giovedì 5 gennaio 2012

Maria Luisa Spaziani

 MARIA LUISA SPAZIANI VOLPE E  TIGRE INNAMORATA




                           DI AUGUSTO BENEMEGLIO

1.     Una bara per la Spaziani
Per protesta le hanno consegnato  una bara, nella sua specifica carica di presidente  del  Centro Internazionale Eugenio Montale . Nella bara c'era un messaggio che diceva che  "propina  menzogne , per giustificare e indebitamente mantenere la propria posizione di potere,  un potere che mantiene  grazie al  cadavere eccellente dell'ultimo grande  poeta italiano , suo compagno e  amante,  Eusebio Montale. 
Il messaggio continua : "…e intorno a lei  prosperano e ingrassano personaggi brulicanti, parassiti velenosi incapaci di vita propria" , gli stessi  gretti personaggi che ignorano i latori del messaggio ,  i giovani poeti , che hanno il solo torto  di essere …ancora in vita. Lei e il suo gruppo  "continuano a uccidere, a colpire spietati il cuore indifeso dell'Arte".

2.     I giovani poeti d’Azione
Lei è Maria Luisa Spaziani , loro sono ovviamente i “Giovani Poeti d'Azione” , quasi tutti artisti  senza arte né parte e senza una  soldo bucato in tasca, che accusano  la poetessa di non aver  mai  dimostrato interesse per la loro produzione  poetica o per le numerose manifestazioni culturali da essi  organizzate. Anzi in diverse occasione avrebbe tentato addirittura di influenzare "terzi ben disposti nei nostri confronti ad agire contro di noi…" E  sostengono che una " persona della sua età “ , che è per giunta “immeritatamente”   ritenuta una delle maggiori poetesse d'Italia, non avrebbe dovuto temere nessun confronto con dei giovani poeti e giungere ad una così bassa competizione. L'accusano di essere l'espressione più vieta  del potere culturale ufficiale che esprime una  desolante povertà spirituale e artistica e la più assoluta grettezza.

3.     Lampada Liberty
Esagerano, ovviamente. Maria Luisa non ha tutto quel potere che credono loro , né ricava più di tanto dalle sue cariche. Per vivere continua a fare la cattedratica ( è ordinaria di lingua francese all'Università di Messina) , arrotondando  quando puo' ( è ormai anziana ed ha al suo seguito un  piccolo esercito di persone da mantenere )  coi premi letterari. Vanno bene tutti , anche i minori , purché ci siano soldi in palio .
Ed è proprio in uno di questi concorsi  letterari - a Sorrento - che  ho avuto l'onore e il piacere di conoscere  Maria Luisa , " la volpe" ,  - come la definì  Montale , quasi sette lustri più vecchio , suo amante e suo sponsor , come scrive malignamente Alda Merini :  "Maria Luisa fu il tuo gingillo felice / vi ci giocasti la senilità" . A me la Spaziani  ha suggerito  l'idea  piuttosto di una lampada liberty un po' polverosa che si trovano dai rigattieri , o una vecchia tigre  senza unghie con la voce incatarrata  per le sigarette che fuma ,una  dietro l'altra , ogni giorno. 

4.     La traversata dell’Oasi
Era incazzatissima perché era stata trattata alla stregua di tutti gli altri misconosciuti poeti ( quorum ego)  e per il fatto che ancora non era arrivato il suo libro Mondadori  "La traversata dell'Oasi " , che le aveva fruttato il primo premio , ( millecinquecento euro)  , di cui avrebbe potuto vendere qualche copia.  Con quei suoi capelli rossi e radi e il suo scialle nero sembrava più una di quelle  vecchine che portano le cartate di avanzi ai gatti famelici del Teatro Marcello , che alla furba volpe, di cui comunque il suo volto conserva le sembianze.  Ma al di là delle apparenze fisionomiche e del suo carattere - che non dev'essere molto tenero - secondo me è una  grande  poeta  e non sono il solo a pensarla così. C'è  infatti chi la considera tout court la più grande poeta italiana vivente , unitamente alla richiamata Alda Merini,  e l'ha scelta  per farci  su la tesi  di laurea ,  "per la capacità evocativa e  per la forza  della sua poesia". Nel suo ultimo libro,  La traversata dell'oasi , rincorre la parabola di un amore maturo e senza tempo. Palpiti, impennate emotive e altrettanti scoramenti eludono la monotonia della melodia fissa in doppie quartine che alternano endecasillabi, decasillabi e versi ipermetri.  E' stato osservato che ci vuole del  gran coraggio a mettere in rima oggi "i furori della passione amorosa, sfidando le insidie del romanticismo rosa e  le secche dello scetticismo ,  le paludi del ridicolo". Certo a vederla così nessuno direbbe che quella vecchia donna possa essere ancora soggetto di erotismo ,  però… c'è l'ironia , anzi l'autoironia come scudo.  La Spaziani ricorre al paradosso sarcastico per pungere,  l'enfasi pronta a minacciare, con le sue iperboli, la verità del sentimento, altrimenti cannibalizzato nei fuochi fatui della modernità.

5.     Poesia femminile
Maria Luisa , io dico che tu sei una donna straordinaria , nata per fare poesia e poesia d'amore , ma il mio dubbio è questo: esiste veramente una poesia al femminile ? Altrochè se esiste , dice Baldacci , suo grande estimatore . Ha  un suo timbro , un odore , un calore , anche una facies la poesia femminile che  la distingue dalla poesia  maschile.   Amici , ma , ri-pensandoci , come si fa   a non  " innamorarsi" delle poesie di un'Anna Achmatova,  Emily Dickinson , Marina Cvetaeva , o di un'Ada Merini ( che pure è alcolizzata e orrenda con quella faccia butterata ) o di quella straordinaria raffinatissima elegantissima  e quasi eterea creatura che è  Rossana Campo , una Venere delle nubi e del vento e delle stelle . E come si fa  a non innamorarsi di  Maria Luisa Spaziani ,  delle sue poesie che hanno  il ritmo delle stelle  , il fascino delle costellazioni , che sono la chioma di  Berenice e  il respiro di Andromeda . Hanno tutte  quelle caratteristiche peculiari ,  quel quid che è solo e proprio della donna , della femminilità.  

6.      “Ti tengo al guinzaglio”  
Epure , vi assicuro , che Maria Luisa   è tutt'altro che  " femminile" , quando ti guarda con quell'occhio strabico costantemente  in tralice , ti scruta e ti pesa solo per farti sentire una nullità , oppure si smemora perché è annoiata o infastidita . Così - suppongo - che poco femminile fosse  anche la Cvetaeva  ( il figlio le disse , - prima che Marina si suicidasse , impiccandosi ad un chiodo di una stamberga polacca , dove, esule,  non la volevano neppure come serva ,-  che era come una gallina spennacchiata) e  poco femminile fosse anche  l'Achmatova  davanti alle carceri , con uno straccio in testa , tremante , pallida e denutrita , per reclamare la liberazione del figlio e del marito . Anche  la Dickinson, la signorina vestita di bianco , era diventata ossuta , secca come una vecchia  scopa ingiallita ed era una zitella cinquantenne piena di nevrosi.  Insomma , queste poetesse  erano tutt'altro che belle e femminili, ma lo era la loro grande e nobile poesia. Quei versi , anche quando recavano la forza e l'energia pura  tipica della paternità , o della virilità ( certe poesie della Cvetaeva lo sono molto più di tante poesie maschili )  erano  " femminili"  e ti incantano , ti fanno delirare proprio per questo : hanno una grazia suprema , come questi versi di Maria Luisa:  "A giorni alterni sono io la luna/e tu l'immensa terra che mi attira,
e questa notte tu, tu sei la luna /- io ti tengo al guinzaglio -
so che mi stai sognando, mi accarezzi,/ i globuli lo sanno del mio sangue,
ogni mio nervo teso come un arco/o un'arpa eolia che vibra al respiro".           

7.     Poesia d’amore

Che poesia è quella della Spaziani? E'…poesia  mitologica, epica, simbolica ,certamente tributaria dei maudit francesi , con una  tangente estetica che costeggia un po' Baudelaire , Valery e un po' D'Annunzio, un po' Leopardi e un po' Montale , un po' Gaspare Stampa e Quasimodo ( "Sulla sabbia  ormai  scrivi da anni/ Riposati innalzando cattedrali" ) . C'è molto della cultura francese , anche  dei musicisti da lei prediletti  ( Debussy , in primis ) e degli impressionisti  ( Monet , in particolare) ma soprattutto  la sua è  - l'abbiamo detto -  una poesia d'amore,  un  amore-oasi  dove poter rifugiarsi  e  riflettere  nel deserto quotidiano dei nostri sentimenti e dell'anima.
Maria Luisa parla d'amore in senso lato , universale , e va in profondità .  Esplora come un palombaro , immergendosi negli abissi  della nostra coscienza , gli aspetti più intimi e problematici , talora angoscianti , tal altra magici , dell'amore , motore del mondo, fuoco dipinto , canto modulato , elegiaca nostalgia delle cose , ma anche una memoria tragica  di marinai alla deriva , amore fatto di gridi e sussurri , di luci e ombre , di musiche bianche e fiori , di sacrifici e rinunce , di voci che si fanno canto o grido , il tutto senza veli, scandagliando e denudando la propria anima fin nei recessi più nascosti , seguendo il corso dei ricordi , queste "ombre troppo lunghe per il nostro giovane corpo ".

8.     La volpe montaliana

Dirà : "Ci sono due categorie di uomini. Quelli che ricordano di essere stati fiori e che mantengono la capacità di amare o di non amare. E quelli invece che sono diventati frutti, per aver reciso il loro rapporto col fiore badando più ai profitti e ai riconoscimenti pubblici".
Ecco una risposta che potrebbe dare ai giovani poeti , ora che è sulla soglia degli ottant'anni, ma è come una fanciulla  desiderosa di amare e di essere amata. Io mi presentai non sapendo come chiamarla , alla fine dissi: Maria Luisa , e la cosa le fece enorme piacere, ma poi, in seguito , durante la cena  in un ristorante a picco sul mare della penisola sorrentina , capì che non avevo letto tutte le sue poesie , come proclamavo spudoratamente  ( rispuntò la “Volpe montaliana”  ) semplicemente sfogliando le pagine del suo libro  “Poesie“, edito negli  Oscar Mondadori , vecchio di una trentina d’anni fa , che le avevo porto  perché me lo autografasse , cosa che fece , ma da allora non mi rivolse più la parola , assorta nel fumo dei suoi pensieri.  Ahimè, ero stato uno sciocco adulatore. E la vecchia erotomane ( oltre a Montale , fu amante di Quasimodo e di altri letterati , purchè fossero del suo livello. E son convinto che anche oggi abbia i suoi amanti) non me lo perdonò. Vedendola , alle due di notte , mentre fumando l’ennesima sigaretta  gettava il suo sguardo nel mare , come una sirena in cerca di naviganti ,  sulla soglia della poesia, sulla linea del canto, pronta a far teatro dei suoi sentimenti,  rivelandoli così come sono, nudi, belli, autentici , sinceri, capii che  era  quella  la sua forza , la forza straordinaria e la bellezza della sua poesia, talora ermetica , oscura , incomprensibile ; in quell’attimo la vidi come una Venere che distilla gocce primigenie / che fa musica nello spazio in gamme di squillante blu…E' ancora una pagina bianca , un'argilla informe/ un fascio di forze vaghe che chiedono un ritmo"
9.     Eva

E poi fu  Eva, madre dei viventi , e sorella e moglie  e figlia ,  l'unica vera depositaria della verità dell'essere , l'unica che conoscesse  la verità del giardino dell'Eden e mi sussurasse  all’orecchio , beffarda:  è l'uomo che nasce dalla  costola della donna  e non viceversa. " C'è in questa inversione  qualcosa di virile: come è virile la femminilità creatrice e matrice , che si pone come forza e scaturigine primaria nell'ordine dell'universo. "E in quel momento preciso, esatto, sublime, essenziale, unico, fatale, io mi innamorai perdutamente di Maria Luisa Spaziani. Ma lei , ormai, aveva altro da fare e aveva perduto ogni interesse nei miei confronti.

mercoledì 4 gennaio 2012

Ungaretti






UNGARETTI : IL DESERTO
 LA MEMORIA E LA CARNE
                                       DI AUGUSTO BENEMEGLIO

1. Giuseppe Ungaretti e Lucca ,  che gli conferì la cittadinanza onoraria per i suoi settant’anni , e in genere la lucchesia (“a casa mia , in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di quei posti”, posti che vedrà per la prima volta a trentun’anni suonati: “In queste mura non ci si sta che di passaggio . Qui la meta è partire ”) dove erano nati i suoi genitori emigranti , il padre Antonio , di San Concordio , che morì , a soli ventotto anni per una forma di idropisia contratta zappando il fango del mar Rosso , “senza più un urlo, quando non gli rimaneva neanche quella forza”; la madre, Maria Lunardini,  di Sant’Alessio , una contadina analfabeta umile coraggiosa e forte, piena di energia e concretezza che seppe far fronte alla drammatica situazione, gestendo da sola il  forno che Antonio aveva aperto nel loro quartiere di Alessandria d’Egitto , dove l’8 febbraio 1888 , nacque il loro secondogenito, Giuseppe, il poeta (“ Era burrasca, pioveva a dirotto/ in quella notte/ e festa gli Sciiti / facevano laggiù/ alla Luna detta degli amuleti”
“La casa della mia infanzia che dista quattro passi dalla tenda del beduino in una zona in subbuglio, una baracca con la corte e le galline, l'orto e tre piante di fichi fatte venire dalla campagna di Lucca, e con il lutto per mio padre perduto")

2. Ungaretti  e la città eterna, Roma , dov’è la  sua tomba , e quella della moglie Jeanne, presso  il cimitero del “Verano”, e dove il poeta visse a lungo , a più riprese,a partire dal 1922,  dapprima come impiegato al ministero degli Esteri,  in condizioni estremamente difficili ( in sei anni di residenza cambiò almeno otto abitazioni , spesso camere d’affitto in cui c’era da combattere contro pulci e pidocchi) , e poi  dal 1942 in poi, per moltissimi anni, -tranne un periodo in cui fu sottoposto a procedimenti di “epurazione “ e venne sospeso  per aver aderito al fascismo, ma poi reintegrato dal ministro Gonella – come professore universitario di letteratura moderna

3. Ungaretti e Milano, dove il poeta visse negli anni che precedettero la prima guerra mondiale (1914-1915) e dove morì nella notte tra il 1° e 2 giugno 1970 , a seguito di una broncopolmonite contratta a New York, dove si era recato per ritirare un premio.

4. Ungaretti e la sua città  natìa , Alessandria d’Egitto , dove aveva conosciuto Enrico Pea ,  Costantino Kavafis e il Porto sepolto dell’antica isola di Faros della sua primaraccolta di versi ( “Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde// di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesaruibile segreto” ;  e poi sarà celebrato a Parigi , dove aveva studiato alla Sorbona ( “Ah, le lezioni di Bergson tutto di nero vestito che incessantemente , su un colletto duro e alto, moveva  il capo come la lancetta dei secondi) e aveva conosciuto il fior fiore di artisti e poeti d’avanguardia, da Apollinaire a Fort, Cendrars, Jacob, Picasso, Léger, De Chirico, Modigliani , Proust , Soffici , Carrà  e Palazzeschi ; e lì aveva visto morire il suo amico arabo Mohamed Sceab  , “discendente di emiri di nomadi, suicida perché non aveva più Patria, “// L’ho accompagnato/ insieme alla padrona dell’albero dove abitavmo, a Parigi, dal numero 5 della rue des Carmes , appassito vicolo in discesa. Riposa nel camposanto d’Ivry , sobborgo che pare sempre in una giornata di una decomposta fiera.

5. Ungaretti e  San Paolo del Brasile, dove insegnò lingua e letteratura italiana all’Università dal 1937 al 1942, scoprì la cultura popolare negra, i rituali religiosi e la musica, e naturalmente il carnevale di Rio (“per le  strade gremite, sui predellini del tramvai, non c’è più nulla che non balli , sia cosa, sia bestia, sia gente, giorno e notte, e notte e giorno, essendo carnevale”), dove visse momenti intensamente  vivi e tragici, come la morte del fratello Costantino e quello del figlioletto Antonetto, che aveva solo nove anni (“Alzavi le braccia come ali/ e ridavi nascita al vento/ correndo nel peso d’aria immota// Nessuno mai vide posare /il tuo lieve piede di danza”) e morì per un appendicite mal curata.

6. Ungaretti e New York. Forse il vecchio Ungà, come lo chiamavano gli amici, che si era fatto crescere un barbone all’ Hemingway, lo ricorderanno anche i newyorkesi , che gli avevano assegnato un premio prestigioso e lo avevano invitato a tenere un ciclo di lezioni alla Columbia University di New York, nel 1964. Lui aveva sostato sul ponte di Brooklyn e  aveva provato l’impressione , all’ingresso a Manhattan, di ritrovare antiche memorie del deserto, di entrare “ in un regno da Mille notti  e una , con i grattacieli che drizzano rivolti a lontananze , a uno a uno isolandosi nel buio, la loro statura di minareti esagerati”


7. Era quello il periodo in cui Giuseppe Ungaretti cominciò ad entrare  nelle  nostre case grazie  al piccolo schermo, quella tv semplice, ruspante e anche provinciale , se vogliamo , degli anni ’60 , che  però sapeva educare e fare anche cultura di grande spessore ,  come nel caso de “L’ Odissea” di Franco Rossi, un genio della regìa , un vero artista dello schermo  che chissà perché non gli hanno fatto fare praticamente nulla,  a parte l’Odissea e “Un bambino di nome Gesù” , due film-tv capolavori , due modelli tuttora insuperati.  Lui . il grande vecchio della nostra letteratura pubblica , Giuseppe Ungaretti  , aveva curato la traduzioni di alcuni brani  dal greco e li recitava lui stesso, con quella voce che sembrava provenire dal passato più remoto , dalle tombe egizie , o dagli harem di cui gli aveva parlato la sua balia delle Bocche di Cattaro, voce piena di anfratti, cavernosità, enfasi e ira. In quella voce allucinata che esasperava le consonanti e variava continuamente il timbro , c’erano  Nestore , Calcante e le grida dei troiani massacrati , c’era il naufragio di Ulisse e la cantilena del beduino nel deserto fatta di una sola parola iterata all’infinito ( Uahed!) , sotto il silenzio della luna altissima , “dopo il crepuscolo ondeggiante come per sempre sulla sabbia”, una malinconia dolcissima ,  e  il tutto ti franava addosso come qualcosa che non t’aspetti da un vecchio curvo e ingiallito , ti correva addosso come se da anni ti stesse cercando. Praticamente non si capiva una parola di quel che diceva , ma esercitava un fascino, una magìa, un viaggio nel mistero , la storia dai suoi albori , la poesia epica , violenta e sensuale, disperata, fatale che ti incastrava nella tua sedia come un prigioniero  per quei pochi secondi ( non durava più di tre minuti l’intervento del vecchio poeta ) .

8. E anche noi , allora ragazzini , lo ricordiamo bene quel volto di  gran vecchio , antico profeta , (ma a tratti anche con un ghigno mefistofelico)  ,  la barba candida , lo sguardo ammiccante , che sperava da un anno all’altro di essere chiamato dall’Accademia svedese  ( fu inserito per ben tre volte nel novero dei candidati ) per il sospirato Nobel , che non ebbe , ma riuscì a conquistarsi ( stranamente, direi, trattandosi di un poeta ) le simpatie degli italiani , che in realtà non compresero mai  veramente , parlo naturalmente delle grandi masse , l’arte della sua poesia ermetica , soprattutto quella del “Sentimento del tempo”, col suo potere di suggestione, la verticalità, “il desiderio aggressivo di conquista del trascendente” , ma  provarono  rispetto e tenerezza per quel vecchio volto che riassumeva in modo emblematico il senso di tutta la sua esperienza di nomade, di zingaro , girovago, figlio del  deserto ( in lui c’era il deserto, la vita nel deserto) in cerca d’identità , pellegrino in viaggio perenne verso la “ terra promessa” , verso un paese innocente ( “In nessuna parte mi posso accasare”)


9.Quando una giovane e molto attraente Iva Zanicchi ( la riva bianca e  la riva nera) gli dedicò una canzone ( Caro vecchio mio ), anticipando le video-canzoni che oggi imperano dovunque , e s’avvicinava al poeta , lo carezzava , lo blandiva , un po’ come avrebbe fatto con suo nonno , si rivide , nello sguardo  del vecchio , l’antico beduino che pratica una religione i cui precetti aderiscono alla sensualità , Allah gode con il musulmano anche nella soddisfazione e nella manifestazione dei sensi ; si rivide il  vecchio satiro che bramava ancora l’amore fisico , nonostante gli anni fossero molti , ottanta. E ricordò la donna amata ad Alessandria d’Egitto , colei che “approdava come una colomba / agli abbandonati giardini. “Quando mi risveglierò /nel tuo corpo /  che si modula come la voce dell’usignuolo “…Un’esperienza di forsennata lussuria a soli sedici anni , che poteva essere anche  “colpevole “( era la moglie di un amico , o forse anche di più , la madre di un amico?) . C’era in quell’ amare con furore – dirà lui stesso – il clima di Alessandria , l’erotismo furente che non può travolgere chi ci viva”. E’ come una frustata nel  nulla del deserto che dalla pianta dei piedi vi scioglie il sangue in una canzone …entra nel sangue  come l’esperienza  di questa luce assoluta che si logora sull’aridità . Amore che subito si biforcò ambivalente: sulla strada della tenerezza , del sogno incontaminato … e strada satanica dell’inferno , la strada che vi divora. E queste due nature sono in me , sono contrastanti”


10. Questa feroce sensualità , questo erotismo sfrenato , che non riuscirà mai ad appagarsi  in lui , Ungaretti se la porterà a Parigi , quando vi arrivò nel 1914 portandosi dietro Baudelaire , Mallarmè, Rimbaud , Nietzsche , e il più amato di tutti Leopardi, ma soprattutto la sua città, Alessandria, e il deserto che ha la notte , il nulla, i miraggi, la nudità immaginaria che innamora perdutamente. Città friabile , senza monumenti, quasi priva di passato, dove tutto è precario, e il tempo la porta sempre via , in ogni tempo. “ Il sole rapisce la città/ non si vede più/ Neanche le tombe resistono molto”.

11. A Parigi, solo, esule ,incapace di mai accasarsi , in uno stato inesorabile . irrimediabile di strappo “, il poeta comincia a cantare, la poesia gli fa irruzione, gli esplode dentro , gli fa sentire che solo in quella regione si può cercare e trovare la libertà. Prima d’allora non aveva scritto ancora una poesia vera e propria ( qualche tentativo giovanile di cui non v’è traccia), lì , a Parigi,  istituisce il miraggio di una nuova innocenza , la terra promessa. Chi vive fin dall’infanzia , come lui , ai margini del deserto , acquista consuetudine con il miraggio , illusione-delusione, lo scherzo sadico della luce , l’abbaglio di un immagine , la scoperta meravigliata del proprio esistere , ma lì avverte anche la sua  schiavitù  carnale tutta araba . E “sempre – dirò Leone Piccioni - lo scatto dei sensi sarà in lui un segno incancellabile , con una capacità d’impeto di sangue e d’amore , quella capacità propria della gente di colore , di certi negri nord o sudamericani , ad esempio, di sentire in gioia e letizia anche la carne e il sangue e lo spirito religioso.” Dirà lui stesso di essere stato nutrito con latte negro che mette nel sangue stimolo per certe fantasie, certe magie, certe disperazioni, certe irruenze sensuali , quel latte che regala a chi se ne nutre  uno stato di innocenza nei rapporti con gli altri.

12. “Sono un uomo solo , separato, avulso, espulso , vissuto in prossimità del deserto , un nulla sterminato , una monotonia estrema , una schiavitù carnale” ,  che assurdamente ricorderà quando si trova sul fronte del  Carso , nella prima guerra mondiale , e ogni giorno , ogni momento , rischia la morte , e ogni giorno scopre il valore della fraternità degli uomini nella sofferenza , con  “l’aria crivellata come una trina dalle schioppettate degli uomini ritratti nelle trincee come  le lumache nel loro guscio”  . Ricorderà come a Parigi  , sulla Senna ( “in quel suo torbido/ mi sono rimescolato / e mi sono conosciuto ) avesse conosciuto  “ La ragazza tenue” , amante di Apollinaire , e ci avrebbe quasi subito fatto l’amore , forsennatamente (“ Su Parigi s’addensa un oscuro colore di pianto. In un canto di ponte contemplo l’illimitato silenzio di una ragazza tenue. Le nostre malattie si fondono. E come portati via si rimane.”) Anche in questo caso si trattava di un amore “colpevole” , perché la ragazza tenute era l’amante  di Apollinaire , ch’era divenuto il suo amico più caro   durante il soggiorno parigino, ma Guillame  non è arabo e si contenterà di buon grado di dividere con lui la sua donna. Ma egli fu schiavo della carne fino a ottantun anni suonati , se è vero come è vero che ebbe dei rapporti sessuali con una giovane croata trentenne, che aveva lo stesso nome della sua balia  ad Alessandria d’Egitto , ch’era stata in un harem e gli aveva raccontato storie di meravigliata incredulità,  Dunja, che significa universo. Da lei gli erano venuti “delle specie di lampi di tenerezza e d’invenzione fantastica, stupore di sogni, dove appariva un Oriente lontano , una civiltà diversa , piena di colore, piena di spasimi e piena non di magia , ma di fatalità” Tutto ciò gli aveva invaso il cuore di “ un segreto inviolabile , per sempre fonte di grazia e miracoli.” Ed ecco che il miracolo ( senza ausilio di Viagra o altri additivi) s’avvera. “Si volge verso l’est l’ultimo amore e m’abbuia da là il sangue / con tenebra degli occhi della cerva//L’ultimo amore più degli altri strazia/ certo lo va nutrendo/ crudele il ricordare// Capricciosa croata notte lucida/ di me vai facendo/ uno schiavo ed un re” 

14. Questa straordinaria vitalità non deve sorprendere più di tanto in un uomo come Ungà, perché  nella sua faccia invecchiata – come disse lui - c’era contenuta la sua faccia da giovane e la sua faccia da bimbo. “Il tempo le ha allontanate dentro le rughe , la stanchezza e la saggezza , le delusioni e i crucci, ma se sapessi guardare dentro di me stesso, le vedrei bene , e in ogni caso le porto con me tutte quelle facce, le porto sino al dissolvimento nella tomba”
Questa era la fede nella memoria di un poeta costretto da un precoce sentimento del tempo e dalla sua condizione di sradicato alla ricapitolazione e ai consuntivi: “Ho ripassato / le epoche/ della mia vita; E oggi alcune soste ho ricordato/ del mio lungo soggiorno sulla terra”
Negli ultimi anni della sua vita , dopo la morte della moglie Jeanne , avvenuta il 24 maggio 1959, il vecchio Ungà si era legato a Jone Graziani , una sua ex allieva , giovane letterata e traduttrice . Fu un amore discreto , noto solo agli amici , che gli rinnovò  quella carica di vitalità e sensualità di cui aveva esigenza , anche se , a settanta anni passati  , “ L’amore più non è quella tempesta / che nel notturno abbaglio/ ancora m’avvinceva poco fa/ tra l’insonnia e le smanie” Questo rapporto lo fece tornare al deserto , al beduino che c’era in lui , al miraggio, allo stato d’aria febbricitante , “in cui s’imbroglia di più ogni nostra idea di distanze”.  E al deserto-vita riconduce il sentimento della catastrofe , il sentimento del nulla, e l’orrore del vuoto, l’inutile errare alla ricerca delusa della terra promessa ( Ma alla mia vita accadrà di vedere espandersi il deserto sino a farle mancare anche la carità feroce del ricordo? )

15. Ma l’ultima poesia del “vecchissimo ossesso” , scritta a Roma tra la notte del 31 dicembre 1969 e l’alba del 1° gennaio 1970, parla ancora d’amore e di Dunja  “L’impietrito e il velluto” che si chiude con  “Il velluto dello sguardo di Dunja / fulmineo torna presente pietà”, che è forse un messaggio di speranza.




Pasolini


PASOLINI L’IMPLACABILE



                           DI AUGUSTO BENEMEGLIO


1.Pasolini ha una voce malata , la voce fievole di chi veglia da tempo , la voce di chi protrae un lavoro al di là della sopportazione.  A vederlo come lo vedo io non è il Pasolini cupo, corrosivo, violento, denunciatore , polemista ; anzi appare mite, umile. E in lui mitezza e umiltà sembrano quasi il presagio di una sconfitta. M’avevano detto che era definito-indefinito, come il suo nodo di passione e di visceralità , la sua ideologia  di profeta del seicento, tutto libidine e santità, servilismo e rifiuto radicale , il suo essere “barocco che ridiscende a dare irrealtà agli uomini, e la sola realtà è la solitudine”. Quel nodo di sofferenza voluta, implacabile, e di esasperazione inutile , di ribellione, di accettazione, di consolazione, di forza oscura e di illuminazione; quell’insieme di sentimenti opposti o diversi e compresenti ch’egli riconduce tutti alla matrice comune “dell’amor di vita” che forma la sua vitalità , ma che a noi si rivelano solo quando è provocato e soffre, e geme, e cerca ancora e sempre implacabilmente , un nuovo amore , un nuovo corpo d’amare ( “Solo l’amare, solo il conoscere/ conta, non l’aver amato/non l’aver conosciuto. Dà angoscia/ vivere di un consumato /amore. L’anima non cresce più”)

2. Tutto cominciò a Casarsa della Delizia, nel Friuli, dov’era la casa natìa della madre , la mitissima insegnante elementare Susanna Colussi,  e dove la famiglia  Pasolini , originaria del ravennate , si rifugia  durante la guerra. Pier Paolo ha diciassette anni , ma fin dalla più tenera età aveva dimostrato di avere un talento non comune per le lettere  - scrive le sue prime poesie a sette anni – e subito s’immerge in quel paesaggio friulano , in quel vivere umile e cristiano dei contadini, coi loro vespri e le loro campane. Il Friuli diventa per lui un mondo edenico , la sua patria elettiva , un’isola linguistica e morale già pronta per la poesia , lanciata verso l’avvenire, tant’è che partecipa vivamente alle manifestazioni culturali e sociali , alle lotte dei braccianti friulani contro i latifondisti , ai convegni, ecc., e fonda , insieme ad altri studenti universitari , “l’Accademiuta de lenga furlana”, un centro di studi filologici sulla lingua e la cultura friulane;  pubblica un libro di poesie in dialetto friulano ( Poesie a Casarsa) in cui manifesta già uno stile sicuro , che non sfuggì all’attenzione di un critico sottile come Gianfranco Contini , che recensì il libro sul Corriere di Lugano. Questo periodo friulano , che si concluderà drammaticamente con un fuga a Roma ( Un ragazzo confessa al Parroco di Casarsa di aver avuto rapporti sessuali con Pasolini , e la vita per lui diventa subito impossibile) , sarà basilare e incancellabile . A Roma , a Ponte Mammolo , vicino al carcere di Rebibbia vive anni terribili, in un mondo degradato e atroce  ( “ero un disoccupato disperato, di quelli che finiscono suicidi”) . Intanto il padre ,  tirannico e temuto tenente di fanteria , era tornato dalla prigionia,  e ciò aumentava i suoi problemi: “Passionale, violento di carattere, - scrive di lui il figlio - era finito in Libia senza un soldo e  così aveva cominciato la carriera militare , da cui sarebbe stato deformato e represso fino al conformismo più definitivo...Aveva puntato tutto su di me, sulla mia carriera letteraria, aveva intuito, pover’uomo, ma non aveva previsto, con  le soddisfazioni , le umiliazioni.

3. ” Col padre ci saranno sempre scontri, dissensi, incomprensioni. Mentre verso la madre , a cui dedicherà alcuni dei versi più sconvolgenti della letteratura italiana , il suo stato d’animo fu sempre quello di un “disperato amore”, qualcosa di implacabile e di tragico. “…Ho un’infinita fame /d’amore, dell’amore di corpi senz’anima/ Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu / sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù” .
Dirà Dario Bellezza, omosessuale come lui , che Pasolini è morto per colpa della madre. Perché non è concepibile che un uomo di 53 anni ( l’età in cui fu assassinato, ad Ostia , nel 1975), non abbia una casa dove far l’amore, e sia costretto a seguire “i ragazzi di vita” nei più sordidi luoghi . C’è qualcosa che non funziona – continua Bellezza -, ha una psicologia regredita , è ancora mammista. Aveva ragione Arbasino quando lo accostava al Pascoli , che aveva il culto della mamma e delle sorelle. Ci sono omosessuali che crescono e fanno una vita autonoma , che magari si sposano, naturalmente con un uomo, anziché una donna, e poi ci sono quelli che continuano a vivere con la madre, perché sono sposati con la madre. Io vivo la mia quotidianità normalmente, essendo libero. Lui non era libero.  Per sua scelta, era  feroce e implacabile verso se stesso. “Forse  era questa non-libertà – ribatte Camon - che gli dava continuamente una carica di tensione, di all’erta, di aggressività, di violenza, di ricerca, di iniziativa, che si riflette anche nella sua scrittura, una scrittura che ho definito  “fallica”, a differenza di quella di Arbasino e Penna che è una scrittura “afallica”.


4. Pasolini – continua Dario  Bellezza - faceva troppe cose, film, romanzi, saggi, testi teatrali, e questo mi dava fastidio. Ha finito col non trovare soddisfazione in nessuna delle cose che faceva. Perciò credo che di lui resterà soprattutto il personaggio. Dirò di più, Pasolini barava: i maestri li vogliamo puri e innocenti, diceva, mentre lui era impuro e non innocente , “perfetto e cieco” come diceva Fortini. Il senso profondo di rimpianto per l’autenticità di un mondo preindustriale e contadino perduto , la sua filippica contro i nuovi italiani e l’era del consumismo nasceva da ragioni molto basse, perché i “ragazzi di vita” non andavano più a letto con lui.  L’opera di Pasolini è troppo legata all’attualità , perciò va butttata presto. Quella morte violenta non è a caso,  è la conclusione legittima e unica . Lui ha voluto quella morte lì. L’ha cercata, l’ha prefigurata , l’ha individuata, l’ha anticipata, l’ha raccontata, e alla fine è avvenuta. L’ipotesi della morte politica ( lui ucciso da un gruppo di fascisti) è del tutto artificiosa.”

5. E tuttavia c’è qualcosa di implacabile e di estremo nel pensiero  e nella scrittura di Pier Paolo Pasolini,  - scrive Antonio Audino - una continua tensione intellettuale che non lascia angoli bui, che traccia radiografie di spazi interiori e esteriori, politici , storici, sociali, ma anche psicologici e comportamentali . Questo ha reso  Pasolini ostico  e indigeribile, antipatico e molesto persino a quell’intellettualità di sinistra che ora lo santifica, esaltandone la visione profetica , ormai innocua , ma spostando in secondo piano la durezza delle lettere luterane in cui – nell’ultimo periodo della sua esistenza , il giornalista –scrittore scandalizza con i suoi articoli  d’assalto , le sue proposte e le sue analisi , argomenti scottanti come l’aborto , il nuovo fascismo, la civiltà contadina morente , il potere dello sviluppo , tutti argomenti che risuonano come orribili sintomi entro un perfetto silenzio. Gli appelli disperati e utopici echeggiano, ma nessuno li intende  e i loro stessi provocatori suggerimenti , le loro tremende nostalgie , i loro paradossi, sono tutti per definizione impraticabili. Questi scritti chiudono la carriera pasoliniana con una parola impossibile, con un’enunciazione che non crede neppure più in se stessa , con un affannarsi attivistico che nasconde dentro di sé la coscienza della  propria inutilità.


domenica 1 gennaio 2012

VISITA ILLUSTRATA AL MAXXI DI ROMA

VISITA AL MAXXI DI ROMA

Venite, Siori e Siore , al Maxxi di Roma
Ecologia delle mente , ecologia delle idee nuove
Roba da fachiri di germinazione accelerata
Ricordi dell’accademico  Trabocchevole:
Vi parlerò del niente , e del niente dirò cose da niente
Onde da voi non chieggo che attenzione del niente

E’ qui che ritrovo il brindisino G. Gabellone 
e i suoi cactus realizzati in creta 
e successivamente distrutti
In modo tale che la foto sia
l’unica testimonianza dell’opera

Solo chi mangerà la foto , così  com’è,
senza condimenti, potrà rendere perfetta
l’opera dello spinoso salentino)
e così potrà aderire all’Accademia degli Incogniti
di Venezia e parlare della maravigia del niente, ciò!


E poi c’è Avaton e il suo muro bruciato
L’artista invisibile del visibile
Ossia la cazzata Aurea della cazzata
L’arte di attaccarsi al membro virile
 I tubi rossi sospesi nel vuoto che proiettano
soli e lune rosse nel bel cielo dell’avvenire
e la voce istoriata  di claudio villa reuccio de Roma


Monatti rossi è nero con un che di corvo
Rosso non avrai il mio scalpo e il becco puntuto
-          Giallo – del furbo uccello
Specie estinta, ma non sa di esserlo.




Ecco una Lady Diana d’annata (1985)
con  smalto tempera gesso su tavola
Pinguin ,Batman  e Cappuccetto Rosso
Con i sette Nani che soffrono di appendicite
E non c’è un cane di dottore che possa curarli.


Lo spazio è il filo conduttore del primo allestimento
della collezione permanente dei due musei di arte e di architettura

Lo Spazio di Anselm Kiefer , padre del tennista tedesco
E il cielo di Sterne Fall - con la storia – le tragedie  delle stelle
- ogni stella sia un numero da lager sulle braccia degli ebrei
E nodo per  legare in modo perpetuo tutte le figure della botanica parallela di Lionni  

Eccolo Fabio Mauri
Con il monumento di valigie bauli e borse ,
muro occidentale  o muro del pianto di gerusalenne ,
divisione del mondo , simbolo della shoa e di ogni esilio
tappeti di angioli ciechi che appestano con le loro ali
caduti dall’alto di torri dirupi rocche e ciminiere

Triplo fiume poetico con foce che tutto trasporta, stracci scarpe vecchie bottiglie di plastica gonfi cadaveri di animali rami d’albero pezzi di legno e tanta merda, montagne di merda che si depositano sulle due rive  che scintillano al sole insieme agli orridi stracci di plastica trattenuti dai cespugli delle sponde.  Ecco i fiumi nobili di Ungaretti, l’Arno, L’Adige, L’isonzo….


Pino Pascali da Polignano a Mare 
e la sua attitudine ludica e liberatoria che reinventa
il mondo esplorando con leggerezza
gli elementi primordiali dell’uomo e della natura 
in scala monumentale attraverso materiali industriali
Desolata cravatta a rombi del testimone numero 24
la corte di Giustizia dell’Aja sublime assurdità di Giusta Ingiustizia
  

Corda di giornali di Stefano Arienti
– intestino con notizie digerite , fusto di pino di svezia sanguinanate –
linfa dell’albero che scorre nel legno
sguardo  di  cuoio martellato

Giuseppe Penone 
protagonista dell’arte povera ,
agli organici processi di sviluppo e di  trasformazione
corde di fede e talento da guernica delle pecore

Nel mondo esistono e sono sempre esistite
solo opere bidimensionali  o tridimensionali
E alcune opere invisibili  un  tavolo una bottiglia
un bicchiere delle posate , una statua con cappello in testa ,
i sandali con una donna invisibile 
- poggiate su casse di legno dipinta di bianco

Mondo in equilibrio instabile
– foglia d’oro su tavola
Opere di carattere oggettuale
ispirate alla legge della fisica
Annuncio mortuario  e Civiltà sumera
Poi per fortuna arrivò Schanuard il musicista
E ci portò un po’ di sigari e panini al prosciutto

In principio era l’immaginazione
Macchie rosse a spruzzo
Cappello di paglia  - sandali
Una sedia sistemata vicino al fuoco
Palla di gomma
La chiamavano Mimì
Ma il suo nome era Lucia
Lei ce l’aveva un’anima lieve

Ma ecco che passiamo di stanza
Roccia con giavellotto
Scheletro con i pattini  e il suo cane con matita
asta dorata , il tempo , lo sbaglio , lo spazio
Dovevano pur morire un giorno all’altro.
Chi?
Stanlio e Ollio.
Sì, ma tutto va preso con le molle.
Magari questi risuscitano e ci fanno ancora ridere


Nel 1962 volti intensi a matita colorata su carta –
donne allo specchio con pastello a cera e a china
Klee e Carrà
Che ci fanno qui tra
Tre velieri biondi 
E  il nazionalismo informale di Luigi Moretti

L’immortalità è una croce ,
una gigantesca croce fatta con una ics
Necrologio del novembre 1969
Profumo di verbena, fregatane.

Un vetro diagonale obliquo svelato  dal maestro Anteri 
le due metà del parallelepipido in plexiglas –
Ubiquità dei  vasi azzurri su piani diversi
Acciaio –gabbia con sbarre allacciate
Pirite sotto vetro
Una voce da Pirito
Questo è il lato epico della verità, amigo

E la Piramide in plexiglas – di De Dominicis 
e l’ovale perfettto del Paperino di Destroy?
E il cubo invisibile?
E  Gilgamesh ?
E la madonna che ride?
A volte sono cose da nulla,
durano lo spazio di un gesto.

Tornate martedì. Il museo il lunedì è chiuso.

L'amore dimenticato - cap. II

L’amore dimenticato.


Cap. II 

Avevo conosciuto Ronen  alla pizzeria “L’Egiziana”  che sta a duecento passi da casa mia, in un’ora ideale , verso le 11 e mezzo del mattino, in cui c’è tempo – in quei locali -  per fare  diario perpetuo , aperto, di una vita-memoria , che si può narrare o scrivere in mille modi , in mille lingue  ,in pochissimi minuti . Ci sedemmo , l’uno di fronte all’altro , mentre era accesa la televisione che trasmetteva  un programma romeno , e mi raccontò tutto . Era nato in  Romania ,da famiglia di origine ebraica ,  e da piccolissimo l’avevano portato in Palestina  e poi in Egitto , nel  villaggio di Ishim, a oriente del Nilo, poi aveva attraversato il grande fiume e si era recato sul monte Samah, nelle vicinanze dell’antichissimo tempio funerario del faraone Ramsete III.  Qui aveva fatto a lungo una vita da anacoreta, con penitenze austere, a imitazione insomma del Giovanni Battista (si cibava anche lui di cavallette e miele selvatico); poi, nella solitudine della necropoli di Bishaw , non molto  lontano dal tempio funerario di un altro re egiziano, Hateshepsout, trovò un qualcosa di simile ad una  biblioteca alessandrina , con migliaia di volumi antichi scritti in greco, aramaico, ebraico, latino;  e cominciò a leggere in modo assiduo, forsennato, ossessivo. Scoprì che niente gli dava più gioia di quell’attività , che la vita , il senso della vita, probabilmente stava lì dentro, in quei libri antichi , bastava cercarlo con determinazione, con abnegazione , con fede e l’avrebbe sicuramente trovato . Insomma non fece nient’altro che leggere ,leggere, rileggere ,  e un po’ anche  pregare. Ma non sapeva più “ Chi” doveva pregare . Non era riuscito a trovare il nome di dio in tutti i libri che aveva letto.  Col tempo aveva imparato a memorizzare interi  brani dei volumi , infine la sua mente registrò – quasi senza accorgersene - tutti i testi , nella loro interezza , che aveva letto , riga per riga , lettera per lettera, virgola per virgola , più di trecento  libri, ma erano pochi quelli su cui ogni giorno meditava , anzi , a dire il vero, uno solo. Il Vangelo di Matteo ..S’incantava,  ripetendo a voce alta ,  i versetti delle “Beatitudini”, che si sforzava di applicare come programma di vita.  Attorno a lui si riunirono altri  discepoli , e gli abitanti dei villaggi vicini cominciarono a spargere la voce che Ronen era  un santo , e così iniziò la lunga processione  degli ammalati , degli indemoniati, ciechi, muti, storpi, handicappati d’ogni genere che gli portavano dalla  mattina alla  sera , affinchè  li guarisse. E lui a ripetere , Ma guardate che io non sono un santo , anzi sono un peccatore, il peggiore dei peccatori , peggio di me nun ci sta nisciuno , diceva Ronen in lingua araba. Macchè.  Ma no, tu sei il nuovo Maometto , il nuovo Cristo , il nuovo  Buddha , il nuovo Maradona , il nuovo Pelè, dicevano  un po’ tutti . E capitava anche che – qualche volta – ci scappasse pure il miracolo , anche se lui non aveva chiesto niente.  
Un giorno venne una donna bianca, veniva dalla Georgia , la regione caucasica nota per aver dato i natali a Stalin e al calciatore ex Milan Kaka Kaladze .
Vengo da lontano , Ronen , perché so che tu puoi tutto, se vuoi.
Che vuoi che ti faccia?
Guariscimi.
La donna non aveva apparentemente nessuna malattia, nessun difetto fisico, nessuna menomazione.
Da che cosa?
Dalla passione. Dalla lussuria. Sono una ninfomane.
C’è un solo modo per guarirti. Digiuno. E  preghiera.
E poi…
Poi?
Mortificazione della carne e dello spirito.
Che devo fare?
Ecco, battiti il corpo nudo con questo nervo di bue.
E la donna, che si chiamava  Veronica , non si fece pregare. Prese il frustino , si stracciò le veste e a corpo nudo – era bellissima ! –cominciò a fustigarsi , a flagellarsi a sangue .E a gemere…  
E Ronen , infervorato, diceva: Ecco il disfarsi dei tuoi baci. Ecco l’annullamento dei limiti e dei confini  dell’eros /Ecco il bruciare dentro le fiamme, / ecco la tua distesa di arazzi celesti /perforata dalle ali dei demoni / redenta dai canti dei martiri e dei santi ,/ dai cervi e da colombi,/ dai suoni più reali della realtà, / ecco la tua  infinita coscienza del nulla che eri / che sei/ del tutto che t’attende
Ma Ronen era molto eccitato . Le si avvicinò , le tolse lo stanco  frustino insanguinato,
cominciò a passare la sua saliva sulle piaghe, ad una ad una, come un lenimento miracoloso,
infine… l’abbracciò .
O mie braccia dal nome indicibile , dove il tuo sangue di giacinto? Dove la pupilla  azzurra , le palpebre e i veli .
La rivestì dei suoi abiti , che erano leggeri come la brezza  che ora spirava lieve. La sollevò sulle sue braccia e la condusse in una grotta.
O verso dove,verso quale regno/ verso quale libertà ci portate , o antichi dei ? Dopo sedici anni di astinenza , Ronen  tornò a fare  l’amore con una donna , fu nella grotta di  Bishaw, che da allora fu sconsacrata.
In capo a un paio di mesi, s’imbarcarono tutti e due per i famosi viaggi della speranza, arrivarono a Otranto,  nel Salento , alla fine degli anni ’90 , e la loro  imbarcazione si scontrò con una Fregata della Marina Militare. Per fortuna ci furono solo pochi morti. E loro due , illesi, in seguito , poterono eludere la sorveglianza nei centri di raccolta, e risalire verso nord. Fecero mille lavori, mille mestieri, mille notte all’addiaccio, mille preghiere , mille inchini , subirono mille e più umiliazioni, ma  rimasero sempre insieme, fino a quando riuscirono ad aprire la pizzeria l’Egiziana, in cui la padrona incontrastata era lei, Veronica, una georgiana di razza bianchissima, anzi caucasica. E lui , l’egiziano , il suo schiavo fedele.