostri grandi veristi , che si riferisce a 70 anni fa, una storia  scritta  in forma quasi diaristica  che coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina. In questo  viaggio a ritroso nella memoria , tenace e magica , dell’infanzia , della  Peschici-Itaca –Acitrezza  degli anni ’40,  piccola città-mondo  chiusa  su se stessa ,  attraversata dai venti della guerra , oltrechè dalle brezze  , o mareggiate di grecale ,  Labombarda dimostra di avere un suo proprio stile  di scrittura , geometrico , rigoroso, analitico , con un linguaggio preciso, essenziale , asciutto ,  -  intessuto di frequenti  ma brevi espressioni dialettali , che imprimono accelerazioni, danno vivezza, dinamismo, colore al tessuto narrativo.

“Venti di Grecale” non ha avuto sicuramente una gestazione facile , né rapida , si tratta di quelle opere lungamente meditate , studiate a fondo, ripensate mille volte, rivedute e corrette, limate fino allo scrupolo di un accento, una lineetta , un puntino sospensivo, eppure a leggerla ci si mette niente, un paio di sere senza televisione ed è fatta. Si tratta di  un’opera  semplice e complessa, lineare e labirintica,  un po’ come tutte le cose della vita , che rievoca la storia della sua famiglia, del suo paese, nel periodo più doloroso e sofferto della storia italiana. Possiamo dire che  questo romanzo   riguarda un po’ tutti noi, non solo come pugliesi di nascita o d’elezione, o pugliesi per parentela  acquisita , o per dono d’amicizia, ma anche come italiani, come esseri umani che si nutrono – oggi come allora – di sentimenti ed emozioni che non hanno tempo né fine. Per scrivere questo libro autobiografico , pieno di incontri , palpiti , memorie  anche dolorose , l’autore si è dovuto  dispogliare , denudare di tutte le sue armature mentali , psicologiche, sociali ecc.,  e andarsene a meditare , e a dialogare con le ombre ,ovvero  i tanti personaggi che ormai stanno nel “mondo delle stelle” ( vds. ultimo capitolo) , un dialogo che si svolge fitto fitto in un  giardino misterioso dove si è nudi senza saperlo.
E’  un viaggio, quello di Labombarda, e non solo metaforico. Infatti  troviamo, fin dai primi righi, dall’incipit , il piccolo infante Paolo ( l’autore)  nella stazione di San Severo, insieme  alla madre Bianca e al nonno , Paolo. Vi sono giunti da Roma  dopo oltre dodici ore di viaggio. E il 18 giugno 1940, e da soli otto giorni Mussolini ha letto la dichiarazione di guerra.  Gino, padre di Paolo è dovuto partire per l’Africa, e  Bianca ha deciso di andare a stare con la famiglia , benestante, del marito , che sta a  Peschici, una sorta di Macondo garganica povera  e maleodorante , non c’è l’acqua , non c’è  energia elettrica ,  “e le strutture igieniche  sono , a dir poco, approssimative…Mi sembra di essere ripiombata nel medioevo “, dirà Bianca, la narratrice.  E tuttavia Peschici è  un quadro vivo e luminoso  nel cuore dell’autore , è il puro miele della luce, il bagliore dei ricordi e voci lontane , voci assorte nell’aria che ora si fa  lucida come ghiaccio ,  un ordito di fili dentro lo spazio scintillante , uno spazio assoluto che sembra  possibile percorrere . Nella presentazione  , Paolo  Labombarda dice  che oggi  tutto è cambiato , “nei principi , negli stili di vita , nel linguaggio, nelle architetture del territorio “ (vds. pag. 11) . In effetti  oggi noi possiamo solo enumerare le nostre perdite,  la perdita  di tutti i valori tradizionali , una volta considerati  sacri;  la patria, la religione, la solidarietà, la famiglia, soprattutto la famiglia. Siamo in un’epoca della civiltà della perdita , o della liquidazione, se non vogliamo chiamarla civiltà della “sopravvivenza”, dove si aspetta sempre che qualche “isolano della mente”  come l’autore   sopravviva ancora , e ancora riesca a stendere questi atlanti di continenti inabissati, rievocare anche un po’ di clima e paesaggi leopardiani, come nella “terrazza” ( vds. pag. 49) , dove troviamo Bianca e sua  cognata Pola , un po’ la memoria storica delle casa. 
Il libro , come è stato accennato, è ricchissimo di personaggi , a partire da don Paolo, nonno di  Paolo , e suocero di Bianca, che è l’indiscusso Patriarca della famiglia , che governa più che la  casa , - regno-grotta-caverna uterina appartenente alle donne -  le terre, il vigneto, l’oliveto,  una piccola flottiglia di pescherecci, insomma don Paolo è uno dei ras del piccolo centro garganico,   ma è molto umano e con uno  spiccato senso della giustizia;  poi c’è  zio Raffaele, l’erudito professore  che insegna presso le scuole superiori di Napoli ,che è lo storico dellla cittadina ;  Mammà Mariuccia , la seconda moglie di don Paolo ,  quella che tiene le chiavi di tutte le porte e le scansie della casa, dinamicissima , tirannica ed efficiente , che con disinvoltura è passata  dal
convento , dove si accingeva a prendere i voti, all’ammazzatoio dei maiali;  poi c’è Angela ( la mancata suora, sacrificata per far da mammina ai fratelli e sorelle più piccoli) , ed  Ettore , il più piccolo dei figli di don Paolo , il poeta della famiglia , che vive un amor panico nei confronti della natura e del creato , e forse per questo verrà punito dal geloso Iddio, come direbbe Cardarelli. E poi ci  sono i personaggi pubblici del paese , la Vinduccia, la levatrice del paese, Biasino Fisichella, il medico condotto, che serve a poco, poiché si crede ancora piuttosto alla medicina della nonna , tra erbe , ritualità e stregonerie;   c’è naturalmente il parroco, don Michele, a metà strada da il curato d’Ars, per la sua estrema trasandatezza  e fervore mistico, e  un barbone da strada ,  che  ha in uggia qualsiasi forma di igiene e pulizia . C’è naturalmente il Podestà che discute con don Paolo , il medico condotto, il farmacista ,  il brigadiere , e qualche altro notabile del paese , dell’andamento della guerra, sulla situazione politica, sul fascismo e le sue nefaste conseguenze.  Ci sono  , sullo sfondo , i pescatori,  i contadini, e anche i pastori , che scendono dalle montagne del vicino Abruzzo. E poi i paesaggi , la marina, monte Pucci , la spiaggetta, il molo e l’isolotto del Monaco  e il  vento di  grecale , il vento foscoliano che nasce, infatti,  dall'isola di Zante, punto di riferimento della rosa dei venti, e  soffia da nord-est in corrispondenza, appunto, della Grecia. E’ un vento che può diventare  qualche volta sanguinario ... E poi ci sono tutti i riti del  mondo contadino di quel tempo , a cui nessuno si può sottrarre , e il ciclo delle stagioni,  la semina , la mietitura, la raccolta delle olive, la vendemmia ,  e poi  eventi luttuosi e lieti , che appartengono a tutti , poiché “nessun uomo è un’isola “ , la morte ,   il matrimonio , il parto,  la nascita.  Labombarda li descrive tutti , dettagliatamente  e si rende conto che scrivere è per certi versi uno sgravarsi , un vero  e proprio parte . Bisogna richiamare tutta la nostra parte femminile per poter veramente creare qualcosa di valido; lui questo romanzo lo ha scritto  molte volte col pensiero, prima di porre mano alla scrittura .La memoria talora vi avrà insistito  sino al tormento , come intorno ad un’estasi geometrica, e c’era  forse pure la pervicacia , angelica e crudele , del sogno ricorrente  che gli diceva  che doveva  entrare in quel mondo, in quello spazio  magico ,-  promontori rocciosi ,insenature sabbiose, oliveti, case bianche , panni stesi, mazzi di origani e grida di bambini , -  doveva  entrare in quella casa asimmetrica  dalle architetture fantasiose,  riascoltare  quella musica inafferrabile , piena di  voci  corali  , di parole in dialetto peschiciano ,la lingua della sua infanzia , una lingua che sembra perfetta , che lui ricorda benissimo , ma ecco che nell’attimo stesso di scriverla la storia si cancellava…E’ sicuramente l’amore  per  i suoi  cari estinti che muove Paolo alla scrittura . Ma ha molti dubbi. Come faccio a scrivere un romanzo, se perfino Manzoni tremò all’idea.  Intanto  devo cercare uno stile di scrittura. Ma lo stile che cos’è? Lo stile è l’uomo, ha detto qualcuno. D’accordo, ma che significa? Cultura, naturale , o mentale,   e un accresciuto sentimento di vita , fantasia , ma anche  rigore geometrico ,  parlare con sé stesso, ma anche con le proprie ombre, con i morti.  Parlare con la madre che vive nel regno della mistero e della danza sacra che  sanno fare solo le ombre, con Bianca che sta nelle stelle , o sotto l’olivo millenario di Peschici..  Il libro , alla fine ,  diventa  un dono prezioso , una sorta di eredità  gelosa che   Labombarda – lo dice  in prefazione -  lascia ai  suoi figli, ai suoi nipoti,  ai giovani di oggi  che non possono avere nessuna idea di quel mondo.
Il romanzo in fondo è molto simile ad una fiaba , in certi casi addirittura meno cruento e orrido  della fiaba , se pensiamo a mostri, draghi ,streghe, gnomi, botole, tranelli, prigioni sorvegliate da  bestiacce immonde, ecc. ,La differenza è che il romanzo non si chiude  necessariamente con un lieto fine. Se ci pensate il percorso della fiaba è un cerchio, un ellisse, non è mai rettilineo , ma labirintico, ed è lo stesso percorso di “Venti di Grecale”  che si chiude da dove iniziato, col viaggio di ritrono a Roma .Gino è tornato finalmente dalla prigionia in India , la famiglia si riunisce e torna a vivere nella stessa città, nella stessa casa da dove si erano separati, da dove era iniziato il viaggio , il  cerchio si chiude.Come tutte le cose che richiedono un viaggio nella memoria più lontana  , bere con voluttà e tremore alla fontana della memoria , bere quell’acqua fulgida ma anche cupa da cui ha vita la percezione sottile delle cose , non è una cosa da tutti . Immagino il suo sforzo di vincere lo spazio , lo sgomento del viaggio inimmaginabile che sta  tra lui e quel bambino in fasce di soli tre mesi che parte da Roma verso l’ignoto ; quel bambino è lui stesso in attesa del suo futuro . Quel viaggio è in realtà verso il centro immobile della sua vita , dove infanzia e morte, allacciate, si confidano il loro reciproco segreto, è un viaggio verso le stelle, come conferma lui stesso nell’ultimo chiarificatore capitolo del suo romanzo ( vds. pag.275)  che sembrerebbe un inutile appendice, dal momento che la storia del viaggio si è conclusa ,come un anello, allo stesso punto in cui è cominciata . Invece è importante , è un’altra chiave di lettura , in senso metafisico , della storia . Prima del commiato finale bisognerebbe fare almeno il giro intorno alla nostra prigione ( al nostro io , ma anche alle nostre memorie ) come suggerisce la grande scrittrice Margherite Yourcenar;  forse lo scrivere – dice Piovene – è uno strumento che serve a conoscersi un po’ di più , serve a farsi un supplemento d’anima.  . “Venti di grecale “è  un libro-storia di usi-costumi-tradizioni  paesane , ma rifugge il folklorismo e  il   facile sentimentalismo ,  e  a chi è dotato di attenzione poetica  non  sfuggono le frequenti  accensioni liriche. E’ fatto di  tanti personaggi vivi, sanguigni, ricchi di umanità,  ma  quello di Bianca,   la narratrice, lo  spirito guida della storia  rimane davvero indimenticabile. Bianca  , tutta sollecitudine , sorrisi  e pietà ,  nonostante sia la prima vittima smarrita della guerra , costretta a spostarsi da Roma a Peschici ; Bianca , “la forestiera” di Alberona ( paese collinoso del foggiano) , la “tappetta”,  è colei che vede le cose con occhi consapevoli , con occhi eroici , e  agisce con  determinazione e grande coraggio  morale . E’ lei  che   realizza il tempo perfetto delle cose , ridisegna la geometria dei luoghi , scandisce il  nuovo  ritmo dei tempi , e delle stagioni, partecipa a tutti  i riti  del paese  ( dal pane fatto in casa all’uccisione del  maiale )  , le liturgie , le cerimonie, senza mai sottrarsi , anche quando magari vorrebbe farlo. E’ lei  che trasmette al figlio Paolo quella viva fiamma, quell’eleganza naturale della mente, quel senso dell’ordine e della precisione  , quel sentimento di solidarietà con la gente , quel dialogare ora lento ora serrato rubato  al segreto delle stelle. Bianca , o Biancù , è colei che riesce ad aprire nel mondo brutale e cieco della guerra , del lutto , della devastazione e della separazione , i mille punti di fuga  verso il regno della bellezza e della speranza. È lei che raddrizza le cose  storte  che trova lungo i sentieri della vita , è lei che rimette in piedi i ceppi  caduti , è lei che sa  sempre , prodigiosamente , come prendere e lasciare  le cose.

Ci sono tante Puglie

Ci sono tante Puglie
Di Augusto Benemeglio
1.     Il mare
La Puglia è luce , è  colore . La Puglia è il mare . La Puglia è un museo a cielo aperto .E’un ricamo di pietra,  un giardino di ulivi,  la patria del barocco e del romanico pugliese. Un’Andalusia di lingue e culture , come memoria e nostalgia del suo passato greco latino e bizantino. E’  la più bella regione d’Italia, parola di Goffredo Fofi.  Voi pugliesi – dice Hèdi Bouraui , scrittore tunisino - siete inventivi , ma anche folli , levantini , straordinari in tutto , nel bene e nel male. Trattate lo spazio in modo diverso e date al tempo un allungamento incredibile , allora l’immaginazione diventa elastica e aperta, si dilata all’infinito. Per Baudelaire il grottesco, l’arabesco e fantasia sono strettamente connessi. Voi li avete tutti e tre . E la fantasia è il collante , la capacità di movimenti astratti, vale a dire liberi dalle cose , dello spirito libero, aperto, gioioso, fantastico, che trasforma le cose in immagini, linee e colori danzanti, ma sa anche essere spietata, feroce , dolorosa. La Puglia ha quella stranezza il cui tormento è un incanto e il cui incanto è un tormento.  
2.     Tante cose
Uno dice Puglia e dice tante cose , dai dinosauri di Altamura ai castelli di  Federico II, dall’ archeologia delle Grotte di Badisco  alla storia medievale , dal paesaggio incantato e tormentato ai misteri della musica , della matematica , dell’astrologia e della poesia , per arrivare ai mille popoli che l’hanno attraversata , conquistata , dominata , saccheggiata , facendone teatro e scenario delle loro lotte ; uno vede la Puglia e  vede , tutte assieme , tante cose con lo sguardo e con l’anima che fanno ressa nel cuore :  pianure , castelli, cattedrali, eucalipti , fichi d’india , e la vite  che dà il vino , l’unione mistica di Dio con l’uomo nell’estasi dell’ebrezza, e   l’ulivo , che è la luce che illumina i profeti , un’immersione nella luce delle cose , una luce che non ha eguali, meravigliosa, chiara, ma anche spietata . Un’ immersione nel vuoto dove ci sono emozioni e pensieri sospesi nell’aria , pensieri che uno vorrebbe afferrare , acchiappare  come farfalle colorate , perché  sono pensieri ed emozioni  che vengono da mille e mille anni di storia. Uno vede la Puglia e tenta di armonizzare la trama del suo pensiero, che si dibatte tra il sonno e il sogno, tra il desiderio del ritorno e l’ebrezza del volo e dell’avventura.
3.Leuca
Ed eccola questa zattera che si allunga nel mare, dalle Isole Tremiti a Santa Maria di Leuca, “ in poca rissa d’acqua/ ai piedi di un faro” , dove i salentini dopo morti fanno ritorno col cappello in testa, dice Bodini, forse il maggiore dei poeti pugliesi. E  poi il canale d’Otranto , la città dei martiri e del sangue , “mare de sale, jentu senza cantu:/cinque sèculi de jentu,/frange de cràuli an celu, e stu spamientu/ ca dura, e llu ribbombu de ddu sciantu, come ricorda il magliese De Donno…Qui  è come entrare nel cuore dell’uomo , nell’utero della storia con la sua atmosfera onirica , il sogno architettonico poderoso , il mosaico di Pantaleone , messaggio teologico in forma d’arte , la vastità dell’orizzonte  e il senso dell’infinito . E poi la Messapia , la terra dei due mari, di qua l’Adriatico, con la grotta di Roca , la grotta dell’amore ,  di là  lo Jonio che “mostra la sua dolcezza d’estate / e  il suo terribile moto d’inverno ./ E’ allora che il viso dei pescatori / ha la forma del vento / e fra mare e terra vi è un unico spazio.”, scrive il gallipolino Vittore Fiore.  
4.     Salento barocco
Il Salento  è patria del barocco , con un bel po’ di esoterismo , e magia  antica, e un po’ d’algebra dei frutti maturi, come diceva Krolow,  e Benn aggiungeva, Io sono prismatico, io lavoro con i vetri.  Ed anche il Salento è  fatto di una bellezza prismatica scandita dai violenti contrasti,  è qualcosa simile ad un laboratorio di pittura , dove un uomo vestito tutto di bianco con guanti di gomma , lavora secondo un orario ben preciso ed è attorniato da strumenti speciali,  e  da non so che cosa di arbitrario , accidentale , caotico .E un pizzico di horror vacui  , una infarinata di mare azzurrissimo con un versante liberty e l’altro greco classico. E  poi c’è quella ruga , quella  piega , quella cicatrice colorata che non sai bene dove  si trovi esattamente , ma sai che c’è e si prolunga all’infinito. E’ precisamente lì che trovi la linea segreta di attraversamento per “ l’oltre”, lo spazio mentale , il mito , la leggenda , ma anche il quotidiano convertito e reinventato in mito: la sensuale melagrana  aperta, simbolo della fecondità femminile,  e la dolcezza  del fico d’India , sotto scorza ruvida e spinosa.
Il Salento è una sinfonia tutta barocca , con echi di surrealismo bodiniano e di follìa, anche. E’ lo spettacolo meraviglioso della storia , il luogo dell’abitabilità spirituale , ovvero di ciò che appare sensibilmente , sia esso misero o anche meraviglioso. Ma devi stare attento a dosare gli ingredienti , altrimenti ti smarrisci tanto nello spazio quanto nell’anima e non riuscirai a trovare la tua meta, ti ritrovi come un narciso decadente bizzarro dannunziano in un quadro-specchio delle tue brame che riflette  la tua vanità , nascita crescita e morte di un Narciso qualsiasi freddo , ed estraneo a se stesso , con l’infanzia che ti segue e   scava nidi , e tu insegui  farfalle, il sogno perpetuo della farfalla che sogna d’essere uomo , leggera  variopinta , coll’ali iridescenti,  bellissima, o  dell’uomo che sogna d’essere  farfalla , che sogna di volare ( e voli sul serio, tocchi il cielo basso ,  t’immergi nel cielo medio e ti senti puro  siccome un angelo, anzi , sei un angelo) , ma stai attento al cielo in cui voli . E’  troppo chiaro, sei costretto  a coprire  la tua vista con la mano , ti devi difendere  dalla luce  , da questa incredibile fissità  della luce da mattino iniziale dell’universo, una luce che ti piove dentro,  che ti ferisce, che ti fa male agli occhi e ti costringe a rifugiarti nel buio, in cieli notturni sotto la luna , donna-maga  e donna-strega. Ecco l’anello inutile  di  Aretusa , la ninfa trasformata in fonte, parodia del peccato , e di nuovo la melagrana aperta che ti si offre  come fanciulla vergine. Ecco nuovamente le farfalle di Taranto che danzano a milioni , con le invisibili ali . Ti viene la nostalgia delle ali che non hai più, la nostalgia degli odori d’incenso, dei riti misterici,  i sabbath   nelle memorie della luna,   di  tutti i concerti per farfalle e angeli soli che avevi dimenticato. La luna ora si bagna nell’acqua , nell’acqua salata di mare , che sta   dietro la tenda del cielo. Ecco i vani presagi che stanno nell’altra parte della luna , ecco ciò  che non vediamo, che non potremo mai vedere  (c’è chi vola e chi no , il sogno delle sirene , la verità  eternamente sospesa  e l’inganno , i  luoghi comuni , le cose pensate e non dette , gli inafferrabili frammenti di luna che l’uomo dello spazio tentò di portar via, e invece sono  rimasti  tutti lì, affinché la luna , la luna dei Borboni, la luna del Salento rimanesse intatta umorale azzurrina piena di magia e di follia. “Mi ascolterai dietro l’amaro volto dell’erbe che la luna dissolve?”    
Ecco , questo è  il Salento , il barocco fragile di Santa Croce , il nido degli Zimbalo,  il libro di pietra leccese , dove  le pagine non volano, ma si consumano , si erodono , e perdono il gesso e l’oro.  E i cervi di Badisco sulle pareti delle grotte neolitiche . L’artista  continua a lanciare  la sua opera come si lanciano le lance, i pugnali, i dadi,  come il primo uomo lanciò la prima parola ,  e non sa se essa sarà  qualcosa di diverso dal solito grido di dolore.
Oh ,  dio,  la grotta dei cervi e il percorso senza ritorno! , un trekking dello spirito , il canto isolato di fronte al morto irraggiungibile , il poeta non può cantare altro che di una  brezza triste che spira ancora tra gli ulivi millenari. Il poeta non placa mai l’attesa, l’eterna attesa di qualcosa che non verrà mai. Mai. Oh, dio , ma che cos’è questo barocco dell’anima rosacea che ti si sgrana , che esalta in estatiche visioni  ascensionali  , e t’affligge nel tormento del dubbio?. Il tarlo del dubbio …Sono stati scritti trattati sul tarlo del dubbio…la mano enuncia verità  e gioie  che la lingua non può dire.
5.     Brindisi
La Puglia , si diceva, è  il mare , quello stesso mare che avevano solcato quattromila anni fa i Fenici , il mare  dell’Odisseo omerico dalla fluttuante incertezza, o  dell’Ulisse dantesco  , della conoscenza e dell’esperienza , ma anche il mare della sofferenza e della paura , delle aggressioni saracene, il mare  delle onde che bruciano , il mare cattivo delle libecciate , dove , in ogni tempo,  “li poviri piscaturi/ chini te miseria, te fame e duluri  vanno   ciarcandu  lu pane e lu sole te la ‘nvarnata”, come ricorda Aldino De Vittorio. La Puglia è  una regione dalle molte facce, una  regione di frontiera che si è trovata a far fronte all’est , che ha avuto i suoi  problemi gravi , con le  calate e gli assalti dei mori  e dei turchi che tutto squassano arraffano stuprano uccidono , lunghi secoli di scontri/incontri  e di paura, che hanno costretto i pugliesi – dice Fofi - a diventare levantini e amorali, a farsi, insomma diffidenti e “paraculi”, quando occorre. Macchè – ribatte l’ammiraglio Fadda – ,  niente vero . Quello pugliese è un popolo multiforme , terribilmente intelligente , ma non ama affatto il mare, anzi lo teme , non solo per le aggressioni che ha dovuto subire nei secoli passati. Il fatto è che  il mare da lontano è fermo , piatto , poetico; ma se vai nella pancia è tutto diverso, pauroso,  cattivo, spietato nemico , quando ci sei dentro in quel ventre azzurro il mare ti mostra tutta la sua ferocia … Ad esempio , prendi Brindisi , testa di cervo , il porto degli imperatori romani , da Vespasiano a Marc’Aurelio , il porto cruciale per le partenze dei crociati fin dal medio evo , il porto che dà lavoro a un mucchio di gente. Ebbene, paradossalmente , a Brindisi non ci sono marinai , né pescatori. Ma io dico che in genere noi italiani , a dispetto della storia e geografia , non abbiamo grandi tradizioni marinaresche, anzi credo che ancora oggi metà popolazione non sappia nuotare, anche se tutti si fanno la barca. Ma i  pugliesi hanno una cultura di fondo contadina , la cultura della vite e dell’ulivo , una cultura trasmessa per sangue . Se  tu parli con un contadino  qualsiasi senti che le sue riflessioni sono profonde .
6.La storia sta in ogni dove
Io dico – sostiene Luigi Malerba – che troppi , troppi popoli hanno attraversato la Puglia  e ognuno ha lasciato una traccia , una ferita , un cratere , a partire dai lontanissimi costruttori di dolmen e menhir , e i frequentatori dell’età dei metalli, tra fossili calcari e coralli, pietre levigate e vetri vulcanici. Ceramiche incise , con conchiglie, stecche , canne e denti di lupo. I primi  abitatori di questa terra avevamo  losanghe e fasce a linee parallele, lisciatoi  e punteruoli d'osso accette votive e scalpelli di ofiolite. Erano portatori d'ascia con ferite di silenzionel chiuso morso del cuore. Avevano  un'esplosione di grida dentro e tanti semi ancora fulgidi di inconsce  speranze da gettare sul mare. Qui c’è  un tale ingombro di storie , e di architetture , e di vicende da far mettere le mani nei capelli.
E’ vero. Ci sono tante Puglie, tanti posti diversi  da vedere, posti che fanno a botte l'uno con l'altro , come i pugliesi che appartengono ad etnie diverse , - i Dauni nella Capitanata , i Peuceti nella Terra di Bari e i Messapi nel Salento ,  senza contare gli spartani di Taranto , - e non sono sempre amici fra di loro , parlano dialetti diversi , ma  stanno insieme , uniti da una continuità storica che sta nell'aria , una storia che si incontra ad ogni passo , una storia povera e fastosa , miserabile e luminosa , fatta di muretti  a secco e di cattedrali , di menhir , alberi di pietra votivi, e di umili sassi, di  pianure sterminate  e di mare vetro bianco fuso contro il  bianco delle città;  la storia sta in ogni dove , in ogni luogo,  e questa è una grazia  rara. C'è il senso del sogno , della grandiosità  e dell'infinito. 
7.Terra felice
Dal Gargano aspro e misterioso di fede , alle affannate colline del Sub appennino, al Tavoliere gonfio di frumento , alle mirabili rete di cattedrali e castelli, alla Murgia ossessionata di pietra, al giardino della Valle d'Itria , alla carnosa sensualità del Salento dove spira già aria d'Oriente, tutto è Puglia con la frattura tra linguaggio e idealità , tra volere e potere, tra aspirazione e fine.   Ecco che si apre uno scenario di una ricchezza e di una varietà inimmaginabile , una mareggiata di verde davanti ad un'azzurrata di mare. Usi , costumi , tradizioni , dialetti  diversi , l’abbiamo detto , eppure siamo nella  stessa regione , ed è questa una continua scoperta, uno stupore, fino alla fine del percorso. Qui venne Idomeneo , venne Enea, venne  Diomede,  e vide quella luce straordinaria, la luce che forma le forme, la luce che taglia gli angoli del romanico e disegna la geometria delle città, la luce che abbaglia i paesi imbiancati di calce, la luce che accende i colori di una primavera senza fine. L'eroe chiese  agli dei,  Con quale nome dunque chiamerò questa terra di luce ?. E gli dei risposero, Chiamala terra felice, perchè  questa luce è aperta agli altri, è una luce di  incontri ; non ci sono linee d'ombra , nè introversioni con una luce così, perchè qui c'è ariosità, pulizia, ci sono case del sole e degli dei...Ma forse in  questa terra così schiacciata da un cielo senza pietà , da un'immensità che lascia storditi, in questa terra così  orizzontale a perdita d'occhio , dove svettano le anime verticali dei campanili e delle cattedrali e dei paesi raccolti intorno ad esse, aleggiano  troppe passioni , troppe morbosità,   troppe linee  di follìa, troppe discordie , troppe divisioni, troppe distruzioni, troppe avidità  affinchè vi giunga realmente la felicità....Del resto, lo sappiamo, la felicità vera è pura utopia, una scia di musica, uno strascico  che lasciano i pianeti e le stelle nel loro eterno movimento


           8.Le città invisibili .
La Puglia è luce , apre spazi infiniti , che rappresentano l’oltre , l’invisibile , e la luce si stende su tutto e rabbrividisce come un gran bacio di passione. La Puglia è  colore , e noi abbiamo bisogno di capire l’enigma dei colori, abbiamo bisogno di colore per vivere , e il colore è pensiero, è vita , e qui lo troviamo intatto ;  qui niente  è scisso, tutto è complementare in modo spesso violento. Ad esempio Bari è una città offerta al mare come un vassoio davanti all’immensità , con il centro storico  più bello d’Italia. Barivecchia , - dice l’algerino Allam , - mi ricorda la casbah, con le stradine intricate il bianco dei muri e la pavimentazione, è la nostra Medina  . Le vie bianche di calce , strette, così che il sole entra soltanto se cade a picco , le case appese, i muri alti, i palazzi aristocratici nella loro architettura, è una città molto araba …ma fuori dal centro storico le case sono brutte , sono un blocco di cemento, sono un insulto alla natura e i cittadini vivono chiusi in piccoli mondi che bisogna penetrare . Bari non è città di passaggio , è una città a più dimensioni . Bari ha un compito verso il Mediterraneo , deve integrare i popoli e le culture che ancora oggi si scontrano  . Oggi viviamo in un mondo ingiusto  di rifugiati di emigranti di clandestini  : sotto queste molte  vesti di  disperazione  ci sono soltanto esseri umani che dobbiamo tutti aiutare. I pugliesi , questi levantini della magna grecia avventurosi e antropologicamente ricchi per aver colto il sostrato di tutte le culture , l’hanno fatto, hanno dimostrato spirito di fratellanza e solidarietà, anche se  non tutti gli italiani sono d’accordo in questo.  Ma l’homo barensis – dice Luca Desiato - ha qualcosa di barbaro dentro, nel senso di una considerevole energia vitale. Appartiene ad un popolo marinaro, aperto all’accoglienza  perché abituato al commercio.
9.Da Foggia a Bitonto
Foggia , il capoluogo della Capitanata , invece - dice Giovanni Russo, - è l’anticittà , quando ci sono stato c’era un sole e un caldo bestiale , ma Foggia è uno snodo importante , un centro agricolo e industriale attivissimo ,in forte espansione , ed è anche la città della lirica con il suo Giordano, Andrea Chenier, Arbore e il  Clarinetto, e l’antichissima favolosa Arpi  fondata da Diomede. Mentre Lucera , la città araba , mi è rimasta dentro l’anima come un lungo sogno , mi sembrava emersa dal passato era la città di Gerusalenne che mi veniva incontro in una sorta di sincretismo culturale e religioso, i crociati e i musulmani, e gli arabi  che andavano insieme a braccetto nello sfavillìo delle notit. Ho visto anche Faeto, la città angioina , sul declivio che domina l’alta valle di faggi , olmi e querce, in una posizione assai panoramica, e i suoi  abitanti che ancora parlano il provenzale  antico dei coloni fondatori ;  e poi  Bovino, l’antichissima colonia romana Vibinum , ricordata da Plinio e da Polibio, sulle cui alture si fermò Annibale . La città , con il suo palazzo ducale, le sue torri e il bel Duomo con la protome bovina, simbolo di San Marco , m’è parsa come uno scrigno d’arte.
Io – mi dice Pompilio Fedele – invece ho visto Trani e Barletta , che sono un ricamo di pietra ; e poi i  paesi della valle d’Itria ,  unici nel loro candore ; le città invisibili che ti vengono incontro nella notte , con le loro luminarie , tutte diverse l’una dall’altra per la pianura , per la luce, per la varietà architettonica , e poi la cucina ,  le verdure , il pesce , la frutta , il vino pieno di sole , quel  sole che si infila nei vicoli  di Barivecchia , le voci , i colori, le canzoni;  ho sentito una canzone gitana scritta da Bregovich , una casa di sogno , fatta di un’architetura storica, labile , fatta d’aria, invisibile… Anche Martina Franca , dice Lagorio , è un’architettura fatta di labilità, di levità, di pulizia, sarà forse il bianco della calce o la pietra chiara, la Puglia è soltanto luce, uno scrigno di luce.  Mi hanno invitato a Monopoli , una festa di cibi , di pesce e di calore umano, un senso di familiarità coinvolgente e avvolgente…ti fa crescere dentro il sentimento della bellezza , poi esci all’aperto e trovi il mare e il cielo in sintonia con quella bellezza …Oh, Dio, fai dei voli dello spirito!. Ad esempio , la cattedrale di Molfetta è costruita sul mare , una cosa veramente unica al mondo . E Ostuni , Locorotondo , Ceglie, città di calce distese tra i giardini di olivi , e Alberobello , città inconsueta , strana . E’ come se si vivesse in una fiaba di pietra .
Pensi a quelle città , ma anche ai centri storici di Bitonto , Trinitapoli , o Terlizzi e provi un senso di ariosità, di pulizia , come se dovesse passare da un momento all’altro una processione, con il papa.

10.Riscatto
La cultura pugliese – dice Alfredo Caltabiano - è stata influenzata dal mondo spagnolo , oltrecè dal mondo arabo. Prendi  il Gargano , ad esempio. E’ una terra mistica che ti ricorda San Giovanni Della Croce e Santa Teresa d’Avila . Lì trovi la grotta dell’Arcangelo,  un luogo dove senti il sacro il mistero del sacro ne respiri l’alito, lo avverti intorno a te , lo tocchi quasi con mano…E poi i riti religiosi di Taranto , l’antica Taras del mitico fondatore Falanto, la città di Livio Andronico , la grande alleata di Sparta ,  che ti riportano in pieno medio evo , i piatti del paradiso , certi germogli di grano con cui si addobba il sepolcro , la processione dell’addolorata , per non parlare delle  focare di Novoli  e il tarantismo diffuso in tutta la regione salentina.  
Queste terre , - dice Ernesto Ferrero , - hanno bisogno di un riscatto morale e civile. Per me è sempre una commozione rivedere questa terra di cattedrali e i castelli di Taranto , Oria , Bari , Manfredonia  , Trani, Lucera , Castel del Monte con le sue memorie antichissime e misteriose . E’  una proiezione metafisica , uno dei dieci posti più misteriosi del mondo   la poesia di pietra , un teorema cosmico e geometrico, una pietra algebrica , dentro quelle mura , mi son sentito come Petrarca sul mont ventoux o Dante nella Vita nova , mi son lasciato prendere dal luogo, dalla sua perfezione , è un poema di perfezione architettonica, direi che è l’ansia di rappresentare sulla terra la perfezione dell’universo . Federico amava la cultura , ma anche le donne belle , e le donne pugliesi sono bellissime , la fattezza dei loro visi supera la fisionomia della donna del mediterraneo, va verso la bellezza orientale …

11. Gli uomini della Puglia
Io – dice Emilio Pasquini , ordinario di Letteratura nella Università di Bologna - ho avuto il privilegio di correggere gli  scritti del grande sindacalista di Cerignola , Giuseppe Di Vittorio , di cui han fatto la fiction televisiva qualche tempo fa.  Peppino , come lo chiamavano tutti , aveva una grafia fittissima, erano pezzi  caotici  pieni di passione di sangue ;  quando li leggevo  mi sentivo ribollire , me ne lasciavo pervadere completamente , al punto che abbandonai le mie idee e diventati marxista , anche se per poco ;  i suoi scritti erano pieni di strafalcioni , veri e propri orrori di sintassi e di ortografia , perché erano  ovviamente scritti di getto , e si sa che Di Vittorio era un autodidatta , ma la foga con cui si parlava di liberazione della masse era un fuoco che non ti poteva non contagiare …Poi ho conosciuto  Cassieri Tommaso e Vittore Fiore, Bodini, Macchia , Spagnoletti , Carrieri , Sansone, Marti, Spongano, che è stato mio professore all’Università di Bologna , e poi Donato Valli, tutti insigni personaggi della Puglia,  degni di stare accanto ai Giustino Fortunato , De Viti de Marco e Salvemini …e poi ho conosciuto Moro, un uomo incredibile… Moro aveva la sottigliezza degli arabi , un’intelligenza davvero mostruosa, nessuno gli perdonò mai quella intelligenza troppo viva, troppo superiore agli altri, ma aveva anche una carica umana straordinaria . Era molto riservato, molto timido, e tuttavia destava un mare di invidie e gelosie…per la sua genialità. Era un faro.
12.La luce
Cercavo la Puglia assetata – dice Sgorlon - e ho trovato la luce , il biancore delle  case , abbacinante , quel riverbero di luce incredibile che vedi ad Alberobello, a Martina Franca , a Grottaglie ,  che rispettano la regola universale del bianco attraversato da ringhiere grigie . Qui è speciale – dice padre Gonzales Martin , letterato, storico, meridionalista - il taglio delle ombre , per la sua chiarezza , ma sono ombre calde.  E’  il clima che fa crescere bene gli olivi e le palme, e poi quel che ti conquista è il vivere sulla strada, sulle porte di casa, sui marciapiedi , questo vivere in strada porta la gente a dialogare ad essere più loquace  e quindi disposta ad accogliere . E infine quei ricami di pietra che sono le chiese . Il barocco leccese è ricco volubile fiorito stravagante , una sorta di liberty , un esplosione di follìa,  libertà, gioco…E’ come Lecce , che ha una sua bellezza fragile e armoniosa , aristocratica, una città che si sposa col colore della sabbia , della pietra,  e col verde argentato  degli  ulivi…ma io m’incanto a guardare il romanico ,  così arioso , chiaro , scabro, nudo, essenziale, con una semplicità che è adesione all’innocenza e novità al mistero. Significa farsi puri e semplici di fronte a Dio. E’ come voler  veramente farsi una casa di luce , la casa del sole e di Dio, con quella linea  geometrica , la pulizia , che trovi anche nelle architetture rurali… Sgranato come un rosario bianco  accecante su una collina dell’altipiano delle Murge , coi suoi 1430 trulli,  ecco Alberobello  ,la capitale di queste architetture rurali , costruiti,  pietra su pietra,  senza uso di malta,solo  strati di pietra calcarea tirata a calce , stretti l’uno all’altro come fratelli , con i tetti grigi fatte da chiancarelle sovrapposte . E i muri sono intonacati con argilla e calce e paglia d’orzo. Quando vidi per la prima volta  i trulli , -dice Khaled Allam,-   pensai ad un campo dove le tende erano di pietra , mi ricordai improvvisamente la mia beduinità , mi ricordai di Chatwin quando dice che un tempo tutto il mondo era nomade e poi è divenuto sedentario. Ecco i trulli  rappresentavano questo passaggio .
13. Gli ulivi
Se guardi gli ulivi , -dice Antonio Piromalli - ,  ti sembra di vedere la personificazione degli antenati pugliesi , di quei popoli che sono sbarcati o che hanno popolato il Salento , ulivi antichissimi e una raccolta terribile di teschi. Qui la cultura è contadina, ogni bene viene dalla terra, la terra è la fede di quel popolo. La Puglia potrebbe costituire una Repubblica a se , hanno ragione i politici pugliesi a chiedere il riconoscimento di luogo di frontiera , perché la Puglia è già frontiera mentale , pensiero, sogno, prima che luogo reale  affacciato sul mare , sulle coste dell’altra sponda , in quell’immensa pianura io colgo un senso di serenità profonda  che penso venga dal mare , dalle regioni del mito .  La Puglia per me nasce dal cuore dell’Egeo ...
14. Inizio e fine
Ci sono due luoghi in Italia – dice Marabini - che sono l’inizio e la fine della nostra cultura , Trieste e Leuca . Leuca è un luogo di chiarore proiettato nella luce del  bene  che tanti di noi pensano di aver perduto nel corso dei secoli  , il bene che esisteva nella terra di Pindaro e Platone , il bene descritto da Pitagora e da Archita, è ancora lì, a Leuca dove la materia ha trovato la grazia del divenir luce, la gioia del passaggio, l’energia lirica che scaturisce dalla tensione verso un punto che la trascende.  Io  sono legato a quel tempo ed è  come se andassi alla ricerca di quel tempo annidato laggiù, a Leuca , finibus terrae.   si è fermata la vita che non esiste pù da nessuna altra parte , ma contemporaneamente ho paura a toccare quel luogo, perché il mistero potrebbe svanire e potrebbe svanire l’incanto che coltivo nel mio cuore , nella mia mente.

Roma, 21 maggio 2012                                     Augusto Benemeglio