venerdì 6 gennaio 2012

Rocco Scotellaro poeta contadino

ROCCO SCOTELLARO
POETA CONTADINO  
                                   

Di Augusto Benemeglio
     

1.     Poeta della libertà contadina
A Portici , il 15 dicembre 1953, alle otto e mezzo di sera , moriva il giovane Rocco Scotellaro, “ poeta della libertà contadina”. A Tricarico, nella cupa e fonda provincia materana , c'è ancora oggi quella scritta , quella frase , ben impressa sulla soglia della sua casa. L’autore di quell’epitaffio era stato Carlo Levi , scrittore , pittore e poeta torinese , con vocazione  meridionalista . In realtà , Levi , - come una sorta di Pigmalione che modella la sua opera  più riuscita -  nulla volle mai sapere dello Scotellaro fragile , sofferto , dolente , drammatico degli ultimi anni  di vita , nulla delle sue lontananze struggenti  , del rimorso che lo divorò per aver abbandonato la sua gente , nulla dello Scotellaro  sull'orlo del suicidio per gravi problemi irrisolti a livello esistenziale,  nulla volle mai sapere della sua solitudine disperata,    delle difficoltà ad avere un rapporto sentimentale con le donne,  paesane o “forestiere” che fossero;  nulla della sua impossibilità ad essere felice , (una sorta di autopunizione , o espiazione , per il suo disimpegno politico , o tradimento nei confronti della sua gente) … Levi l’aveva modellato  poeta contadino  , personaggio emblematico del Sud , con tutta la sua foresta di simboli e la sua mitologia . E della poesia di Scotellaro , nuovo messia del Sud ,  fece il  quinto vangelo del compagno Rocco , ad uso e consumo dei contadini del meridione.

2.Fragile cuore

Dopo la sua morte , organizzò personalmente il corteo , con il grande antico lamento funebre delle donne lucane , che accompagnarono al cimitero del Basento il feretro di Rocco Scotellaro … Sembrava fosse la morte di un eroe greco , di “Ettorre domator di cavalli” , il più grande e nobile difensore di Troia , e disse più o meno :  questo fanciullo dai capelli rossi , questo piccolo uomo del sud , ha fatto in pochi anni uno sforzo intenso e gigantesco ,ha fatto quello che non era stato fatto per secoli e secoli. Per questo il suo fragile cuore di poeta contadino ha ceduto. E lui lo sapeva, lo presagiva…
Ma dopo i funerali epici ,  Mario  Alicata e  i suoi nipotini cominciarono a smantellare il piedistallo su cui poggiava il  mito  Scotellaro , negarono che fosse quel Messia dei contadini che aveva fatto intendere il piemontese Levi , negarono che la sua poesia avesse quel crisma popolare, anzi dissero che lo stile era  letterario aristocratico , ermetico , e che lui era in realtà un piccolo borghese , altrochè contadino !  E così  fecero una sorta di liquidazione sommaria della interpretazione leviana . 

2.     Non lo conosce nessuno

A questo punto qualcuno si chiederà: ma Rocco  Scotellaro era veramente un poeta contadino?   Certo che lo era , lo  afferma  Eugenio Montale  in persona (…”fu come Sergio Esenin o Attila Joszef, due dei più raffinati artisti della moderna poesia europea . Egli ha potuto lasciarci un centinaio di liriche che rimangono certo tra le più significative del nostro tempo “)…Forte di questo autorevole parere , in questi  ultimi giorni ho chiesto in giro agli studenti delle medie superiori  del basso  Salento  ( da Tricase , Castro, Leuca e Patù , a Collepasso, Tuglie, Sannicola , Gallipoli, Alezio , Taviano , Racale , ecc.)  se qualcuno conoscesse Rocco Scotellaro .
Il risultato , ahimè, è stato assai sconfortante.  Pochissimi , quasi nessuno, lo conosce. E , a dirla tutta, anche  molti  insegnanti  di lettere a livello di conoscenza non vanno oltre il nome.  Che peccato!
Ma  lo sapete , ragazzi,  che Rocco Scotellaro  è un poeta vero, autentico , importante,  forse unico nel suo genere ?  Lo sapete che è stato lui  a dimostrare che anche il  mondo contadino era poetabile?  Ha dimostrato che i contadini del sud  hanno  una voce  lirica  , una  coscienza letteraria , una lingua autonoma , una  poesia sublime?
E lo sapete che nel suo ultimo libro- inchiesta sui contadini del meridione , per la Puglia  scelse il Salento , venne qui  tra la fine di luglio e i primi di agosto di cinquant’anni fa , a  parlare con i contadini di  Lecce , Tricase , Alessano Patù , Leuca , Presicce , Acquarica e ne fu incantato?

3.     L’epica del lavoro

C’è  chi ha scritto che in lui , nella sua personalità,  c’è  un intreccio di significati che non sono soltanto etici e letterari, ma rappresentano un modello culturale che va al di là di ogni retorica o di ogni forma di discussione di natura anche storica. La visione antropologica, la Lucania , il folklore , gli usi , costumi e tradizioni , il Mediterraneo immenso di Scotellaro . C’è la storia che diventa tempo e il sentimento del tempo che cuce la memoria dei giorni …E c’è , naturalmente , il dramma dei cafoni , materia prima , combustibile ideologico e politico fatto di fatiche sudori attese e speranze , che Rocco riesce a trasformare , trasfigurare , in una nuova epica del lavoro e delle tribolazioni dei poveri , e lo fa con strumenti essenzialmente poveri, immagini naturalistiche efficaci e dirette, rime facili e lessico contadino….
E poi c’è tutto l'insegnamento di Levi, il suo maestro  : tirar fuori orgoglio, grinta, amor proprio , non piangersi addosso , rimboccarsi le maniche , darsi da fare , con entusiasmo, passione , costanza , in un mistico affratellamento. Lottare , insomma, per rivendicare una nuova qualità di vita, anche esagerando ,magari , quando tutto sembra coalizzarsi contro i poveri : il potere sociale politico economico e religioso , e lo stesso Stato che anziché un padre , sembra un bieco oppressore dei deboli e dei poveri." Io sono italiano, ma l’Italia è mansionata da infami , ladri e barbari; gli enti e gli uffici mi hanno riempito di dolori e io ho affrontato la sorte menandomi all’avventura in quest’aperta campagna pure essendo grande invalido con un infortunio subito per difendere la mia PatriaLa Patria!…Andai dal prefetto , non mi volevano ricevere , allora mi buttai a terra e mi coprii della bandiera tricolore e rotolondami nel corridoio gridavo : - Mamma mia che puzza! , che marciume!, non si resiste …Rifacciamo la costituente , ricostituiamoci in piena regola da italiani, da estirpare i vari ceppi e farne carbone…. Il Maresciallo mi disse: “Così vai in galera” ed io risposi: - Chi se ne frega , più scuro della mezzanotte non puo’ essere quando io sto lottando l’oscurità dell’una e un quarto …Ora siamo nel secolo dei nobili ignoranti , pieni di beni e di vaste comodità usurpate ad un popolo balocco e scemo , ed io mi voglio distinguere innalzando la mia bandiera a lutto , essendo la bella Italia ricaduta nuovamente sotto il regime burocratico…Basta rubare, sarebbe ora di marciare sulla via dell’onore. Per me sarà meglio di ieri".

4.La solitudine  
Questo brano è tratto da  “Contadini del Sud”, il libro-inchiesta che lo scrittore non riuscì a completare per la morte improvvisa , per un infarto a cui non doveva essere estranea l'amara traumatica esperienza del carcere, dove rimase per 45 giorni a seguito  di  lettere anonime e indizi inconsistenti che lo accusavano di concussione. Al processo fu mandato assolto per non aver commesso il fatto , ma intanto il carcere lo fiaccò, lo segnò , lo marchiò in maniera indelebile e fatale. " M’avevate ridotto un tabernacolo/ Le battaglie si facevano più dure e il capitano era sempre più solo…Ora basta, è tutto finito". E si spense lì  una delle ultime voci  di poesia funzionale, civile e consolatoria. Si fa fatica a ritrovare  Rocco sui libri di scuola , nelle antologie dei poeti contemporanei . Egli  rimane a tutt’oggi poeta "emarginato" dai circoli culturali ufficiali ,  tirato via con un segnaccio: “neorealista dell'ultima ora”, il che poi non è assolutamente vero.  Ma  lo stesso  Levi , in fondo ,  fin quando Rocco fu in vita , non riuscì,  con tutta la sua influenza ,  a fargli pubblicare nulla . Da Einaudi aveva contro un Pavese anti-terroni e forse anche la Ginzburg nutriva delle riserve sulla sua poesia .  Che non sempre è  liliale ; anzi , a  tratti  c’è forse pure  rabbia e violenza  e  il  clima cupo della sua terra , un’anima geografica  annerita , insieme ad un forte e risentito accento aggressivo , come ha scritto qualcuno. Ma io vi domando: che cosa ci dovrebbe essere nella sua poesia ?, lo zucchero e il miele per tutto quello che lo Stato non ha fatto per i cafoni del sud? Egli fa una rappresentazione epica del suo paese, un paese sperduto di appena ottomila abitanti che non sta neppure sulla carta geografica , eppure lui riesce a farci costruire un Ospedale , uno dei tre in tutta la regione Lucania , quando in tutto il meridione  non ce l’avevano neppure città di cinquantamila abitanti .  Nessuno prima di lui s’era immerso così profondamente dentro l’animo della gente contadina , sembra un Enzo Majorca negli abissi del mare contadino , un palombaro dello spirito che raccoglie tutto , sentimenti frustrazioni aspirazioni fatica rabbia stenti e trasporta i contadini , i braccianti , i piccoli artigiani , i poveri , gli ultimi della sua terra verso quel mondo della libertà che sta davvero nascendo , grazie a lui, che ne è capo indiscusso e guida profetica.
5-La speranza
Sì. Ma quanto  vale la sua poesia ?
Secondo Dario Bellezza  vale molto: “Rocco Scotellaro è un rimprovero vivente per la poesia italiana , così vuota di senso , ruffiana e formalista, svuotata di ogni energia e significato ”.E lo stesso Nenni , che non era un  critico letterario, ma sapeva intuire disse che la poesia di Rocco era un grido di  libertà e speranza. La speranza è nella lotta. E Scotellaro lottatore lo fu davvero , dalla sua nascita alla morte, che è solo apparente perché…”qui nessuno muore”.
Oh, qui nessuno è morto !/Nessuno di noi ha cambiato toletta
E i contadini portano le ghette/ Di tela , quelle stesse di una volta .
Oh, qui non si può morire!/ Venite chi vuole venire :
suoneremo la nostra zampogna / soffiando nella pelle della capra,
batteremo sul nostro tamburo/la pelle del tenero coniglio.
Oh, qui nessuno è morto…qui non si può morire

Grazia Deledda scrittrice dimenticata

GRAZIA DELEDDA
UNA SCRITTRICE “INGIUSTAMENTE” DIMENTICATA?
                          


DI AUGUSTO BENEMEGLIO

  1. Barbarica e corrusca raffinatezza
Diciamolo subito, la Deledda è una scrittrice dimenticata , e non da oggi. Già nel 1938, appena due anni dopo la sua morte , nella “Storia della letteratura italiana” di Mario Sansone , volume destinato alle scuole medie superiori nella riedizione del 1958,  le vengono dedicate ventotto  righe, qualcuna in meno rispetto ad un Prati e a un Aleardi,  e la si liquida come autrice da  “Sardegna mia”  e  “sincero – ma confuso – impegno morale”.   E oggi , che ricorre il 75° dalla sua  scomparsa , avvenuta a  Roma il 15 agosto 1936 , a seguito di  un cancro al seno, Grazia Deledda  è praticamente  sparita dall’orizzonte letterario , non la conosce più nessuno, - tranne un ristretto gruppo di aficionados , quasi tutti sardi o  di origine sarda con la nsotalgia di cavalli dalle reni d’argento, Gennargentu e il mare che va loro incontro tutte le notti - ; la si è dimenticata  nonostante il Nobel assegnatole nel 1926 , che rimane a tutt’oggi l’unico trofeo della narrativa italiana , considerando che Pirandello è certamente più drammaturgo che romanziere,  tre sono poeti e l’ultimo  (Dario Fo) è un “ narr-attore” . Di  questa “ingiusta” (?)  dimenticanza si è indignata Valentina Fiori nel blog letterario  Linutile” con un post  monografico interrogativo :  “Può un nobel venir dimenticato?” Ma certo che  sì, Valentina, ( sono pochissimi i Nobel che si ricordano ) ,soprattutto se quel premio è discusso fin dal momento in cui viene assegnato.  Va detto , per onestà, che c’è sempre stata nei confronti della Deledda  , da parte di certa critica  letteraria  italiana  un po’ di  puzza sotto il naso ,o  un atteggiamento di ipocrisia ; poi è calata una specie di cortina  tra l’imbarazzo  e il  silenzio , tra il rispetto e il fastidio ,  tra la noia e (talora)   il disprezzo  per la sua cultura da autodidatta , per l’ingenuità  e  le carenze del suo stile. E anche quelli che , sostanzialmente,  hanno apprezzato la sua opera  non hanno sottaciuto gli aspetti  negativi  della stessa :   “Ha un non so che – scrisse  Emilio Cecchi -  di barbarica e corrusca  raffinatezza…ma ciò che ella trae dalla vita  della provincia sarda  non è naturalismo , né verismo . Il fondo della Deledda è istintivo, pressochè incolto”
“Tanto i motivi  e gli intrecci, quanto  la struttura linguistica , in lei,   hanno qualcosa di lirico e di fiabesco”, - scrisse  D.H. Lawrence nell’ introduzione al suo romanzo “ La madre”, - ma  l’interesse del libro non risiede nell’intreccio , o nella rappresentazione dei caratteri , bensì nell’illustrazione della pura vita istintiva” 
E anche uno come Momigliano , che la paragonò , per il carattere solennemente morale che si riscontra nelle sue opere  maggiori ,  a Gonciarov, Gogol, Tolstoj , Dostoevskij, fa ogni tanto marcia indietro:  “ …il tessuto della sua arte è dato soprattutto da quelle scene d’apparenza banale , che tuttavia lasciano l’impressione di una rara forza nel rappresentare e caratterizzare …Certo non voglio affermare che la Deledda abbia creato dei personaggi incisi con la precisione degli eroi proverbiali della letteratura…” …E poi dice che :”non è un’illetterata” , ma comunque è assolutamente estranea alle tradizioni letterarie .


  1. L’amore e il vento
Ma chi era veramente Maria Grazia Cosima Deledda  ( questo il nome completo) , questa  “selvaggia” delle lettere  fatta d’argento rame e quarzo , che dotata di  grande istinto , ma anche eccezionale forza d’animo , stratega nata , abituata a tenere sotto controllo i propri sentimenti , ambiziosa , affamata di vita e di futuro , e con una sensibilità che conobbe tutte le disperazioni ,  un  intuito e straordinario e un  empito di passione morale  ( Momigliano disse che Elias Portolu  era il libro di più alta e solida moralità dopo i Promessi Sposi!), seppe , in pochissimi  anni  ascendere ai vertici della narrativa italiana , sbalordire tutti e tutto ? .
Era nata a Nuoro il 27 settembre 1871 , sotto il segno della Bilancia  , segno d’aria e di  Venere , colorato di verde primavera , segno di coloro che ricercano l’equilibrio sopra ogni cosa ; ma anche segno di chi è nato per vincere . La sua  era una piccola città “ dai tristi inverni”, fatta di “casette, basse, nude, mal costruite, brune” , dove viveva alla “penombra della fiamma”,  tra i mormorii di una gente sospettosa , in una terra dal doppio isolamento , culturale e anagrafico, e la sua sorte sembrava inevitabilmente segnata come quella di tante piccole ragazze brune nuoresi  del suo tempo, senza che avesse nessun fascino, nessuna attrattiva particolare ( c’era in lei un po’ di sole e pietra, fuoco e nebbia, tra gli alberi scuri e i cavalli di rame , poi la notte , e la luna che tramonta chissà dove) ... Invece , questa piccola donna sarda ci viene incontro  con la sua audace e indomita fierezza arabo-fenicia , su uno sfondo corrusco della Barbagia , come un presepe vivente , i pastori, i contadini , i servi , gli artigiani , il lavoro aspro e faticoso in quella  terra dura ,chiusa , avara ,  che splende di un’arcaica , incontaminata bellezza. Entriamo nel mondo della sua scrittura : le notti animate da fate , folletti, insetti, uccelli , e il mare , lontano, estremo, limite irraggiungibile di quiete , di pace. E poi l’amore e il vento , un amore ambiguo, d’ombra e d’oro,  travolgente , incestuoso , drammatico , fatale , crudele , colpevole , vetro e fiamma ; un amore febbricitante , tempestoso , in una società contadina  oscillante tra la fede cristiana e la superstizione pagana: “Si amavano come dovevano amarsi le coppie primitive, nelle  foresti giovani del mondo appena abitato(…) le pareva di essere portata via da un vento, da un turbine di voluttà; e diventava anche lei selvaggia , perdeva facilmente la leggera scorza di civiltà che l’avvolgeva in tempi ordinari; ritornava ad essere la ninfa ignuda che aspetta il fauno tra l’erba a cui era ignota la falce . ( “La via del male”)

  1. Fuggire dall’Isola
Ma  Grazia , come donna , non era una canna al vento piena di voluttà d’amore selvaggio, non era una ninfa che dormiva ritta abbracciata ad un olmo, non era una larva che languiva e rifioriva , non era un simulacro di fiamma vera. Era pratica, disinvolta ,  lucida, attenta, sicura di sé, con i piedi ben fermi e solidi nella terra ferma, come attestano  certi suoi comportamenti, certe sue scelte, certi documenti.  Del resto , basta guardare certi suoi ritratti giovanili per capire di che tempra era fatta: aveva lo sguardo scuro e obliquo , assolutamente privo di timore, o timidezza, con una determinazione feroce;  aveva una forte personalità e un’immensa autostima. Era convinta che sarebbe riuscita a diventare “qualcuno” nella vita , nonostante avesse coscienza del suo isolamento, della sua ignoranza , delle arretratezze in cui era costretta a vivere (aveva studiato solo fino alla quarta elementare, limite estremo per le donne nuoresi di quel tempo, ma poi aveva  avidamente letto molti libri ereditati da uno zio prete ) . Grazia sapeva , fin dalla prima adolescenza , fin da quando ebbe coscienza del suo destino , della sua vocazione  ( cominciò a pubblicare novelle che aveva appen diciassette anni e già sognava il successo sotto la coltre luminosa delle sue prime albe) , che per realizzare le sue aspirazioni, avrebbe dovuto fare rinunzie dolorose  , lasciare i suoi affetti ,in primis  andare via dall’isola , anche se ciò le sarebbe costato molto.  Come Antonio Gramsci, e tanti altri illustri sardi , sarebbe fuggita  da  un paese dove “tutti   si conoscevano, tutti si giudicavano severamente, e quelli che meno avrebbero dovuto scagliare la prima pietra, erano i più inesorabili
Nel suo confuso progetto  di liberalizzazione , non poteva “entrare” l’amore, quel batticuore di selve , fiori , attese , luci , ombre e acqua torrida , che era l’amore . Nella sua costante  ricerca di equilibrio , lei aveva  subito  rinunziato all’amore , per una vita più libera e moderna, che le consentisse di diventare una scrittrice vera . Aveva poco più di vent’anni , parlava prevalentemente in dialetto sardo e non si era mai mossa da casa , se non per andare a cavallo sui monti che circondavano Nuoro , ma era già  la ragazza più ambiziosa che  esisteva in Sardegna , e faceva di tutto per essere all’altezza di tale reputazione.  I suoi erano preoccupati per quella sua mania di scrivere e temevano che non riuscisse a trovare  marito , perché non era bella, non era ricca, né tantomeno sottomessa, e in casa non sapeva fare nulla.  Ma lei sapeva benissimo ciò che voleva , e in quel periodo  (siamo  nell’estate del 1892)  scrisse una lunga lettera all’ “illustre” professore piemontese  Angelo De Gubernatis, indianista di fama internazionale , docente universitario di letteratura all’Università du Roma , fondatore di riviste letterarie , poligrafo, antropologo,  avventuroso viaggiatore e infaticabile seduttore: “Vivo in un paese tanto pittoresco quanto disgraziato;attraverso il circolo di montagne deserte e leggendarie che chiudono il mio orizzonte, sento tutta la modernità della vita , dei tempi nuovi e dei nuovi ideali…La mia vita è silenziossima. Vivo in una casetta tranquilla , perduta in una piccola città  che è poi un grosso villaggio…Sono piccola , pallida e bruna …Finora nessuno mi ha mai aiutato e pochi mi hanno compreso…   Fu la prima di una lunga serie di lettere che i due si scambieranno nel corso di ben diciassette anni.


4.Sono brutta, non so parlare e non so vestirmi

Il  cinquantaduenne De Gubernatis rimane affascinato da questa ragazzetta che non ha mai visto e che  finora ha scritto solo robetta per riviste femminili , ma è ambiziosa , vuole a tutti i costi diventare una scrittrice affermata (  si spaccia  per etnologa , studiosa  del folklore sardo , pur di scrivere per la  rivista di tradizioni popolari fondata dallo stesso De Gubernatis ) , e nel corso della corrispondenza tenta di sedurla , vorrebbe conquistarle il cuore (e anche il corpo, magari). Insomma le scrive  che vuole conoscerla di persona, le parla  anche d’amore.  Dice che verrà a trovarla a Nuoro. Ma lei nicchia, si nega , lo blocca , non è il caso che il professore si scomodi, e dimostra di essere dotata di sarcasmo e autoironia: “ Senza dubbio – gli scrive – è la mia originalità che ti attira: tu senti che io sono diversa dalle altre ragazze  che puoi avere conosciuto fino ad ora…Ma sappi , caro Angelo, che io sono brutta , non so parlare , non so vestirmi , non amo e non posso amare …Non m’importa nulla se tu qualche volta mi parli d’amore.A me interessano altre cose”.
Grazia era ( o voleva essere ) tutto il contrario dei personaggi dei suoi romanzi , che vivevano in una  società immobile, chiusa,  arretrata , esposta agli abissi dell’incesto , tra cognati, tra zii e nipoti , tra cugini carnali ; stati morbosi , eros , tradimento, abbandono, vendetta , odio come una malattia dell’anima che consuma , che corrode, che distrugge.  Lei era  lucida, attiva, ricca di iniziative , aveva tenacia e astuzia. Voleva dedicarsi anima e corpo alla letteratura , e insieme mantenere rapporti costanti con editori di varie città italiane, stringere alleanze con intellettuali , istruirsi , informarsi , proporre articoli anche sugli scritti altrui , cercare recensioni per i propri,  insomma aveva tutte le doti necessarie  non solo per   costruire un’opera , ma edificare una carriera. E tutte le sue scelte, ivi compresa quella di sposare, senza amore, un mediocre funzionario ministeriale romano, conosciuto casualmente a Cagliari  ,  in uno dei suoi rari spostamenti , nell’ottobre del 1899 , o quella – sicuramente dolorosa - di lasciare la Sardegna e vivere a Roma, furono orientate in quella direzione, oserei dire con sapiente e ferrea strategia.

5-I “ mammutones”
 Le interessava solo la scrittura , era la sua ossessione , la sua vita , e  avrebbe voluto essere un po’ il Tolstoj della Sardegna, che era il suo idolo e il suo modello.  Appena lasciata l’isola , nell’aprile del 1900 , ecco raffluire  in lei un’ondata immensa di saudade  che si riverserà  in tutti i suoi libri  , ecco il privilegio della memoria , delle radici , dell’armonia ritrovata come per incanto , eccola ricreare  quel clima , quell’atmosfera di  decadenza , di disfacimento dell’antica società sarda , delle  famiglie  aristocratiche che vanno in rovina , riecco  il barbarico fondo dei miti religiosi , delle feste, delle tradizioni locali, fra sangue e l’ ascesi . E  alla fine quella ricerca assoluta della pace interiore, della dignità morale, della  liberazione dall’incubo del peccato , del rimorso.
Ma le sue sono ricostruzioni “mitiche” , simboliche ,  legate alla sua infanzia e adolescenza , alla sua nostalgia , frutto di intuizioni e fantasticherie , senza alcuna vera documentazione  socio-storico-antropologica e   illustrativa . Infatti i primi a non riconoscere quella Sardegna , né a riconoscersi in quei caratteri e in quei personaggi  sono  proprio i suoi concittadini , che s’indignano con lei, protestando vivamente per essere stati rappresentati come “mammutones”, ovvero maschere  che si muovono a scatti in una dimensione innaturale di mimesi disperata”
 E poi nei suoi romanzi  ci sono  omissioni , ingenuità, farragini, cadute di stile, noia, mediocrità,- scrive  Renato Serra, -  che la pongono a distanze siderali da Tolstoj e gli altri grandi russi.
E tuttavia… i suoi libri  si vendono eccome! , i suoi libri vengono tradotti in tutte le lingue occidentali, con piena soddisfazione del suo editore e lei non ha neppure trent’anni! . Ma ancora prima , nel 1896, alla vigilia della pubblicazione del romanzo che le avrebbe dato notorietà nazionale, “ La via del male”, aveva piena coscienza critica di ciò che voleva fare , ed era qualcosa di diverso , non omologabile con la narrativa che era in circolazione.  Scrive infatti a  De Gubernatis: “Ho la coscienza d’aver fatto una cosa non sciocca , non nevrotica, non morbosa, come la maggior parte dell’odierna produzione italiana”.

6.      Io scrivo ancora male in italiano
Ed era vero. La via del male nasceva dalla rottura degli equilibri posti dalle comunità contadine e pastorale, da quella familiare, da quella cristiana  e universale del non uccidere , del non commettere adulterio, del non desiderare la roba d’altri.  Il senso di colpa , l’incubo , il rimorso , il dolore , la dannazione dei due amanti per l’omicidio commesso  è una condanna inesorabile , assoluta :  nessun medico poteva guarire il loro male, nessun giudice poteva condannarli ad un pena maggiore di quella a cui erano condannati”
In quel solco  fatto di  superstizione, mistica del delitto e castigo dostoevskiano, la Deledda delinea e configura  la Barbagia alla stregua di  certi sperduti villaggi russi , il luogo di passioni ancestrali , dei comportamenti tabù  che nella loro esemplarità possono essere assunti come allegorie dell’eterna storia dell’errore del castigo , del dolore umano. Gli uomini sono esposti come fragili
“Canne al vento”, il titolo è tratto da Pascal e in qualche modo emblematico , ma l’attenzione della scrittrice si volge – come sempre – più alla  contemplazione di un’atmosfera ( la quieta rovina di una famiglia aristocratica , la cupa devozione di un servo  e il suo silenzioso rimorso) che ricorda se mai più quella lorchiana della Spagna del Sud , un’atmosfera di cupa ,  chiusa religiosità  legata alla terra , agli scongiuri, ai canti, ai racconti presso il focolare delle cucine , che le fa scorgere l’infinita miseria e solitudine dell’uomo  attraverso gli oggetti , i silenzi, le ombre, di un Dio lontano, di un Dio che non aveva volto umano , di un Dio che forse non esiste.
Questa  sua dimensione del narrare , tra il fantastico il mito e la leggenda di una Sardegna archetipica di nobili servi preti banditi pastori e contadini , questa  precisa scelta stilistica che permea e fascia tutti i romanzi più famosi della scrittrice ( Elias Portolu, Cenere, Edera,  Canne al vento , Marianna Sirca, L’incendio dell’uliveto, La madre) di un’atmosera sognante  , con  un alone di incanto primitivo , e di un animistico presentimento delle cose , un’ esistenza immutabile e senza tempo,  fa scoprire all’Italia, all’Europa, al mondo , la Sardegna , un’isola cupa dura chiusa orgogliosa fiera che richiama ora certi  paesaggi del Dorset  di “Giuda l’oscuro” di Hardy , ora l’Irlanda irredenta di Wilde e  Joyce , ora i boschi di betulle della Polonia di Conrad , o la campagna del Varmland svedese di Selma Lagerlof ;  infine  la tragica sprovvedutezza dei personaggi, il loro fatalismo di fronte agli eventi , il senso incombente della catastrofe, la mistica del rimorso, della condanna , dell’espiazione richiamano  alla mente tutta la letteratura russa dell’ottocento, che era allora quella più in voga  e apprezzata.
Grazie a lei – annota  Giustino Manca - la Sardegna  tenta  un dialogo alla pari con le grandi letterature europee , e soprattutto con quella  russa, popolo antropologicamente molto affine a quello sardo . E  può farlo , aggiunge Eurialo De Michelis, perché il suo verismo ha un respiro europeo , un verismo che riscattava il documento  in folklore , e il dramma etico-religioso  in modi e toni da leggenda , quasi di popolare ballata.  E fu probabilmente questo respiro europeo a far guadagnare alla Deledda , nel 1926, la stima degli accademici di Svezia, i giudici del premio Nobel. Ma fu importante anche il suo lessico – scrive Efisio Sulis – l’uso di una lingua sardofona , antiaccademica , svincolata da quella aulica della lingua italiana. Non fu  una sua precisa scelta stilistica (pensava in sardo ,e traduceva in italiano, come ammise lei stessa:  Io scrivo ancora male in italiano - ma anche perché ero abituata al dialetto sardo che è per se stesso una lingua diversa dall'italiana". ) , ma sarà uno degli elementi  importanti dei suoi romanzi.  

7.      La Noia 
Scrivere,  per lei , non fu mai solo lavoro, ma  vocazione, necessità, ossessione , monomania, e anche il suo vero unico divertimento:  “Nelle ore in cui non scrivo mi annoio a morte tanto che divento persino smorta in viso. Lo Scrivere è la mia vita , il solo raggio che interrompe la monotonia della mia troppo tranquilla esistenza”.
La noia  borghese di Moravia , la noia ossessiva di Casanova , la noia apocalittica di Cioran , la noia esistenziale di  Hedegger , la noia sociologica di Madame Bovary , la noia disperata di Schopenhauer , lo spleen di Budelaire , e la noia di Grazia Deledda , di una donna con una spaventosa ansia atavica ,  divorante , la tipica noia della donna “tout court” che sente il dovere di fare sempre qualcosa , anche un lavoro a maglia o un orribile “decoupage”. Grazia tentò di essere anche una buona moglie e buona madre dei suoi due figli , che adorava ( Sardus, il primogenito , aveva ereditato il suo amore per la letteratura , ma  fu colpito dalla  tisi e si spense subito dopo di lei , e Franz, che diventò un eccellento chimico) , ma sapeva solo scrivere , e lo faceva per quattordici ore al giorno, senza tregua. Il resto lo faceva male, e si annoiava terribilmente .

8.      Il successo
Già all’epoca della  conoscenza di De Gubernatis  aveva cominciato a cambiare le sue letture . Da Carolina Invernizio , Sue , Dumas  e Ponson du Terrail era passata soprattutto ai grandi romanzi russi, a Balzac, allo studio della Bibbia ,  Thomas Hardy, Byron,  Fogazzaro, D’annunzio , e tutte queste influenze le  ritroviamo  , trasfigurate, nei suoi romanzi .
A Roma , come detto , scriveva  senza tregua,  giorno e notte , e scriveva della propria terra, del proprio popolo, dei valori dei miti delle leggende , dei riti di cui si era fino allora nutrita , incoraggiata da grandi scrittori veristi come Capuana . Ed ebbe rapidamente successo:  i più importanti scrittori di quel tempo la vollero conoscere , fecero sodalizio con lei , la grande Eleonora Duse  volle fare  un film tratto dal suo romanzo “ Cenere”, un altro suo romanzo fu teatralizzato ( “L’Edera” ) , e i suoi libri erano tra i più venduti , spesso  tradotti nelle più importanti lingue occidentali ( lei , da parte sua, aveva appreso il francese e traduceva Balzac) . Scrittori famosi come Gorkij ne tessevano le lodi , (“Ci sono due scrittrici che non hanno rivali né nel passato, né nel presente: Selma Lagerlof e Grazia Deledda. Che penne e che voci forti! In loro c'è qualcosa che può essere d'ammaestramento anche al nostro mužik.») Ma  secondo alcuni letterati e critici  italiani Grazia  scrisse troppo (e male), manifestando le sue improprietà stilistiche , la sua irregolarità e disordine degli studi , la sua ingenuità.   Tuttavia i suoi libri continuarono   ad essere venduti ,  e gli diedero fama e allori incredibili , addirittura un premio Nobel per la letteratura , nell’anno di grazia 1926 ( prima di lei l’aveva avuto solo Carducci) , con la seguente motivazione: "per i suoi scritti di ispirazione idealista che con plastica nettezza dipingono la vita della sua isola natale e trattano con profondità e simpatia dei problemi umani in genere". A dire il vero sembra quasi che gli Accademici svedesi abbiano conferito il premio ad una scolaretta delle medie superiori, e probabilmente era quello l’intento, ovvero premiare la spontaneità, l’ingenuità, il candore, la elementarietà dei sentimenti primari dell’esistenza.  Era quello il periodo in cui s’intendavano valorizzare al massimo e riscattare  dal folklore  e dalla ballata , quei valori umani contenuti nella nuova corrente di “verismo”  dal respiro europeo che riscattasse le minoranze linguistiche.  Non a caso qualche anno prima il  premio era stato conferito ad  un'altra donna, la prima ad essere insignita del Nobel per la letteratura , una scrittrice svedese , Selma Lagerlof , per “La Saga di Gosta Berling, un romanzo che  si ispirava alle leggende e canzoni popolari delle campagne svedesi. I drammi morali, in forme epiche e fantastiche , il paesaggio, le atmosfere , le tradizioni scandinave in una naturale corrispondenza tra la dimensione del sogno e quelle della realtà, gli accademici  svedesi le ritrovarono in qualche modo rappresentati in quell'isola misteriosa , sconosciuta che era la Sardegna. E non andarono certo per il sottile per quanto riguardava  altri aspetti  legati alla scrittura  ,  non capirono che Grazia Deledda c’entrava poco o nulla col verismo.
Insomma, per dirla in  breve, la scrittrice sarda sta ancora pagando oggi una sorta di  “lesa maestà” , ovvero aver ottenuto  quel Nobel , che non fu mai dato a D’Annunzio , Svevo , Pascoli, Fogazzaro, Ungaretti , ect, per non parlare di grandissimi scrittori come Kafka , Musil e del suo coetaneo Proust .
9.      Un sorriso ironico
E’ vero che la Deledda  ha ottenuto riconoscimenti , forse, anzi certamente superiore a quelli che erano i propri meriti di scrittrice, ma non fu certo una sua colpa , né si esaltò più di tanto per quel riconoscimento.( I cronisti dell’epoca parlarono della sua grande modestia  di donna e di scrittrice ) e  se andiamo a ben vedere il Nobel non lo meritavano neppure Carducci e Quasimodo , per tacere di Dario Fo, così come tanti altri letterati di cui si son perse le tracce , e non se ne è mai più sentito parlare. . Ma tutto ciò rientra nel gioco delle scelte , non vince il premio il più meritevole , ma colui che in quel preciso momento  ha tutto  i venti a suo favore, in primis quelli socio-politici.
Ma quanto vale , oggi,  l’opera di Grazia Deleddda?  Il suo valore – scrive un fustigatore come Renato Serra - si lega, paradossalmente, ad una lentezza, ad un quieto ed eroico affaticarsi intorno alla scrittura. Nei risultati migliori , Grazia sa esprimere magistralmente il  suo fatalistico sentimento della vita, in pagine di commossa liricità, in un’atmosfera allucinante e incantata”.
Guardando il ritratto della  scrittrice “dimenticata” , (chi la conobbe dice che sapeva essere  ironica, che sorrideva restando seria , che sapeva essere spregiudicata e trasgressiva ) nel momento del suo fulgore , con quel viso fiero , quasi altero , forse lievemente sprezzante , dietro una maschera di durezza , sembra voler rispondere proprio con un sorriso velato di ironia , sembra voler rispondere   alla critica malevola , come  il suo corregionale Antonio Gramsci  “Io sono stata abituata dalla vita isolata, che ho vissuto fino alla fanciullezza, a nascondere i miei stati d’animo dietro una maschera di durezza , o dietro un sorriso ironico. Il mio vero pensiero non lo conoscerete mai , o forse sì, se andate a rileggervi i miei libri che parlano di infinite distese , di rughe sulla pelle, di delicata rabbia e carezze pietose , d’eterna nostalgia della mia terra, che  racchiude tutta l’antica bellezza del creato.. 
Roma, 5 gennaio  2012                                                       Augusto Benemeglio

Leopardi :dialogo infinito

INFINITO LEOPARDI



Di Augusto Buono Libero

AMOS: Leopardi è un caso patologico : il suo pensiero,  ora nichilista,  ora  gnostico, ora  progressista;   le fonti, gli scritti di bambino prodigio,  i canti , le operette , le lettere , lo Zibaldone, gli amori , le Nerine, le Silvie e le Aspasie , il contino  triste  con le pezze al culo , il gobbetto  malinconico che va in calore con quella puttanona bolognese della contessa Malvezzi , che lo ha tediato per settimane con l suo poemuccio e ora è costretta a chiamare il servitore: “ Il contino è andato su di giri” , il  malato incompreso , - la cecità , i guai gastroenterologi, la guerra dei nervi , ecc.
Il genio pallido infelice che vagheggia la morte ,  il bilioso ranocchietto che viene deriso dai barbuti napoletani che lo osservano mentre riempie ‘a tazzulilla ‘e cafè  di sette otto cucchiaini di zucchero ,  l’uomo goloso di gelati ,  ma anche lo scomunicato , l’uomo senza Dio , l’Ateo e il Blasfemo perseguitato dai Borboni e rinnegato dagli stessi genitori, l’uomo aristocratico  poverissimo , che è arrivato all’articolo pane ed è costretto a farsi mantenere dal bel Ranieri , - anche lui senza soldi e per di più  senz’arte,  né parte -  che ogni tanto lo presenta a qualche ballerinetta  di giro  ( domanda da dieci euro: sarà morto vergine ,o no?) , e poi l’uomo in  sciopero,  il fanciullo entro dipinta gabbia,  che a nove anni traduce dal greco e dal latino , a undici anni scrive tragedie e poemi in stile classico , ecc…. E poi  le scomuniche , la messa al bando dei suoi scritti , il  sequestro  delle sue opere . Tutto si conosce , tutto è stato rivelato, tutto è stato discusso…
BINO:  Ma allora  perché si torna a parlare di Leo? Perché è un grande poeta?
Anche Tasso è un grandissimo poeta, ma nessuno  più  legge le sue rime, e pochissimi – e solo per motivi di studio – vanno a rileggere la sua Gerusalemme Liberata.  Dimmi cos’ha in più Leopardi rispetto al  Tasso, che peraltro ammirava molto?…
AMOS: L’ironia, forse.
BINO:L’ironia?
AMOS: Sì, Leopardi sa essere  anche ironico;  è  un materialista platonico ,   perché con la scusa di inchiodare gli uomini al loro dolore e alla loro pochezza traffica continuamente con i fantasmi della felicità e del desiderio.  E’ anche un paradossale prestigiatore  che  discorre con la luna,   o parla e si rivolge ai cari fantasmi  del passato, vivi nell’affetto e nel pensiero...  Nella sua poesia c’è un mix di gioco intellettuale, profonda ironia, romanticismo e canto dell’anima...Forse è questo che attira istintivamente i lettori? .
BINO: Forse…
AMOS : E poi in lui, nelle sue poesie , si riconosce la vera lingua italiana , altro che quel sagrestano di Manzoni, che aveva fatto un pastiche  con il suo risciacquio dei panni in Arno!  Leopardi è come Masaccio, guarda all’essenziale:

BINO:…ai fanciulli che gridano sulla piazzuola
e che saltando fanno un “lieto romore”,
ai veroni e ai paterni ostelli,
ode il suono della “sua voce”.

AMOS: Già. Anticipa di secoli Gino Paoli e Umberto Bindi , mette siepi, alberi e cieli nelle  stanze che risuonano come concerti d’immensità . Anticipa perfino Rostand  , con la sua Silvia nelle quiete stanze,  “all’opre femminili intenta”.
BINO : E lui sul  balcone domestico  affacciato sul  cosmo . E’  come Cirano  che  anziché il nasone , c’ha la gobbetta;  e poi si mette a slanciarsi , a immergersi nell’infinito  che vede dietro una siepe.
AMOS : Leopardi ha inventato… tutto , il mito del vero di cui fanno parte di diritto le illusioni dell’immaginario, ma anche i passeri solitari e i ciuffi d’erba sfiorati dalla fioca luce della luna e delle stelle , il nero dei cipressi , la lucciola che erra sulla siepe , il profilo delle colline e di lungi il mare. Leopardi  è nostro padre, nostro fratello, ma anche nostro figlio, Leo è di tutti...Leo , sei tutti noi.
BINO:Ma in realtà  continua ad essere solo di sé stesso, si ribella a tutto. 
E si mette in sciopero contro il cosmo, contro la società  e contro le ideologie che la sostengono.  Chissà che non piaccia proprio per questo suo spirito di scioperante anarchico,  chissà che non piaccia proprio perché pare sempre oscillante  tra l’atteggiamento combattivo (“ a l’armi, qua l’armi: / io solo combatterò, procomberò sol io)  e il disprezzo, la noia, il tedio dell’infinita vanità del tutto:  tra il fioco piacere di sentirsi vivo e l’invocata morte.
“Leo”  possiede la natura del “maitre a’ penser”, dell’ideologo , del filosofo e del critico; il suo è un pensiero…
AMOS: …”Conturbante…
BINO: Conturbante?...Ma sì, ma sì, hai ragione.  Basta  rileggere quello scrigno favoloso che è lo “Zibaldone”. Lì c’è tutto, ma proprio tutto. Lui è un contemporaneo. E’ uno di noi, sta in mezzo a noi. Finisce per essere sempre presente nelle nostre riflessioni sulla realtà quotidiana e umana sul  mondo.
Vuoi per la poesia, vuoi per  la vicenda biografica , vuoi per il trattato filosofico, vuoi per le lettere e i pensieri vuoi per  le operette morali, vuoi per  le ginestre e i vulcani ,
i giocatori di pallone e i progressisti barbuti , c’è qualcosa di Leopardi che rimane immutabile nel tempo  Leopardi  è…infinito  e non solo per via del suo famosissimo “canto” , ma  perché c’è un suo pensare all’infinito di fronte al cosmo.
AMOS: “L’infinito oceano... il mar che non ha lito...” ,   “la progenie infinita degli animali..”,   ”l’aria infinita,   e quel profondo infinito seren....” , “ il tacito infinito andar del tempo”  
BINO: E  tutta la serie di riflessioni dello “Zibaldone”  sulla nostra incapacità di comprendere la nozione di infinito e insieme   “ la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo”, tendenza che si esplica anche a livello dell’immaginazione AMOS:Leopardi  , in realtà , è un grande teatrante   che mette in scena il proprio dramma interiore , che è poi il dramma dell’esistenza.   Nelle sue  poesie – facci caso - si trova più spesso un teatro delle immagini  che un vero e proprio discorso lirico ; e puro teatro delle idee sono le “Operette morali”   in cui l’autore , scrivendole , si proponeva anche di ridere un po’ sulle cose serie...

BINO: Già. Ma nessuno ci rise su. Vallo a dire a Tommaseo…e  a quelli del Circolo Viesseux e dell’Accademia della Crusca , che preferirono assegnare il premio, in denaro, a quel libro assolutamente illeggibile del Generale Colletta: “ Storia d’Italia”…E così il povero contino , senza una lira in tasca, fu costretto a tornare nell’odiata-amata Recanati…Povero Leo, con chi aveva a che fare!
    
AMOS: Sì, tutto vero. Ma alla fine , insomma , il brutto e sfortunato  anatroccolo ,
abbandonato nell’universo, ingannato  fin dalla nascita, privo dell’amore materno, offeso nel corpo dall’onnipotente Natura, represso dall’educazione cattolica, sconsolatamente onanistico...  si è preso una bella rivincita su quel “granel di sabbia” che è la terra,  su questo Globo ove l’uomo è nulla, non credi?.

giovedì 5 gennaio 2012

Elsa Morante e la storia

ELSA MORANTE E  LA STORIA





di Augusto Benemeglio

1.     Fu una donna sola
Il Municipio di Roma ha intitolato a suo nome una grande biblioteca sul mare , a Ostia Lido, 2000 mq, su 4 piani, dove si può fare di tutto , laboratori multimediali, giornate interculturali, concerti, teatro, e c’è anche una sala per bambini ( che lei amava particolarmente) , con postazioni video e multimediali, giochi da tavolo , ect. , eppure  Elsa Morante fu una donna sola, una donna infelice, una donna piena di contraddizioni e di dicotomie. Stiamo parlando della più grande scrittrice italiana di tutti i tempi, che con “La Storia “,  il suo libro più famoso, avrebbe voluto cambiare il mondo.  Non vi è riuscita, ma il romanzo rimane comunque un capolavoro della letteratura italiana. Era generosissima e avara,  a seconda degli umori, appassionata e indifferente, dolce e amara, tenera e dura . In lei c'era una dolorosa gioia, e abbiamo esaurito gli ossimori.

2.     Una conoscenza occasionale
Quando la conobbi  , quasi quarant’anni anni fa (1974) , in modo del tutto occasionale ( allora ero un ufficiale delle Capitanerie di Porto e fui incaricato di andare a prendere il Ministro della Marina Mercantile nel proprio appartamento , e tra i suoi ospiti c’era anche lei ) , fu proprio questo suo modo di proporsi che mi  colpì: era estremamente schiva, timida e appartata , ma allo stesso tempo desiderosa di essere riconosciuta , ammirata , apprezzata per la sua grandezza di scrittrice , ma anche per la sua bellezza  di donna. Mi sedusse quel suo voler piacermi, con gesti e movenze , ammiccamenti e sorrisi , quasi da adolescente, quel farmi domande sul mare , sulle navi, sulle ore libere dei marinai , sul senso del navigare in mare aperto , dove tutto è mistero. Ovviamente io rimasi del tutto intimidito e quasi muto. Sapevo benissimo chi era.  

3.     Una scommessa anti Mary Shelley
Elsa Morante iniziò a scrivere “La storia”  a 60 anni, con una disfiorita bellezza che gli aveva fatto distruggere tutti gli specchi e qualsiasi superfice che potesse riflettere il suo volto , un tempo bellissimo . Ed era ormai alcolizzata e , forse, già colpita dal male che pochi anni dopo la portò alla morte . Il romanzo l'aveva pensato già molti anni prima, in una sorta di scommessa anti Mary Shelley. Cioè voleva dimostrare a quanti le rimproveravano di essere troppo favolistica e sognatrice, lieve e irreale, troppo "romantica", - il che negli anni '50-60 (epoca in cui Elsa aveva trionfato al Viareggio e allo Strega con " Menzogna e sortilegio" e " L'Isola d'Arturo") equivaleva ad un insulto, o quasi, per una letterata  - di essere in grado di scrivere “anche” un romanzo impegnativo, storico, sociale, concreto, realistico che nulla avesse a che fare con l’etereo , lo sfumato , il sognante , la favola. In realtà  “La Storia”  non rinnega affatto la sua disposizione al sogno e al favolistico , pur  toccando una materia e un ambiente popolari, raccontando la breve storia, (in un linguaggio popolare accessibile a tutti) di Useppe, figlio di una maestrina violentata da un soldato tedesco, e di numerosi altri personaggi, che si muovono sullo sfondo  “storico“ e reale della seconda guerra mondiale, in una Roma affamata e sgomenta.

4.     E’ la più grande scrittrice contemporanea, parola di Lukacs

Come abbiamo accennato, prima di questo libro, - da molti considerato il suo capolavoro -  Elsa Morante aveva avuto  dei notevoli  successi letterari , che l’avevano consacrata  scrittrice di prima grandezza , a livello di critica letteraria ,  ma non le avevano dato – come ella sperava per rendersi autonoma economicamente -  la  ricchezza.. Perciò continuò a  rimanere  all’ombra , tributaria e " vassalla" del suo ormai ex marito , Moravia , allora numero uno indiscusso della narrativa italiana che la manteneva anche dal punto di vista economico, cosa che la feriva e la umiliava.
Anche per questi motivi, Elsa decise di dedicarsi, per un lungo periodo, quasi esclusivamente alla poesia pubblicando due silloge, “Alibi” e “Il mondo salvato dai ragazzini”, che non suscitarono nessun particolare interesse.  Invece come narratrice i suoi romanzi continuavano a raccogliere consensi anche a livello internazionale e ci fu chi come Lukacs , filosofo marxista e critico letterario ungherese ,  non esitò a definirla la più grande scrittrice contemporanea italiana.  Ma - sempre secondo Luckacs -  “bisognava saperla leggere e capire, perchè il suo fascino più sottile  si trova in un equilibrio lieve e stupefatto fra il candore magico, evocativo, di una memoria spontaneamente portata a condesarsi in simboli e una sinuosa, febbrile capacità di penetrazione psicologica”.


5.Le ire dei puristi della Storia

Ma oltre a questo  lusinghiero parere ,  ci furono altre attestazioni  di scrittori francesi e tedeschi, che indussero Elsa Morante a cimentarsi in quella che fu la sua opera più ponderosa e importante, " La Storia", appunto, che le costò quattro anni di dura fatica e ricerche , e suscitò , non appena pubblicato , un'eco vastissima , con pareri non unanimi. Ci furono infatti furori e vampe contro Elsa da parte degli storici, “i puristi”, in particolare, che non le perdonavano il fatto di narrare la storia con un linguaggio popolare.  Lei aveva osato "abbassare " la storia al livello più infimo e populista. In effetti la Morante  aveva fatto del suo romanzo-fiume il suo messaggio testamentario ideologico e politico , inserendolo in una dimensione storico-realistica, ma usando un plurilinguismo assolutamente nuovo e un quasi "prosimetro" per raccontare modi di dire e detti proverbiali, in uno la breve e favolosa storia di un bambino innocente nato da uno stupro, sullo sfondo della seconda guerra mondiale in una città eterna molto poco fascinosa , affamata  laida e stracciona . Una sorta di apocalissi minimale.

6.La storia siamo noi

Io credo che quello che maggiormente colpisca il lettore è lo stile della Morante, che è immediato, discorsivo, vivo, fatto apposta per il dialogo, frutto di un intenso lavoro a tavolino, in cui dispiega tutta la glottologia di cui ella disponeva per l'uso dei vari dialetti che inserisce , con molta sapienza , nel romanzo. "La storia siamo noi", aveva detto Elsa Morante, ben prima di De Gregori. A quel tempo era frustratissima, arrabbiata, ce l'aveva con tutti, perché era conscia del suo grande valore di scrittrice e di donna . Elsa scrisse la storia perché era infelice e voleva dimostrare, prima del finire tragico della sua vita (morì poverissima e pazza in una casa di riposo per anziani) che Lei - donna, e donna fino in fondo - non era inferiore al mondo maschilista in cui era vissuta quasi come transfuga. Si scagliò, in un'intervista, contro questo mondo violento e ipocrita, capeggiato dal suo ormai odiatissimo ex marito, Moravia, che era - disse - "un impotente e un coglione". Elsa in fondo fece tesoro di quanto Lukacs le aveva suggerito in una lettera: “scrivi per il popolo e il popolo ti capirà”.

Roma, 3 gennaio 2012