venerdì 13 gennaio 2012

Simone Weil





SIMONE WEIL L’INDOMABILE


"Questo mondo è la porta chiusa.
E' una barriera
e nello stesso tempo è il passaggio".

Di Augusto da San Buono


1.      Questo mondo è inabitabile

Simone Weil , donna d’azione e di pensiero , mistica e rivoluzionaria , donna indomabile che per tutta la vita  cercò la verità con ansia irresoluta,  muore la sera del 24 agosto 1943  nel sanatorio di  Ashford,  nel Kent, dopo aver lottato fino all’ultimo nella redazione londinese  “Francia Libera” contro la guerra ( vds. gli scritti “Sulla guerra -1933-1943”, editi da Pratiche Editrice) . Da New York , dove si era rifugiata  ed era stata al fianco degli “ultimi”, i  poveri di Harlem , Simone l’indomabile si era portata a  Londra,  unendosi alla resistenza gollista  ed era  in attesa di essere inviata in missione clandestina nella Francia occupata dai nazisti, ma , ormai sfinita dagli stenti , pallida, magrissima , anoressica ,  ridotta ad un’ostia consacrata,  costretta ad interrompere la sua azione inesausta, viene ricoverata nel tubercolosario di Ashford  dove morirà pochi giorni dopo, 
in solitudine, con una croce sul petto. Della sua morte dà l’annuncio ,qualche giorno dopo,   il “Tuesday Express” di Ashford. “French Professor Starves Herself to Death”. Aveva  solo trentaquattro anni ( era nata a Parigi il 3 febbraio 1909 da una famiglia borghese di origine ebraica) , ma aveva vissuto almeno tre vite piene , in cui non c’era mai stato posto per il sonno,  né per  riempirsi la pancia. Aveva costantemente fame e sete “d’altro”. Al centro del cuore dell’uomo  esiste , -dice, - un desiderio mai soddisfatto, una fame di un bene assoluto e l’obbligo di procurarselo. Questo mondo è inabitabile , ecco bisogna fuggire nell’altro. Ma la porta è chiusa. Quanto bisogna bussare prima che si apra? Per entrare davvero, per non restare sulla soglia ,bisogna cessare di essere un animale sociale.

2.      Passione per la verità.

Questa passione per la verità, della sua verità, la conduce in una ricerca senza fine ai limiti della morte. Infatti , dopo aver vissuto una vita così piena, così intensa, così densa, così occupata dall’agire e dal  fare per gli altri , senza mai  aver tempo per sé stessa , dedica tutta l’ultima parte della sua breve esistenza ( dal 1937  in poi, dopo le durissime esperienze nella fabbrica della Renault come operaia semplice , la guerra civile spagnola ,arruolata nelle file anarchiche della famosa Colonna Durruti, la prigione e i numerosi guai fisici) all’”Attesa di Dio”. Ricorda un po’  “Aspettando Godot”, dove i personaggi “non hanno niente da fare”, sono sventurati , pieni di acciacchi e di dolori fisici , e, caduti a terra, non possono più rialzarsi e strisciano come vermi.  Anche per Simone “coloro che hanno ricevuto uno di quei colpi per cui si  dibatte sul terreno come un verme semispiaccicato non hanno parole per scrivere ciò che accade loro.” Ci sono  analogie tra i “Quaderni” della Weil e la disperazione di Bekett. Godot , per alcuni è simbolo di Dio , del cristianesimo , della redenzione, ma per altri è un’allegoria della resistenza dei francesi ai tedeschi , alla quale  Beckett prese attivamente parte. I personaggi di Godot , Estragone e Vladimiro, compiono entrambi il percorso descritto da Simone Weil nell’”Attesa di Dio”: Anche se camminassimo per anni, non faremmo che descrivere cerchi intorno al mondo. Loro aspettano Godot e nella sventura sono incapaci di migliorare la loro situazione o cercare una risposta ai loro problemi. Godot deve arrivare e piantare in loro il seme della salvezza che diverrà il loro albero della vita, il più bello degli alberi. L’uomo non deve fare nulla per essere salvato, deve restare nell’inattività,limitarsi ad obbedire, abbandonare i propri interessi personali, la propria identità, il proprio diritto a sapere e interrogare. Nella miseria dell’uomo moderno, Beckett ha visto la sua più alta dignità.
      
3.      La meta finale

Tutta la vita di Simone Weil fu   dominata dal  pensiero del raggiungimento della “ meta finale” : l’assoluto, la verità, che trovò forse ad Assisi , sulla tomba di San Francesco , o nel monastero delle Clarisse , o  nei canti gregoriani nel monastero di Solesmes, in Portogallo , trovò nella Passione del Cristo , nella croce, patria dell’anima , e con la  morte, “ l’istante in cui per una frazione infinitesimale di tempo, entra nell’anima la verità pura, nuda, certa, eterna. Non c’è amore della verità senza un assenso totale e senza riserve alla morte. Posso dire di non aver mai desiderato per me altro bene”. Ma prima di  arrivare , ed abbracciare  questa sua concezione di un cristianesimo nutrito della tradizione orientale e greca, questo voler far diventare cristiano anche Platone e l’Iliade (“Ciò che unisce Omero agli Evangelisti è il senso del valore della miseria umana, una miseria vissuta dallo stesso Cristo sulla croce”), questo cristianesimo discusso , senza Chiesa . minacciato da un angoscioso agnosticismo , Simone  Weil fa molte altre cose. Visse, come ho detto, almeno altre due vite. E si schierò sempre dalla parte del debole, sempre nel versante di coloro che volevano la pace, la pace a tutti i costi , perché – diceva -  anche se ci illudiamo di maneggiarla, la forza si può soltanto subire. Il destino di chi uccide è di essere ucciso a sua volta.

4.      Una mistica selvaggia

E’ l’epoca in cui  Jean-Paul Sartre pubblica “ L'essere e il nulla”  , e continua lo scandalo del romanzo di Camus, “Lo straniero”, due espressioni dello smarrimento e della caduta delle certezze che ponevano interrogativi esistenziali.  E Simone aveva già scritto la risposta  con quella sua stessa vita che si era appena spenta. La risposta era nei suoi scritti, talora profetici, che non cessano anche oggi di interrogarci, opere e frammenti dai quali si esce profondamente cambiati. 
Leggendo la sua vita , sembra che Simone  conoscesse il suo destino, la brevità del suo passaggio terreno. Infatti non perse mai tempo e  puntò tutte le sue fiches nel Quotidiano  , ovvero nello spazio della storia che consente di comprendere le domande esistenziali dell'uomo. Tutto per lei acquistava  importanza perché ogni cosa era essenziale e rivelatrice. La tensione personale  rende tutta l'opera della Weil affascinante e di una ricchezza straordinaria .”A soli 14 anni ... dopo mesi di tenebre interiori, ebbi d'improvviso e per sempre la certezza che qualsiasi essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono pressoché nulle, penetra nel regno della verità riservato al genio, purché desideri la verità e faccia un continuo sforzo d'attenzione per raggiungerla: in questo mondo diventa egli pure un genio”. Questa determinazione la porterà a fissare i passaggi cruciali che ciascun individuo dovrà compiere per dare risposta alle domande che gli salgono dal cuore.
Come Rimbaud , - scrive Ferrarotti - la Weil era  “un mistico allo stato selvaggio”,  una migrante in terra straniera che non ha diritti né protezione, una portatrice sana di un pensiero itinerante che non potrà riposare all’ombra di alcuna ortodossia . Il suo destino era quello dell’Albatro di Baudelaire , “ ridicolo e sublime come gli esuli”
5.      L’indomabile

.La sua opera è talmente dispersa da scoraggiare qualunque tentativo di sintesi. Ma chi  ascolta la sua parola e si sforza di decifrare la sua azione e il suo pensiero non può non nutrire  una sconfinata ammirazione per questa avventura solitaria della  “Pasionaria”,  o “Vergine Rossa” ,  questa folle “Pellegrina dell’assoluto” ,  “Indomabile” , tutti epiteti che l’hanno accompagnata nel cammino delle sua vita e che rendono l’idea della sua stranezza e della sua purezza . Intrattabile , esigente , ostinata ,   intransigente, ossessiva, spesso è contro tutto e tutti e ammonisce : “Del mondo noi non possediamo niente – poiché il caso può toglierci tutto – all’infuori del potere di dire “io”.La sua è una voce che è incessantemente alla ricerca di un grado di perfezione da superare giorno dopo giorno e tutta la sua opera è compenetrata dall’eterna dualità ellenica del bene e del male , che rende immortale la purezza di Antigone , vittima di Creonte.:“Ho sentito che la grande poesia greca sarebbe cento volte più vicina al popolo, (se potesse conoscerla) della letteratura francese classica e moderna…Le vecchie poesie che si scrivevano duemilacinquecento anni fa sono bellissime, sono così umane che restano ancora molto vicine a noi e possono interessare tutti.  Soprattutto per gli uomini comuni , per chi sa cosa significa lottare e soffrire”


7.Pellegrina dell’assoluto

A vederla dava l’idea di  fragilità e di goffaggine , anche di bruttezza fisica , ma sempre intensa, affascinante , indomabile e folle come una donchisciotte in gonnella. Sembrava uno di quegli esseri strani non destinati ad una lunga vita : “Cosa volete, - dice Baldacci, un suo insegnante al Liceo, - è una piccola donna che non mangia e non dorme e se ne sta là così , con i suoi capelli che pendono e il suo mal di testa ,  a fumare ininterrottamente” E un minatore di Le Puy : “Era troppo istruita e non mangiava. No, non  poteva campare.”E , infine , Georges Bataille, che scrive : “Pochissimi esseri umani mi hanno interessato altrettanto. Incontestabilmente, era di una bruttezza che faceva spavento, ma io credo che fosse anche dotata , in un certo senso, di una vera bellezza che è quella dell’intelligenza e del cuore …Era certamente un essere ammirevole, asessuato, con qualcosa di nefasto. Sempre nera , con abiti neri, i capelli corvini, la carnagione scura. Era un Don Chisciotte lucido, dal pessimismo ardito, coraggioso, attratto dall’impossibile…C’era in lei una meravigliosa volontà d’inanità.E tuttavia “alla fragilità tocca spesso il compito di diventare forma ed espressione della verità” e  la vita di Simone Weil lo conferma.  Quest’esile creatura dall'esistenza intensa ma brevissima tiene testa a Trotzkij ,  si trasfonna in pellegrina dell'assoluto che interpreta l'autentica e profonda inquietudine umana. In lei, vita e opera sono un'icona dell'esistere. Ogni sussulto d'esperienza, tensioni spirituali e icastiche intuizioni si alternano, fitti-fitti, nei quattro volumi dei “Quaderni”, che rappresentano il desiderio intellettuale di raggiungere territori ignoti e inesplorati dalla conoscenza.

8. La vergine rossa

Entrata giovanissima (a 22 anni è già titolare di cattedra di filosofia presso un liceo francese) , nel campo dell’insegnamento , traccia subito il suo programma. Vuole   fornire al popolo un accesso alla cultura , insegnargli a servirsi del linguaggio. Vuole comunicare ai proletari l’amore per la vera cultura creare  addirittura delle Università popolari . E a tal proposito costituisce il “ Gruppo di Educazione Sociale” , dopo che aveva costituito , in precedenza ,  il Gruppo “La volontà di Pace”.   Ma questo non le basta .Il suo obiettivo è quello di partecipare  attivamente al mondo operaio , allontanandosi il più spesso possibile dal mondo borghese e intellettuale. Desidera condividere  la condizione dei poveri, degli oppressi, dei prigionieri, dei vinti, degli schiavi…Nell’estate del 1929 aveva  lavorato  per dieci ore al giorno con i contadini delle campagne francesi , china ad  estirpare patate dal terreno, nonostante la sua inabilità e goffaggine nel lavoro manuale e la sua costante cattiva salute ( soffre di terribili emicranie ) . Vuole ridurre il suo corpo ad un utensile , privarlo dei bisogni fondamentali , vuole ridurre le  sue  emozioni a segni. “ Io sono perché penso, penso perché lo voglio, e il volere ha in sé la propria ragion d’essere”.  La trasferiscono a Le Puy , dove  finalmente conosce la “ Vergine rossa “, una statua di bronzo su una roccia .Compra una cartolina che la raffigura e la manda al professore  che l’aveva battezzata in quel modo. Poi torna a glorificare l’operaio  , che fonda la conoscenza sulla morale: “La geometria , come forse ogni pensiero, è figlia del coraggio operaio”. Del suo stipendio  decide di tenere solo la metà , circa seicento franchi al mese, il resto lo distribuisce ai disoccupati e alla cassa di solidarietà per i minatori di Saint-Etienne.  Non spende nulla per il cibo, i vestiti, il riscaldamento . Sua madre le spedisce pacchi di viveri  e le infila qualche abito nell’armadio, ordina provviste di carbone , tutte cose di cui Simone si rifiuta di occuparsi.
Fa un sacco di cose . Insegna al liceo, organizza l’insegnamento per i minatori, fa attività sindacale , collabora con un giornale di Lione , scrive articoli ponderosi come “ Riflessioni sulla crisi economica”, imponendosi sempre e comunque il massimo sforzo fisico e intellettuale. Vive ogni giorno come fosse l’ultimo..
Non c’è nessuno che non la conosca , con quell’abbigliamento inelegante e la sua proverbiale goffaggine , più unica che rara, le espressioni ,  lo sguardo penetrante e l’atteggiamento che dimostra l’intenzione di non farsi intimidire da nessuno, né dai benpensanti , né soprattutto dal  preside della sua Scuola, che vorrebbe imporle un certo tipo di comportamento.

9.  Al caffè con gli operai

Ai minatori dice:  “Vi dovete liberare dell’influenza degli intellettuali e dei preti. In tutte le epoche la facoltà di maneggiare le parole è parsa agli uomini qualcosa di  miracoloso. In generale questi assemblatori di parole , preti o intellettuali,  che siano , sono sempre stati dalla parte della classe dominante , dalla parte degli sfruttatori contro i produttori”.
Cerca in tutti i modi di integrarsi nella classe operaia. Frequenta la loro compagnia, va a mangiare con loro o fare una partita a briscola all’osteria, li accompagna al cinema , alle festi popolari, chiede di essere portata nelle loro case,  si sfinisce. “Simone , la tua “trolla”, si sta ammazzando”, scrive  la madre al fratello di Simone ,  Andrè, nel frattempo divenuto famoso matematico , che l’aveva battezzata fin da ragazzini col nome di un folletto dispettoso della mitologia scandinava, troll..  “Questa ragazzina ha idee assurde, - continua   Madame Weil -  e tuttavia non si può negare che abbia un ascendente straordinario  sugli operai, sui maestri , eccetera, e ispira loro una tale fiducia che è roba da non credere”.
Va al caffè con gli operai, stringe la mano ai disoccupati all’uscita del Liceo, fuma sigarette una dietro l’altra , sono tutte cose disdicevoli per una giovane professoressa di filosofia. Queste sue provocazioni dovevano  finire per scandalizzare e far reagire i benpensanti e i conformisti della città , che la segnalano ai rappresentanti dell’ordine e all’autorità ,  che fanno di tutto per metterla a tacere, isolarla , escluderla. L’indignazione cresce e si parla di lei anche sui giornali locali : “ A quanto pare l’Anticristo è a La Puy.  E’ una donna che si veste da uomo. Qualcuno ci chiede perché  Mademoiselle Weil , professoressa di filosofia al liceo femminile di Le Puy, si trovi alla testa della manifestazioni dei disoccupati di questa città. E’ molto semplice:  la vergine rossa della tribù di Levi  è una  messaggera del vangelo bolscevico, che ha indottrinato e traviato quei malcapitati  .
In realtà, Simone , è vero che aveva subito il fascino del marxismo , - di cui tuttavia rifiutava  la configurazione teorica dello stato per il suo autoritarismo, ma ora si  , via via che constata come loro siano inadeguati ad affrontare un periodo tanto critico, in particolare in Germania, si sente sempre meno comunista. D’altra parte pur occupandosi di politica fin dagli anni del liceo non si era mai iscritta ad alcun partito, e la sua stessa militanza sindacale e politica iniziale  - più anarchica che marxista – trovava  le sue ragioni in un’ispirazione etica che la guiderà sempre a mettersi dalla parte degli oppressi: "Occorre essere sempre disposti a cambiare di parte per seguire la giustizia, questa eterna fuggiasca dal campo dei vincitori."
Proprio di questo periodo , tra la fine degli anni 20 e inizio dei 30 , appartengono due testi rimasti inediti e recentemente  tradotti da Adelphi,  “Lezioni di filosofia”, e  “ Primi scritti filosofici”.

10. Diario di fabbrica

Scorrendoli viene in mente la categoria  estetico-teologica del "tutto nel frammento". I testi che verranno approfonditi ed enucleati fino alla morte qui compaiono tutti come orizzonte di ricerca.
In questo la Weil rivela una statura fuori dal comune senza maestri, che si misura con i classici e si confronta con la realtà così com'è. Da quest'ultimo rapporto, il più vero possibile, nasce l'originalità filosofica. La stessa decisione di lavorare in fabbrica come operaia semplice alla Renault , la più grande fabbrica automobilistica francese , dal 1934 al ’35 , ossia nell'epoca del successo delle ricette tayloriste , con catene di montaggio ( ricordare il film “Tempi moderni” di Charlot) ,matura per condividere meglio la condizione operaia. il ruolo del corpo nel pensiero, la scoperta dello spirito nelle implicazioni sociali e i fondamenti della morale. Anche se  fisicamente ne rimarrà prostrata ( si prenderà una grave forma di pleurite), gli anni del lavoro in fabbrica daranno l’avvio
ad una profonda e sofferta riflessione sul senso della propria esistenza e una straordinaria testimonianza nel «Diario di fabbrica» , acuta fenomenologia dall'interno della condizione operaia del '900, un pamphlet che ha ancora rilievo  per quella attuale, pur con tutte le modifiche del caso.
"Lentamente nella sofferenza - scrive -  ho riconquistato attraverso la schiavitù il senso della mia dignità di essere umano, un senso che questa volta non si basava su alcunchè di esteriore."



11. Nulla è a misura d’uomo

Viviamo in un mondo dove nulla è a misura dell'uomo, in una società che è stata trasformata in una macchina possente, nella quale l'individuo avverte di essere solo un ingranaggio e che arriva a comprimere il cuore e a fabbricare l'incoscienza. Complessità sociale, gerarchie sociali sempre più chiuse, macchine di potere sempre più sofisticate e oppressive: il crescente pessimismo delle Weil, da lei vissuto come una ferita sempre più dolorosa, non si tradurrà mai in senso di impotenza. Da un lato glielo impedisce la prospettiva religiosa, dall'altro, l'ansia e la febbre di agire a favore dei ceti subalterni la porteranno, fino all'ultimo, a impegnarsi e a lottare ovunque, con i repubblicani in Spagna o nei quartieri di Harlem a New York, o nella Londra bombardata della Seconda Guerra Mondiale. Ma Simone Weil è pessimista. Vede la società andare nella direzione in cui aumenta lo sfruttamento del lavoro operaio e gli individui vengono sradicati dal loro passato, gettati in una condizione di solitudine e di assenza di valori, mentre si rafforzano le gerarchie e i poteri burocratici, le strutture di comando e le pratiche violente e ci si avvia verso la guerra. Da questa profonda tensione interiore nasce la svolta della fede, che non è, in lei, mai rinuncia alle sue posizioni sociali, ma convinzione che di fronte alla miseria umana occorre intravedere anche una prospettiva ultraterrena di salvezza. La ricostruzione sociale e politica della società deve, quindi, poggiare su basi etico-religiose, su una rigenerazione spirituale di individui e collettività, in cui a una nuova democrazia si accompagni un nuovo radicamento nel proprio passato, nella tradizione, in una società giusta e rispettosa delle persone. Fede, tensione morale e impegno politico non l'abbandoneranno mai, fino alla morte. "La croce è la nostra patria", diceva più volte.
Anche la riflessione politica, le varie esperienze di militanza sindacale e politica e l'adesione a posizioni sindacaliste rivoluzionarie  esprimono una fortissima tensione spirituale, uno slancio ed una ispirazione etico-religiosa, l'intenzione di una scelta esistenziale, quella di stare sempre dalla parte degli oppressi. E' proprio la centralità della scelta etica, nel determinare gli orientamenti dell'esistenza degli individui, la porta a rifiutare, del marxismo, il materialismo e il determinismo economicistico

12. La sofferenza è un valore

Una caratteristica della sua esistenza fu quel particolarissimo contatto col "malheur", con la sofferenza come realtà universale nonchè l’accettazione di esserne posseduti senza che ciò porti ad alcuna rassegnazione: "Non si tratta di cercare un rimedio contro la sofferenza, ma di farne un uso soprannaturale". "Dio si è svuotato della sua divinità e ci ha riempito di una falsa divinità. Svuotiamoci di essa. Questo atto è il fine dell’atto che ci ha creati. In questo stesso momento Dio con la sua volontà creatrice mi mantiene nell’esistenza perchè io vi rinunci. Dio attende con pazienza che io voglia infine acconsentire ad amarlo."
Decreazione, quindi, come atto di spoliazione totale, di morte di ciò che in noi dice "io", come unica via per portare a realtà quella scintilla divina che in noi si dà, l’increato appunto.
"La verità non si trova mediante prove, ma mediante esplorazione. Essa è sempre sperimentale".
La Weil, così, vede la storia umana come asservimento degli uomini.
"La società è diventata una macchina per comprimere il cuore" e per fabbricare l'incoscienza, la stupidità, la corruzione, la disonestà e soprattutto la vertigine del caos. Nella storia umana due sono state e sono le principali forme di oppressione:la schiavitù esercitata in nome della forza e l'asservimento in nome della ricchezza trasformata in capitale.
Nel saggio L'Iliade o il poema della forza (1939), Weil esalta il modo in cui l'uomo greco viveva la guerra e il suo terribile gioco accordando eguale rispetto al vinto e al vincitore, provando sgomento per la distruzione di una città. Quando gli uomini entravano nel gioco della guerra, diventavano pietre nelle mani degli dèi, ossia cose sotto il "giogo della Forza". Alla fine vince solo la Guerra.

13.Innamorata di Cristo

La Guerra è una prova della miseria umana, dei limiti dell'essere umano, è l'emergere di una Forza che domina l'anima dell'uomo e la incatena al suo destino immodificabile. Achille che sgozza dodici adolescenti troiani sulla pira di Patroclo, tanto naturalmente come si recidono i fiori per una tomba, non sfuggirà al destino comune della morte, unica e inesorabile vincitrice.
La gioia nasce dalla totale adesione dell’anima alla bellezza del mondo , e tale adesione costituisce un vero e proprio sacramento offerto a tutti. La bellezza è un cibo , si mangia ,ma deve restare a distanza “come un frutto che si guarda senza tendere la mano”.
Il desiderio di godere puramente della bellezza della creazione l’avvcina a Francesco D’assisi e alla saggezza orientale. “ Di tutto questo, attraverso il distacco, nutriti”. Simone s’è innamorata perdutamente di Cristo e pensa sempre a lui , all’amore povero e vagabondo , sempre disteso sulla nuda terra. E’  lui l’unica speranza di arrivare al “porto”, alla crocifissione finale. Pochi giorni prima di morire scrive: “la totale umiltà è l’assenso alla morte , che fa di noi un niente inerte – a immagine del Cristo che muore come un delinquente comune.”

giovedì 12 gennaio 2012

Ricordo di Florio Santini cuore che non brucia

 CUORE CHE NON BRUCIA  
         
                            DI AUGUSTO BENEMEGLIO

1. Ciao
Ciao, vecchio pioniere dell'umana scienza , ineguagliabile archeologo di tessere musive , cercatore di totem nei quattro angoli del mondo , te ne sei andato volando sull'ultima tua carrozzella terrestre ,  con lo sguardo sulla tua Versilia , a due passi dal golfo dei poeti , di Byron e  Shelley , che tanto amavi.  Te ne sei andato , facendo posto al Bambinello , la vigilia di Natale , tra  tua figlia Cristiana , l’infermiera Gina, e  “Perla” , la  tua amatissima , gigantesca Terranova nera , che non ti abbandonava neppure per un attimo . E questo , dicesti, fu il mio “ compianto”:  
2.L'ultima cattedra
Florio è  morto su una sedia a rotelle , sua ultima “cattedra” , in mezzo al verde di una “Versilia luminosissima che mi ha fatto dimenticare le mie albe africane e salentine”; è morto nel bel mezzo di un sogno, circondato da poeti e belle donne seminude , fatte per amare e per essere amate , in un carosello gioioso , anarchico , ribelle, e allo stesso tempo innocente, nobile , raffinato , tutte cose oggi sparite, che a lui piacevano moltissimo.  Florio aveva dato ampi segnali di questa sua dipartita, coi suoi impareggiabili articoli su “Espresso sud”, nell’ultimo dei quali si era messo a osservare le formiche , “un corteo di formiche in marcia verso il futuro, disarmate, ma determinate come nessuna altra umana creatura”. Ma già un anno fa parlava di sé stesso ormai privo di gambe , e della sua  Lidie rimasta priva voce, parlava di fuochi ormai spenti , e di cenere , solitudine estrema, confortata solo dai loro numerosi cani, estremi veri amici dell’uomo.

3. Siou-Wan
Ma Santini era forse già morto il momento in cui ha dovuto lasciare la “nostra”  terra , quando è stato letteralmente spostato , prelevato dal Salento, quando è stato  separato dalla sua  Lidie ,o Siou-Wan, “Piccola Nuvola”, meravigliosa creatura , una principessa vietnamita, sua compagna di viaggio e d'avventura, ossia di vita, così come l'ha sempre concepita il nostro amico. La vita era per lui viaggio, avventura, ma anche fuga, trasgressione ,sogno,  confronto, passione , scoperta,  sempre alla ricerca di una scaglia d'oro , quella scaglia che spicca dal fondo oscuro e che puoi trovare dovunque,  a San Francisco, nell'Africa nera o nell'Indonesia , ma anche a Otranto, nel Salento più vivo e grondante di storia , nel grande mosaico di fra Pantaleone  con la prediletta figurina dell'asino arpista ( fu il suo emblema e il suo auto ironico ormai proverbiale "nomignolo" con cui ha dato il titolo a molti dei suoi libri)  o sulla torre del Serpe, che aveva cantato in una delle sue più belle poesie. 
4. L'Africa
E anche lui , ex Addetto Culturale dell’Ambasciata Italiana in Africa , principe dei simposi , grande Affabulatore, che sapeva affascinare  per ore le platee più disparate , messaggero di vita, emozioni e curiosità , che riusciva a comunicare la sua gioia di vivere , esploratore di tratturi federiciani e castelli abbandonati , come lo era stato di foreste, savane, jungle e deserti , amava  essere amato , amava spiccare  come una scaglia d'oro di sapienza, di cultura, di umanità, di schietta simpatia tutta toscana, lucchese in  specie, come Ungaretti, Pea, Viani, Tobino, che avevano , come lui, l’emigrazione nel sangue. Era un vecchio guerriero trapiantato nel Salento, che viveva con quei grani di rosario che erano i ricordi ancora vivi dell’Africa, “serbatoio di tutte le civiltà, di tutte le parole, di tutte le idee, di tutti i viaggi dell’uomo”.
5.Grave perdita
Certo , come tu dici, caro direttore , la sua è una grave perdita per la cultura salentina ,  ed è poca cosa la parola , poca cosa lo spazio, per ricordarlo in questi crudi giorni in cui i nostri dialoghi si fanno sempre più muti, e il colloquio con le ombre si fa sempre più difficile , direi  impossibile.  Santini è morto nel giorno di Natale, il giorno più bello, più umano, più poetico, denso di speranze per tutti i diseredati della terra , più ricco di nostalgie , e forse di rimorsi per quello che si poteva fare un tempo e non si è fatto . Il suo è forse un segnale forte , vuol dire qualcosa, qualcosa di importante che ora non siamo in grado di decifrare. Nel tempo durano solo le cose che non appartennero al tempo. E Florio era un bel sogno toscano piantato nel castello di Casamassella , con la sua principessa gialla e uno stuolo di terranova e spinoni , era l'uomo delle moltitudini  che denunciava i nostri atti grevi pesanti sorvegliati.

6. Il mare
Era colui che cinge il mare ( io lo ricordo a Gallipoli , al Canneto, con l’onda di risacca che veniva a sfiorarci , toccarsi con la mano la barba bianchissima e domandarsi se era ferito o già morto ) era  il serpente di mare , era Giasone con il suo remo , e Sigurd con la giovane spada. Ogni suo breve viaggio era un viaggio spaziale. Per questo suo universalismo Florio già ci manca , ci manca il suo sorriso buono,  la sua ironia , il suo sguardo luminoso, la sua voce , il suo accento toscano , ci manca il suo largo cuore che non brucia , che non  potrà mai bruciare , perché il cuore dei poeti - come lui ci raccontò narrandoci di  Shelley - non può bruciare - , e tuttavia quel cuore forte e ansioso di donarsi , quel suo cuore pieno di sogni , si è sparso nel mare d'Otranto e tra gli alberi della pineta di Palmariggi, dov'è il santuario di Santa Maria Vergine della Palma,  che mise in fuga i turchi nel famoso assedio del 1480.

7. Fratello e padre
Tante altre cose si dovrebbero dire di questo nostro fratello , di questo nostro padre che si è fatto salentino (non si è salentini solo per nascita, anzi lo si è maggiormente quando si sceglie di esserlo) innamorato perdutamente della scrittura e delle lettere , che è sempre lì ad attenderci, dietro l'uscio, in attesa di rinascere , di rivivere un'altra vita, triste o lieta, bella o orribile che sia, comunque un'altra vita da raccontare , con l’odore dell’inchiostro, della carta, e l’attesa perenne della posta . E' lì , Florio, dietro l'uscio , per recuperare il perduto buon senso delle cose , la poesia della vita , la musica, la storia , la filosofia , la bellezza della natura, e una donna d'amare ; è lì , sempre pronto a sostenerci tra figure parallele e ombre concordi, nelle radure e sulle spiagge d'inverno, in questo nostro straziato cammino verso la ricerca di una umanità nuova, migliore, che riscatti sé stessa dalle tante brutture; e se troppo sorda è la sua voce che continua a chiamarci , se troppo ansioso il desiderio di fuggirla, di dimenticarla,  toccherà a noi, caro Nicola , e a tutti quelli che l'hanno conosciuto e amato, dover  recuperare , far ascoltare la sua voce, far rivivere , per quello che era, quest'uomo in fuga che approdò nel Salento  come sua ultima condivisa ( dalla sua amata compagna) meta , sua Itaca, sua piccola patria , una scelta di luce, di pace e d'amore.

8. Non trovò le sirene

Forse non trovò le sirene , o le trovò e non le potè ascoltare perché il loro canto era spento. Le sirene erano mute. Ma trovò molti che lo ascoltarono e lo amarono, trovò chi pubblicava i suoi libri , chi i suoi articoli , e ciò era - come per ogni scriba che si rispetti - la sua ragione di vita , il suo unico progetto per il futuro , insieme  inferno e paradiso.   Florio Santini , infatti, era soprattutto un   letterato, un poeta, un uomo di cultura , ma anche di grande umanità.       

9. Uno stoico
Ci ha lasciato a Natale , probabilmente mentre preparava un articolo per "Espresso Sud",  come un San Giuseppe nella sua bottega di falegname intento a costruire uno sgabello. Florio non era credente, ma aveva una grande passione per Cristo, il bambino nato al freddo e al gelo , il fratello che soffre, l'uomo che ama incondizionatamente e muore sulla croce , l'unico uomo veramente buono, come disse Dostoevskij , che abbia mai calcato la nostra terra sanguinaria. Dove l'uomo oscilla continuamente tra il sublime e l'immondo, ma - disse Montale - con  molta più propensione per la seconda oscillazione. Ma Florio s’accendeva di coraggio nei pericoli. Era fondamentalmente uno stoico, più che un epicureo, ed è con questo spirito che ha affrontato la morte, lo stesso spirito che gli ha consentito sempre di elevarsi al di sopra della propria miseria, grazie anche alla sublimità delle sue composizioni ( era un vero artista della scrittura), con cui è riuscito a costruire certamente qualcosa di prezioso e duraturo.  
Addio, Florio, ci incontreremo ancora, un giorno, forse, in altri mondi. Io lo spero.

san Carlo da Sezze

                                              LA STORIA DEI GIORNI INUTILI



I CAPITOLO

scavo tra i nodi del tempo, in questa chiesa -stazione ferroviaria di periferia, con il tuo nome sulla fronte di cemento grigia impresso a lettere maiuscole. qui dove incontro altri volti come il tuo, visi poveri ,s cavati, pallidi, emaciati, sulla strada della madonnetta , tra il verde del parco , il rincorrersi dei cani e la folla più ignota,  o dietro un dito alzato nell'aria rigida , come una prolunga fino al cielo. ti ritrovo, solitario, un po' negletto, appartato, sulla sinistra dell'altare, col tuo saio squarciato là, nel posto giusto, quello del cuore, dov'era la cicatrice, il santo chiodo, la stigmata miracolosa...

 la tua storia dei giorni inutili

un filo rosso di sangue copre la croce, la chiave yale, stampigliata all'altezza del cuore, ricordo di quella sera d'ottobre, al traguardo dell'ostia consacrata
fu un raggio di laser che ti trapassò da parte a parte il cuore e tu cadesti in deliquio , privo di sensi, il tuo corpo s'era fatto di cenere e pietra congelata, le tue ossa erano piene di febbre e di vento, e fosti come
un Lazzaro che risuscita  con una spina perenne nella carne

la tua storia dei giorni inutili

venivi da Sezze , città chiusa e nera nella triplice cerchia delle mura pelasgiche , coi suoi quartieri, le sue parrocchie, i zoccolanti, i gesuiti, le clarisse, e san Lidano

città in collina avara amara con le paludi pontine , tre famiglie a fovernare tutto il territorio, e migliaia di cafoni a faticare, a cercare di sopravvivere, coi passi ciechi nei burroni, nella nebbia dell'inverno, e il freddo, le porte chiuse, sbarrate, le strade deserte il domani senza futuro, senza sole, senza visi....
questa la tua storia dei giorni inutili , illustre bifolco dall'aria impacciata, che te ne stai appartato, in disparte, abbandonato, occultato, demodè, pianticella anonima, fiore giallo, dente di cane delle paludi pontine, pietra alabastro e onice del tempo, mandorlo o melograno di Sezze ormai impolverato dai secoli, involucro di santità retrocesso a fiera paesana...

devo raccontare la storia dei tuoi giorni inutili, tornare con la memoria tra i brulli e sassosi monti Lepini , a cercare il sapore dimenticato dell'acqua pura...
ma tu non tieni il passo coi tempi, non sei nel girotondo delle feste urbane , che gonfiano le caviglie di assessori e ministri facili alle veglie mondane, non canti, non danzi, non balli, non bevi, non sei giramondo con le ali al vento. contempli l'ombra riflessa che consuma ogni attimo la vita, e guardi al cielo, con la speranza che non muore mai, che non può morire, e con un muto segno ammonisci: guai a chi uccide la speranza
ma la tua vita non è facile da raccontare, è una vita di giorni inutili
anche se in certi giorni di malinconia mi premi sul cuore, e allora vado indietro nel tempo a contare i tuoi passi, uno ad uno, li raduno come segmenti , come foglie, come passeri che si distaccano dal ramo, come rondini che tornano da lontane primavere e ripenso a quel tempo remoto, videogramma della storia divenuta creta o pietra , struttura di forme nel blocco articolato , nel rigore della statua, ripenso all'estasi del pennello liberato dall'artigiano, dove il colore scorre come parola traducibile, come  sangue , e dove chi ascolta ilt uo ciao, pace fratello , risponde al tuo saluto, la pace sia con te
dove esiste un'altra vita nei suoi molteplici ingranacci, e il sacro silenzio dei paesi che ti videro calpestare la loro polvere, le mete del tuo pellegrinaggio, tra pietre rovi sassi , la tua andatura dolorosa e lieve che non cambia dall'alba alla sera
dove i sospiri i gesti i lamenti i digiuni le preghiere le bestemie le stagioni del cuore hanno un peso una luce
dove lungo il sentiero gridano le piante e nella pianura trascorsa dai corvi l'aria si fa grotta alla tua voce smarrita
dove puoi trovare traccia del lungo silenzio del mandorlo di  Sezze, da mettere nel conto della storia, e tutte quelle immagini ormai chiuse nella pietra, in un silenzio che forse ora si fa voce, suono, luce....

 
  

mercoledì 11 gennaio 2012

Elsa Mola

La Logica e le Margherite 




Di Augusto Benemeglio


1.     Bagliori tra Leuca e Costantinopoli

Un libro di liriche sospese tra l’evocazione e l’allusione, l’ironia e il fil di fumo della “Butterfly”, il flauto e il violoncello, il volto e la conchiglia sonora, il volo della gazza tra gli ulivi e la picchiata del gabbiano nel mare messapico, quello di Elsa Mola, dal titolo sibillino e filosofico,  La Logica e le Margherite, Arcipelago edizioni, Milano, 2011. Si tratta di un “unicum”, una piccola epopea di frammenti, accadimenti che accendono bagliori qua e là, tra i germogli del vento di finibus terrae di Capo di Leuca e gli occhi che tagliano le melodie tutte islamiche di Istanbul, la vecchia Costantinopoli. Tra gli specchi di labbra di Brindisi e le mute grida e la cenere di Baghdad, in un ricercato controcanto mediterraneo, o attrito smorzato, rispetto alla lapidarietà lucida e bianca, pura come una ferita d’amore, di una Dickinson, a cui si rifà la Mola, in alcuni accenti.
L’autrice è salentina, più specificamente leccese, città d’arte e di miele che a sera si accende come un insieme di rose spinose, oppure diventa tramonto simile a bestia macellata di memoria bodiniana. Città estrema, calda e passionale, città araba che sa essere anche ironica, o meglio autoironica. Tutta la poesia di Elsa Mola è, dunque, ossessione d’amore, a dispetto del titolo “filosofico”? Non esattamente.

2.     Labirinto di Arianna

In “La Logica e le Margherite” c’è un po’ di tutto, anche la filosofia. E la mitologia. Il simbolo. Una sorta di labirinto d’Arianna, un gioco degli specchi, o anche di voci, di echi, di rinvii, che vanno dai richiami letterari mitologici ai motti di spirito, dall’ironia alla sciarada, dalla citazione all’ammiccamento erudito; c’è la logica dell’assurdo, appunto, mescolata con il grottesco e la scissione dell’io, che è propria del nostro tempo. Ci sono intrecci e sbarramenti, frammenti di memoria, fantasie, sogni, gioco delle metafore, fuga dalle asprezze dell’erudizione, una sorta di psicomachia fra Apollo e Dioniso, Forma e Senso, risvegli di coscienza: “dal lungo sonno/durato molti anni/qualcuno volle svegliarmi”. Per Elsa Mola, - un’Arianna di memoria niciana, che si trova ora nel momento fondante del suo passaggio dal logico e lineare Teseo al simultaneo e risonante Dioniso- svegliarsi è stato, in questo caso, probabilmente- come dice Deleuze- “una questione di clinica, di salute, di guarigione”. Ed ecco che i miti, i simboli, le favole, le margherite, altro non sono che vie di fuga dai “fatti”, dalla “nuda brutalità dei fatti”: violenza, dolore, morte, cose ormai diventate banali che accadono ogni giorno e che entrano nelle nostre case con assoluta noncuranza.

3.     Raccoglitrice di favole

“Escludi dal tuo canto il reale, perché è vile” disse Mallarmè ad un giovane poeta. Elsa non esclude il reale, anzi lo soffre molto, ma cerca di affrontarlo con uno spirito nuovo, uno spirito danzante: “slacciati i sandali/mescolate le chiome/è tempo di riprendere/ a danzare sull’erba/ è tempo di rimuovere le antiche pene/ scrollare gli affanni”.___ Se Baudelaire aveva fiutato un mistero nelle immondizie delle metropoli, e l’aveva fatto con una lirica di fosforescente sfavillio, era riuscito a fondere immagini dissonanti, luce a gas e cielo crepuscolare, profumo di fiori e odore di catrame, Elsa Mola raccoglie le favole più abusate e trite della sua infanzia, Cenerentola, Cappuccetto Rosso, La bella Addormentata, ecc., per farne un corollario di ironiche e grottesche malinconie. E lo fa con leggerezza e intensità; con versi free jazz, a volte, pieni di angosciosa gioia e armonioso lamento, versi che cercano farfalle, profumi, fiori, una via di fuga dal labirinto di una storia-incubo da cui tutti cerchiamo di risvegliarci. Versi che sono vetri spezzati, frammenti, cocci, frantumi, che talora inseguono il misticismo orientale di un Tagore, per cercare di ricomporre il tutto, in quell’unità, quell’interezza a cui accennavamo. Per trovare quell’oscura radice che sta oltre “gli ulivi contorti/possenti scavati” della sua terra salentina, che “immobili offrono al cielo/foglie d’oro e d’argento”. Ma cosa c’è dietro quegli ulivi sacri ad Athena, che resistono fino a quando non vengono straziati dal fuoco? “Un fascio di gialle margherite”,ovvero la poesia,  di cui ”faremo ghirlande da offrire” E’ quello il sentiero invisibile, la strada obbligata che porta alla trascendenza, all’armonia, a quell’interezza che nessuno può vedere, nè afferrare.


Roma, 7 gennaio 2012                                Augusto Benemeglio

sabato 7 gennaio 2012

Giacomo Puccini e le sue donne


Manon, Mimì, Tosca, Butterfly, Turandot
TUTTE LE DONNE DI  PUCCINI




Di Augusto Benemeglio

1.     Un grande puttaniere

Pigro e geniale , nevrotico , strafottente  e timido , goliardico e primitivo,  amava stare in compagnia  e , allo stesso tempo , sentiva il bisogno della solitudine; era legato in modo quasi morboso alle brume del suo lago di lucchesia  ( “gaudio supremo, paradiso, vas spirituale, reggia…abitanti 120, 12 case”),  amava le scapestrate compagnie maschili ,  le scorribande tra i falaschi , il rompere  della quiete di una natura selvaggia , i colpi di fucile, le imprecazioni e le bestemmie della sua gente – e tuttavia non sognava che di fuggirsene al più presto, andare a Milano , là dove si poteva far carriera,  dove l’aspettavano la fama e la gloria, la ricchezza e le belle donne. Questo era Giacomo Puccini . Sensibile e cinico, estrovertito e angosciato (all’improvvisa e rumorosa allegria , spesso becera, faceva seguito la malinconia e l’inquietudine, la cupezza), fumatore accanito e lavoratore fantasioso, ma discontinuo , disposto ad amare e a soffrire con una passione senza pudori, quasi sempre sopra le regole, come i suoi personaggi,  ma spudoratamente bugiardo , fanfarone e infedele.  Questo era Giacomo Puccini. E’ stato -  scrive Federico Diotallevi – un  grandissimo, immenso musicista , il vero autentico erede di Verdi, interprete e cantore del melo’ italiano nel mondo , al di fuori dei patriottismi un po’ forzati di altri operisti coevi, ma anche un sommo puttaniere, se mai ce ne furono , uno  che ogni lasciata è persa , uno che il sesso ce l’aveva stampato in  testa  e dal sesso fu dominato  interamente per tutta la sua esistenza. Si raccontano aneddoti boccacceschi su di lui , fin da quand’era ragazzo e frequentava già , nonostante avesse solo quindici anni, i bordelli di Lucca. E poi amori ad ogni latitudine , di ogni età, razza, religione, consumati in treno, negli alberghi , nelle  pinete e nei tuguri, sulle spiagge di Viareggio o nella campagna di Forte dei Marmi, nei camerini teatrali. Vicende talora scabrose di cui si occupò anche la cronaca rosa e nera , come ad esempio la sua relazione con Corinna, una ragazza torinese di ventun’anni (“Sono  - dirà di se stesso, con spietata sincerità  - nevrotico, isterico, linfatico, degenerato, malfattoide , erotico , musico-poetico) , o quella , drammatica, legata al suicidio della servetta  di casa Puccini , Doria Manfredi , una ragazza diciassettenne, invaghitasi  del celebre e ormai attempato musicista lucchese e perseguitata ossessivamente , crudelmente e  ingiustamente  , dalla compagna e convivente di Puccini (che diverrà poi sua moglie), Elvira Bonturi. Quest’ultima , - che era stata moglie di uno dei migliori amici di Giacomo, Narciso Geminiani, e già madre di due figli, aveva abbandonato il marito e s’era rifugiata, anni addietro , a  Milano, in casa del musicista , suscitando grande scalpore e scandalo a Lucca, - conosceva assai bene il maestro e il suo antico “vizietto”. Ma stavolta aveva sbagliato, poiché l’autopsia rivelò che la ragazza era illibata, e fu costretta a pagare i danni ai familiari.     

2.     Le zie di Puccini

Le donne contrassegnarono tutta la sua esistenza , furono ( insieme alle sigarette che iniziò a fumare a soli dodici anni ) una costante nella vita di Puccini , fin da bambino, quando rimase orfano del padre Michele , a soli cinque anni , con un fratello più grande e ben cinque sorelle . Fu allevato in una famiglia in cui le donne – scrive Pinzauti - dovevano apparirgli inconsciamente un’ossessione, l’incentivo di precoci curiosità e turbamenti , e quasi un incubo di dolcezza e di costrizioni”. Le donne lo soffocavano d’affetto, d’attenzioni, ma anche di ansie, di divieti , d’ attese e di frustrazioni. In questo vero e proprio gineceo, con la madre, cinque sorelle e una serie infinita di cugine e zie, si snoda la breve stagione dell’infanzia di Giacomo, che segnerà il proprio destino,  insieme al pianoforte che suonava (non bene) fin dai quattordici anni nelle chiese e nei locali pubblici di villeggiature , per comprarsi le sigarette (già a quindici anni fumava in modo accanito) e – dicevano le voci  – andare nelle case di tolleranza. E poi il mare di Viareggio, o le brume di Torre del Lago , gli scorci di palude , i deserti autunnali coi  rami secchi che bruciano amari nelle campagne serali ,  le acacie ubriache di profumi, in primavera, le vie strette e polverose d’estate.
Una città dai confini malcerti che trascolorava tra la campagna e il mare , un microcosmo toscano di ciechi organisti   matti di vino donne e incenso  , tutti matti i musici Puccini , i vivi e i morti, dirà  la madre Albina  Magi,    per spiegare  la propria faticata vita di vedova perduta in un’eterna veglia , con sessantasette lire al mese di pensione , sette figli da mantenere e i problemi del quotidiano ; e poi la nonna , avara e inflessibile, la zia “nera” ,  energica e mascolina , la zia “rossa”,  anacronistica e seducente , e le cinque sorelle, la prima, Ramelde, tagliente e impietosa, l’ultima, Iginia, che poi si fece monaca , tenera, ingenua come una bambina, tutta pietà , santini e preghiere. Per un fato che perseguita la famiglia da generazioni, gli uomini sono morti quasi tutti precocemente ( il padre Michele muore a 51 anni ) , vittime d’incidenti o dei propri fallimenti, e l’amore che si riversa sul piccolo Giacomo è a un tempo capriccioso, avvolgente e rabbioso, frustrante , pieno zeppo di remore e di tabù di natura religiosa, soprattutto  quello della madre. Infatti Puccini trasferirà , inconsciamente , il suo senso di colpa , nei suoi personaggi femminili, a partire dalla sua prime opere, nell’Anna delle Villi  e nella Fidelia di Edgar , donne – come avverrà anche in seguito -  che pagano con la morte il loro amore “colpevole”. E anche l’attrazione sessuale , che Puccini  subirà per tutta la sua vita, sarà sempre sentita , più o meno inconsciamente , come un tradimento della Madre , se non addirittura  come un inconfessabile sentimento incestuoso.

3.     Le donne delle sue opere

Tutte le sue donne saranno, come lui,  vulnerabili e insicure, malate di solitudine e malinconia, malate d’amore. Contrariamente a ciò che scrive in certe lettere , in cui appare cinico e calcolatore artefice dei suoi personaggi teatrali, che sembrano essere studiati a tavolino, Puccini amò profondamente tutte le “sue” donne , a partire dalla  Manon Lescaut , “donna leggera e impudente , amante infelice, peccatrice senza malizia “, come la definì lo stesso abate Prevost,  porto accogliente e caldo , tante volte fantasticato dalla sua indole ardente e sensuale. Una donna , insomma, tutta carne e sesso, di quelle che fanno impazzire con i loro capricci e la loro imprevedibilità, ma che alla fine ripagano i loro amanti in una morbida pienezza di sudditanza e di abbandoni, anche se sono  destinate a rimanere “sole, perdute, abbandonate in lande desolate”,  e a maledire  la loro bellezza .  Puccini ebbe il merito – scrisse un suo acerrimo critico – di sentire in sé “una certa poesia animale” , fatta di intimità e comprensione delle piccole gioie e degli umili dolori, con una sensualità facile che ha  sinceri ritorni di candore compassionevole. 

4.     La dinastia dei Puccini maestri di Cappella

Quella poesia gli veniva dalla sua terra,  Lucca - allora facente parte del Granducato di Toscana – , dove era nato il 22 dicembre 1858, in una famiglia in cui si respirava musica da quattro generazioni, (per un secolo e mezzo la dinastia dei Puccini ,maestri di Cappella , organisti, insegnanti ,aveva assicurato una continuità alla vita pubblica musicale lucchese) , e pur non mostrando doti musicali particolari e non fosse neppure il primo dei maschi , era stato designato l’erede dei Puccini . Non deluse le attese, ma fu solo grazie ai sacrifici e alla determinazione della madre Albina , che potè completare i suoi studi al conservatorio di  Milano e divenire in capo a pochi anni uno dei più acclamati autori di musica operistica. Rispetto ai vari  Catalani ,Leoncavallo, Mascagni, Giordano , Puccini aveva un miracoloso istintivo senso teatrale e  grandi capacità di seduzione, in particolare sul pubblico femminile, sia con armonie e melodie sentimentali, che con il suo fascino personale d’uomo contraddittorio, dicotomico. Da un lato “bestia , birbante , maschilista , uomo da bettola e da bordello” ,dall’altra signore  elegante, raffinato , amante della modernità  e dell’avventura ( comprò  il “bicicletto”, diverse vetture, i primi motoscafi, ebbe numerosi incidenti automobilistici); era quasi illetterato (componeva versi di una banalità soncertante ,  filastrocche scurrili e sgrammaticate che facevano inorridire  Illica e Giocosa) , e tuttavia seppe cavare il meglio dai suoi librettisti , che erano i migliori verseggiatori sulla piazza ; la sua musica si rifaceva alla grande tradizione italiana e tuttavia fu moderna , sempre attenta, sorvegliata, aggiornata alle novità strumentali francesi e alle avanguardie viennesi.

5.     Lucille detta Mimì

Dopo la Manon, del 1893, ecco Mimì, che scopre andando a  vedere a teatro, a Parigi,  Vie de Boheme di Henri Murger . Se ne innamora subito e pensa di  metterla in scena , nonostante Leoncavallo ci avesse pensato prima di lui e vantasse quindi dei diritti “morali”  di primogenitura (Murger era morto da quasi quarant’anni, senza eredi ). “Egli musichi, io musicherò”. Ne nacque una querelle  che si trascinò per diverso tempo, anche sui giornali, ma alla fine la sua  Boheme, “audace esperimento di tecnica scenica impressionista”, messa in scena il 1° febbraio 1896 a Torino,  fu un trionfo, e rimane ancora oggi l’opera più replicata al mondo, insieme alla Traviata di Verdi, mentre nessuno ricorda l’opera  omonima di Leoncavallo.
Puccini ci aveva lavorato sodo , per  tre anni , durante i quali aveva messo a dura prova la pazienza dei suoi librettisti,  Illica e il  panciuto Giacosa , che si sfogò con l’editore Ricordi (“Sono stanco morto del continuo rifare, ritoccare, aggiungere, correggere, tagliare , riappiccicare , gonfiare a destra e a sinistra, vi giuro che a fare libretti non mi ci colgono mai più”). La storia di  Lucille detta Mimì, morta tisica a ventiquattro anni nell’Ospedale di Pitiè , che farà piangere il pubblico di intere  generazioni, veniva direttamente dalla cronaca del tempo , la Boheme era uno spaccato sociale della vita dell’epoca che Murger conosceva bene , ma Puccini ne fece qualcosa di straordinario, sia dal punto di vista musicale che poetico. Ne fece il simbolo stesso della ricerca della bellezza , balsamo e consolazione ideale delle quotidiane inquietudini. Voleva cadenze accattivanti, ora comiche, ora tragiche e sentimentali, che però non dovevano celare la  sostanza amara e disincantata della vita ( “Voglio il riso e il pianto, la delicatezza e la volgarità, la malizia e l’innocenza, l’inquieta e malinconica solitudine che è dell’uomo, voglio carne umana , dramma rovente, sorprendente quasi, razzo finale, anche se è tristezza, malattia e morte”)
La musica di Puccini punta al cuore dei  personaggi , facendo delle loro passioni l’autentica molla teatrale, la sua Boheme non è la cronaca di un ambiente , come quella di Murger, ma un’operazione idealizzante della memoria. “ Mimì deve morire , non in forza di un processo drammatico,ma solo in quanto allegoria d’una giovinezza che non può evolversi se non  nella memoria. La fioraia Mimì, dalla bellezza esangue, rappresenta la trasfigurazione delle passioni indelebili dell’animo umano, la fugacità della giovinezza , delle illusioni e degli amori senza tempo. Mimì è il ricovero emozionale ,  poesia autentica delle piccole umili cose e dei giganteschi sentimenti che non hanno età...

6.     La Tosca e la Butterfy

E subito dopo Mimì,  semplice , affettuosa , la naturalezza fatta musica , ecco  la Tosca , che sparge le sue fragranze e i suoi profumi  nella Roma barocca della fine settecento del Papa Re , a Castel Sant’Angelo; profumi così intensi da far infoiare lo scellerato sbirro, Scarpia, che la vuole a tutti i costi. La Tosca di Puccini non somigliava molto a quella del dramma di Sardou , né alla Sarah Bernhardt che l’aveva portata sulle scene di tutti i teatri d’Europa .In Floria Tosca  Puccini cerca quelle assonanze e quelle sintonia con la propria sensibilità , ne rievoca le proprie  origini contadine e popolane , la propria orfanezza (anche Tosca è un’orfanella convertita al canto) e ne fa un personaggio tutta fragilità sentimentale e sessualità ,  un simbolo d’amore e di  libertà che si fonde con il mirabile paesaggio descrittivo dell’alba su Roma ( “E lucevan le stelle”) , la densità della scrittura armonica, la pasta inquieta dei timbri strumentali e il finale con  una delle marce funebri  più disperate e crudeli di tutta la storia del teatro musicale.
E dopo Tosca, con cui aveva inaugurato il ventesimo secolo, proprio a Roma, ecco la Butterflay , tragica vicenda della giapponesina sedotta e abbandonata dall’ufficiale di marina americano ( quando vide la prima volta il dramma di David Belasco al  Duke of York’s Theatre di Londra , Puccini  ne fu talmente entusiasta che chiese subito il permesso dell’autore per trasformare Madame Butterfly in un’opera lirica) , che mise in scena il 17 febbraio 1904 alla Scala di Milano con un insuccesso pilotato (boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate) Dirà Puccini: “Come sono  stati  crudeli questi “buoni” milanesi e quei cani di giornalisti, con quale livore si sono scagliati . Mai io credo sia accaduto , con tanta rabbiosa  e biliosa veemenza” . Le critiche furono velenose, si parlò di operetta , musica frammentata senza originalità di idee,  drammetto kitsch, puro estetismo, sostanziale friabilità, opera indecente, o scaltro rimaneggiamento  di materiali musicali preesistenti, ma Puccini fu difeso nientedimeno che da Giovanni Pascoli, presente alla prima, che fu facile profeta: “Caro nostro e grande maestro, la farfallina volerà; /ha l’ali sparse di polvere/ con qualche goccia qua e là,/gocce di sangue, gocce di pianto./Ma volerà, volerà…. E , infatti, solo tre mesi dopo a Brescia, l’opera ottenne un grande successo.
Secondo la  Pampanini, che fu una straordinaria Butterfly, l’emozione musicale , in quest’opera, sembra nascere da lontananze misteriose, è come se Puccini fosse stato realmente in Giappone, con quei profumi notturni orientali, quelle indefinibili angosce  e quel senso di poesia che approda a vere e proprie modificazioni interne del linguaggio sonoro pucciniano, certamente un’opera innovativa, d’avanguardia, una delle realizzazioni più perfette del teatro operistico del novecento.
Quella veglia notturna di Butterfly, il senso della solitudine che l’avvolge, il sonno del bambino, il celeberrimo coro a bocca chiusa , sono questi segni di modernità  che è già sottile inquietudine di sé stessa, e forse dello stesso autore, che presagisce la propria decadenza d’uomo arrivato, d’uomo accasato ( Puccini ha compiuto 46 anni e si è sposato con Elvira, a seguito del decesso del marito  di quest’ultima), apatico e circonfuso di luce , che non ha più niente da dire, come aveva scritto Illica  il 25 aprile 1904, ma i tormenti di Puccini uomo moderno cominciano proprio allora.

7.     Ah, se sapessi il  porco inglese. La fanciulla del West

Comincia a viaggiare, si guarda intorno , avverte che è già vecchio per i critici e i musicisti più giovani, Debussy, Strauss, è umorale, provinciale , si fa mandare le camice  e i colletti da Londra, descrive come un ragazzo il lusso delle cabine che gli vengono riservate sui piroscafi,  si reca Buones Aires e poi a New York dove è stata allestita  una stagione pucciniana. Scrive alla sorella  Ramelde: “ Ah, se sapessi il porco inglese ! Come mi secca  a non saperlo. Quante donne ! E quante mi cercano e mi vogliono. Anche vecchietto si trova  volendo e come!...Basterebbe alzassi un dito …E che forme le donne di qui , che culi sporgenti  e che personali, che capelli!  Roba da far drizzare il campanile di Pisa!”Ed ecco che dalle bellezze americane nasce un’altra donna, la Minnie della Fanciulla del West, opera che  andò in scena al Metropolitan la sera del 10 dicembre 1910 con un successo di pubblico solo apparente. In realtà qualcosa si è modificato, si sono ribaltate le posizioni:fino alla Butterfly era stato Puccini a portare avanti i suoi personaggi e a muoverli con un attaccamento che poteva apparire perfino sadismo, questa volta sono i personaggi a mostrarsi da soli, quasi non volessero lasciar spazio al Puccini, geniale inventore di melodie, e a costringerlo, invece, parola per parola, ad interessarsi dei loro sentimenti, insomma qualcosa di pirandelliano. In questo caso l’impeto tragico diviene enfasi fuor d’ogni misura . Siamo in presenza di un sostanziale  senso di distacco fra l’opera d’arte in sé ed i sentimenti del suo creatore. Che poi sono alcuni caratteri distintivi non soltanto della musica novecentesca, ma di gran parte della produzione artistica del nostro tempo. Anche  Mosco Carter , che aveva esaltato le sue eroine che s’inquadravano negli schemi freudiani, tutte sconfitte e “condannate”, tranne appunto Minnie, liquida sommariamente l’opera definendola un disfacimento del melodramma e definirà la successiva e incompiuta Turandot , un sarcofago del melodramma, la fine di un modo di concepire il teatro musicale.

8.D’Annunzio? Per carità. Ecco il trittico.

E’ il rovesciamento delle posizioni tra i personaggi e il suo autore, tra Puccini e le sue donne. Puccini è ormai avviato al tramonto e quest’opera è la testimonianza di una crisi , siamo lungo un crinale fra le inquietudini linguistiche ed espressive che separano l’Ottocento dal Novecento. Puccini era un artista celebre e un uomo ricco. Ormai si poteva concedere tutto, il motoscafo che lo veniva a prendere a Torre del Lago per andare a Viareggio, fucili, motori, automobili, orologi, vestiva con eleganza, era un gran signore alla mano, ma a nessuno sfuggiva la sua indomabile malinconia, la sua accentuata tristezza , che egli stesso riconosceva essere senza ragione. La sua amante ,la baronessa Josephine von Stangel , una giovane signora di Monaco di Baviera divisa dal marito, che Puccini aveva conosciuto sulla spiaggia di Viareggio verso la fine del 1917 , gli propone di abbandonare la moglie Elvira e di farsi un nido altrove, ma Giacomo,  per quanto lo desideri, non ha il coraggio di un gesto che avrebbe suscitato uno scandalo troppo grande e preferisce continuare la strada dei piccoli sotterfugi e degli incontri segreti. Ciò gli provocava ansia e malumore, ma la vera angoscia era quella di non trovare un libretto adatto alla sua ispirazione, cercare altri personaggi femminili. Gli propongono una collaborazione con Dannunzio, ma lui rifiuta: Il poeta porta male al teatro lirico , scrive nel novembre del 1918 , in lui manca sempre il vero e spoglio e semplice senso umano. Tutto sempre è parossismo, corda tirata, espressione ultra eccessiva.Accetta di mettere in musica il famoso Trittico , in cui troviamo “Il tabarro”, un grand guignol,  un’opera mancata con zone geniali, e poi “Gianni Schicchi” , un personaggio umoristico tratto dalla Divina Commedia, capolavoro d’equlibrio e di saggezza ridente, e infine  “Suor Angelica”, con al centro un altro personaggio femminile, un’armonia di femminee delicatezze , con una musica di una mollezza quasi pascoliana, ma anche un dolce sogno virginale  solcato da un momento di strazio.
Siamo alla fine della prima guerra mondiale e Puccini ha un assillo sempre più crescente:  “rinnovarsi o morire? L’armonia d’oggi e l’orchestra non sono più le stesse.”

9.La fiaba gozzoniana della Turandot

Avverte l’esigenza di cambiare, ma non sa ancora esattamente come, in quale direzione. Ha scarti di malumore  e di nostalgia uniti ad un’insaziabile e mal dissimulata curiosità nei confronti del nuovo. Vuole stupire il mondo con una nuova opera , qualcosa che gli dia nuovo entusiasmo, nuova linfa, nuova vitalità e quando l’amico Renato Simoni , alla stazione di Milano , gli propone di  pensare alla messa in scena della fiaba gozzaniana “Turandot” , la storia della bella e crudele principessa  misantropa, la cosa lo affascina , gli sembra  adatta per realizzare le sue nuove idee. Conosce la fiaba  perché è stata già messa in musica da Ferruccio Busoni e rappresentata a Zurigo nel 1917, ma lui intende farne qualcosa di fantasmagorico. Un’amica gli parla del lavoro teatrale  messo in scena anni addietro in Germania da  Max Rehinardt , gli promette che gli farà avere delle fotografie. Puccini s’entusiasma, chiede a Simoni di esemplificare il testo , di renderlo snello ed efficace , di esaltare la passione amorosa di Turandot  che per tanto tempo ha soffocato  sotto la cenere del suo grande orgoglio. Pensa ad un personaggio da realizzare “ attraverso il cervello moderno”, ma passano due anni e il  lavoro non va avanti , perdura il suo malumore, quel senso di annichilamento . Gli sembra di lavorare per le ombre, gli sembrano sforzi inani ,  tutto inutile.  “Ormai il pubblico – scrive all’amico Simoni – non ha più il palato e il gusto per la musica ; ama, subisce musiche illogiche , senza buon senso. La melodia non si fa più, o se si fa, è volgare. Si crede che il sinfonismo debba  regnare , invece io credo che è la fine dell’opera di teatro. In Italia si contava, ora non più.”I dubbi e le inquietudini dell’artista , il timore di perdere contatto con la realtà circostante, con le nuove correnti musicali , ora non avevano più - sullo sfondo-  le nevrosi erotiche d’un tempo, che erano quasi del tutto tramontate , ma diventavano più intime e logoranti nell’incubo della vecchiaia. Pensò addirittura di sottoporsi ad un trapianto ghiandolare di ringiovanimento di cui si erano avuti esperimenti in cliniche di Parigi e Berlino. Era ricco e famoso , ma niente più gli dava la gioia, la soddisfazione, l’orgoglio di un tempo , né l’enorme gettito dei diritti d’autore, le proprietà che aveva sparse un po’ ovunque, gli amici , la caccia, i viaggi , le sue automobili. S’immerge nel lavoro della Turandot con i soliti momenti d’euforia e abbattimento, incertezze , contraddizioni, ripensamenti, e  , come sempre , Puccini scarica  tutte   le colpe sui suoi librettisti, che erano invece intelligenti, colti e devoti a lui. Ci vogliono  altri due anni, dal marzo 1922 al febbraio 1924 , per finire la strumentazione dei primi due atti, ma quello che lo angustia è il terzo atto , di cui non riesce ancora a vedere il logico sbocco drammatico. Accusa , come al solito , i “poeti” di trascurarlo, ma in realtà avverte inconsciamente che si è avviato lungo una strada senza uscita ,  fatta di esperienze composite che devono essere ricondotte ad un’unità . Capisce che deve dare un taglio netto e definitivo al passato , con le vecchie regole del melodramma.

10. L’ultima delle sue donne è Liù

Era partito dalla passione amorosa di Turandot, ma i sentimenti di questa donna sembravano emergere soprattutto come la componente di un misterioso ed affascinante rituale scenografico; l’unico personaggio che richiamava le sue eroine , deboli e destinate ad amare e a  morire d’amore, è quello che non c’era nella fiaba drammatica del Gozzi, Liù, che conserva intatta  la felicità musicale e la delicatezza delle  intuizioni liriche delle sue donne , per il resto naviga in un mare di incertezze. L’ultima delle sue donne non è  Turandot, ma Liù, “che va sacrificata –dice - perché questa morte può avere una forza per lo sgelamento della  principessa”. Intuisce che non ce la farà a finire l’opera.  “”Io ci ho messo in quest’opera tutta l’anima mia , ma non so se potrò finirla in tempo” , anche se scaramanticamente ne fissa l’esecuzione alla Scala per l’aprile 1925.  Ma già nell’aprile del 1924 giunge l’evento irreparabile del suo “mal di gola” che lo affligge da diverso tempo: si tratta di un tumore maligno. Continua a sperare, o fingere di sperare ( sa che la madre e la sorella suora erano morte dello stesso male) , in agosto scrive agli amici di stare benone , soffre solo  di una fastidiosa faringite e tonsillte , parla di caccia e in Ottobre si reca a Torre del Lago, per l’ultima volta. Il 3 novembre scrive a Clausetti , per la Turandot: “Occorre una donna eccezionale e un tenore che non scherzi. Non averla finita quest’opera mi addolora. Guarirò per finirla in tempo?”

11. Un cancro alla gola

La sera del 4 novembre  Puccini parte per Bruxelles , accompagnato dal figlio Tonio: all’Institut de la Couronne , diretto dal dottor Leodux , dove sarebbe stata tentata la cura del radio , unica possibilità di salvezza, gli avevano detto a Firenze. Puccini farà  un po’ da cavia e sarà la prima vittima illustre delle pionieristiche terapie anticancro. Operato il 24 novembre , - tre ore e quaranta minuti di sala operatoria , dolori atroci, impossibilitato a parlare , - Puccini scrive su un taccuino: “Caro Magrini , la Maremma è ancora bella?, si va a caccia?”. Per qualche giorno l’atroce supplizio sembra avviato a risultati positivi ( “Puccini en sortirà”, dice Ledoux) , ma alle nove di sera del 28 novembre una sopraggiunta crisi cardiaca  ne segna l’inevitabile fine. “Ho l’inferno in gola, mi sento svanire”, scrive Puccini sul taccuino. Sono le sue ultime parole. Ormai non c’è più niente da fare. Arriva l’ambasciatore italiano , poi il Nunzio Apostolico che si intrattiene qualche minuto da solo e gli impartisce i sacramenti. L’agonia dura quasi tre ore. Alle undici e mezzo di sabato 29 novembre 1924, il cuore di Puccini cessa di battere.. Un attimo prima di morire forse rivede in un flash tutta la sua vita: pianista e organista adolescente a Lucca, studente e autore di pezzi orchestrali a Milano , cacciatore sul Lago di Massaciuccoli, i primi successi, il benessere, la fama, i grandi viaggi ,gli  amici, le donne e il fumo ,  la nomina a senatore del Regno d’Italia . Rivede la galleria dei suoi personaggi femminili, le sue “grandi” donne, figure indimenticabili, fragili come onde di mare ,ma non arrendevoli,  eroine struggenti che conquistano il cuore della gente, riascolta la sua musica di straordinaria forza narrativa e di miracolosa precisione teatrale , la sua musica che ci fa ancora sognare e commuovere , e si firma  , con malinconica autoironia , come usava fare negli ultimi mesi della sua vita: il vostro “ sonatore del regno”.